Il teatro? Così è se vi pare

Alessandro Pelli ne spiega i fondamenti in quattordici lemmi

Alessandro Pelli è operatore culturale del Comune di Correggio fin dal 1985 e dirige il Teatro Asioli fin dalla sua riapertura al pubblico, avvenuta nel 2002. Ecco un suo originale dizionarietto per i nostri lettori.

ARTE
Cos’è il teatro? Arte o intrattenimento? Entrambe le cose? I teatranti dovrebbero lasciar perdere temi difficili, durata eccessiva, linguaggio alto, per comunicare meglio? Dovrebbero semplificare? O essere fiduciosi che lo spettatore sia disposto ad assistere ad uno spettacolo impegnativo? Esiste un solo pubblico o esistono tanti pubblici con diverse sensibilità? L’ossessione del tutto esaurito potrebbe portare il teatro ad una normalizzazione verso il basso, come la misera fine della TV negli anni ’80?  Grassi e Strehler avevano coniato lo slogan: “Teatro d’arte, per tutti”. È un ideale bello e semplice. Come tutte le utopie, è forse un orizzonte irraggiungibile. Senza il quale, però, non sapremmo in che direzione camminare.

ATTORE
Togliamo dal palcoscenico le scene, quasi tutte le luci, i costumi; ma senza attore non c’è teatro.

AUTORE
Negli anni ’60 si è affermato il concetto di scrittura scenica, contro, o insieme, a quello di messa in scena. Se nella messa in scena l’attore è semplicemente chiamato da un regista a portare in palcoscenico un testo preesistente, nella scrittura scenica lo spettacolo, che diventa il vero evento teatrale al di là del testo, lo crea chi sta in scena. Senza questo cambio di prospettiva non sarebbero esistiti Pina Bausch, Carmelo Bene, il Living Theatre e tutto il teatro contemporaneo.

CONVENZIONE
Per tutti il teatro è quella certa cosa: uno o più attori, un palcoscenico, uno spazio per il pubblico, un luogo specifico vocato alle rappresentazioni, un testo, una serie di azioni e dialoghi che raccontano una storia, per lo più plausibile e realistica. Però questa idea di teatro è una convenzione: per molti secoli le rappresentazioni si sono svolte nelle chiese o nelle piazze. Quindi il teatro può essere fatto fuori dai teatri; può essere assente una vera e propria storia; gli attori possono compiere azioni e parlare senza rappresentare personaggi. L’asticella in basso c’è (v. attore e pubblico), l’asticella in alto non c’è. Questo può diventare un problema: si possono scambiare conferenze con spettacoli, o vedere spettacoli talmente astratti da risultare incomprensibili a molti (v. ricerca, teatro di)

INTERNET
Come dice Carlo Cecchi, il teatro è una delle poche cose che non può trasferirsi su internet (v. vivo).

LAVORATORI
Tutti i lavoratori dello spettacolo (attori, registi, tecnici, impiegati, maschere) sono molto appassionati e forse per questo, con l’esclusione di pochi “nomi di locandina”, sono poco pagati. I giovani attori non superano la soglia di povertà (v. macroeconomia e microeconomia).

MACROECONOMIA
Il teatro ha bisogno di finanziamenti. È importante esserne consapevoli: è una legge economica. A metà degli anni ‘60 la Fondazione Ford, soggetta da anni a crescenti richieste di finanziamenti da parte di istituzioni culturali dello spettacolo dal vivo, decise di guardarci dentro e commissionò ai due economisti William Baumol e William Bowen un’analisi economica delle attività delle istituzioni beneficiate. Da questo lavoro è nata la legge fondamentale dell’economia della cultura, chiamata “morbo di Baumol”, che si può enunciare così: nei settori produttivi ad alta intensità di capitale, lo sviluppo tecnologico incrementa profitti e salari, mentre nei settori ad alta intensità di lavoro ciò non succede. Ne deriva che, nel medio-lungo periodo, capitale e lavoro si orientano verso i primi, mentre i secondi finiscono per scomparire o contrarsi radicalmente. L’unica possibilità di sopravvivenza per queste attività è il finanziamento esterno, dallo Stato o da mecenati, che in Italia scarseggiano.

A inizi ‘900 tre operai impiegavano una settimana per assemblare una vettura; ora basta un addetto per produrre 50 automobili all’anno. Al contrario, “La locandiera” nel 1752 contava nove attori in scena; oggi sono ancora in nove a recitarla.

Ultimo, ma non meno importante: la spesa per cultura e svago delle famiglie italiane è pari al 6,6% della loro spesa totale, contro la media europea dell’8,5% (Svezia 11%, Grecia 4,5%); la spesa pubblica italiana per la cultura è l’1,7% sul totale, contro una media europea del 2,3%. Solo la Grecia spende meno di noi.

Alla base delle politiche pubbliche per la cultura vige una catena logica: in un certo contesto sociale ed economico lo sviluppo implica un’elevata capacità d’innovazione, la quale deriva dalla creatività diffusa, la quale, a sua volta, cresce con la diffusione della cultura.

Insomma, non facciamoci condizionare da chi, al bar o da altri pulpiti, inveisce contro i finanziamenti pubblici al teatro o alla cultura (al netto di inefficienze e sprechi, che vanno eliminati in qualunque ambito).

MICROECONOMIA
C’è qualche cura per il “morbo di Baumol”: si possono organizzare molte recite di uno spettacolo sulla stessa piazza, risparmiando sui costi di montaggio e smontaggio; si può aumentare il prezzo del biglietto; si possono tagliare i tempi di prova o i cast (Baumol stesso aveva già rilevato che dal 1946 al 1976 il cast medio degli spettacoli teatrali di Broadway era passato da 16 a 8 attori).

PESANTE
Si dice, di solito, di uno spettacolo che richiede un certo sforzo d’attenzione da parte dello spettatore. Quindi pesante non è sinonimo di brutto. Poi ci sono, eccome! … gli spettacoli riusciti male.

PUBBLICO
Togliamo dal palcoscenico le scene, quasi tutte le luci, i costumi… ma senza pubblico non c’è teatro.

RICERCA, TEATRO DI
Come succede in tutte le arti, il teatro riflette su sé stesso e innova il suo linguaggio. Queste innovazioni, che nascono da una ricerca costante, spesso producono risultati che urtano il pubblico, o sono incomprensibili ai più. Sono quindi inutili? In termini di sistema: no, sono necessarie. Anche se una quota rilevante o maggioritaria di queste innovazioni produce esiti non adeguati ai propositi e cade nel dimenticatoio, da questa continua riflessione-ricerca, prima o poi, nascono sollecitazioni che trascinano in avanti anche il teatro più tradizionale.

RITORNO ALL’ORDINE
Si respira un’aria di normalizzazione (v. anche arte e ricerca, teatro di). Speriamo che, fra le tante parole inquietanti che ascoltiamo ovunque, non ci capiti anche di sentir dire, di nuovo: “culturame”.

TUTTO ESAURITO
È un obbiettivo e una soddisfazione. Però…  (v. arte)

VIVO
Persone vive sul palco, persone vive in platea. Quella relazione che si crea fra attori e spettatori resta un mistero difficile da spiegare. Ma chiedete ad uno spettatore che abbia visto uno spettacolo sia in teatro che su Rai5: sono due esperienze completamente diverse.

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