Il suino nostrano può sopravvivere

La qualità dei nostri allevamenti va riconosciuta

L’allevamento dei suini nel territorio correggese è sempre stato molto diffuso, tanto che nel 1960, stando ai dati di una ricerca di quegli anni svolta dal club 3P locale, i suini allevati nell’intero territorio comunale erano 15.004. Nel corso degli anni, gli allevamenti sono sempre aumentati nelle dimensioni pur riducendosi fortemente nel numero.

«Un panorama, quello attuale – ci spiega Antenore Cervi, presidente provinciale della confederazione provinciale agricoltori (Cia) e presidente dell’Organizzazione Suinicoltori dell’Emilia Romagna (Asser) – che rispetto agli anni ‘70 ed ‘80 del secolo scorso è profondamente cambiato con una riduzione ad un terzo del numero di capi allevati sul territorio provinciale passando da 800.000 suini agli attuali 250.000».

 

Colpa del calo dei consumi?
«No. Il calo dei consumi non è un crollo. Il vero problema sta nella necessità da parte delle aziende di strutturarsi con investimenti che addirittura, in proporzione, richiedono infrastrutture decisamente più costose rispetto a quelle necessarie per gli allevamenti bovini; basti pensare ai vasconi chiusi per evitare le immissioni di ammoniaca in atmosfera o la necessità di disporre di superfici di terreno adeguate a garantire il piano degli spandimenti. In Emilia Romagna, la pronta applicazione di queste normative ambientali ha provocato la migrazione degli allevamenti in Lombardia, dove sono state introdotte 10 anni dopo. Le nostre aziende strutturate sopravviveranno, e magari potranno sperare in un ricambio generazionale; quelle obsolete nella quasi totalità dei casi sono destinate a scomparire, proprio in virtù dei forti investimenti oggi necessari».

 

Il comparto sarebbe ancora redditizio?
«Il discorso è molto complesso. Da un lato osserviamo che l’Italia produce solo il 60% della carne suina che consuma e di conseguenza ne importa un 40% da altri paesi europei che peraltro, vedi per esempio la Spagna che ha raddoppiato il numero di capi allevati, hanno un settore in espansione. Il nostro paese da dieci anni ha un potenziale di allevamenti di 12 milioni di capi. Il vero problema però consiste nella valorizzazione del prodotto, tutto il prodotto, non solo del prosciutto ma anche di tutti gli altri salumi e del fresco. Invece siamo soggetti a quotazioni di mercato che hanno costanti alti e bassi, non dipendenti dalla qualità o dall’apprezzamento delle nostre produzioni ma dalle contingenze di mercato: durante l’emergenza Covid si è registrato un crollo nella vendita del prosciutto in macelleria, che rappresenta un 20% di questo mercato, non compensato dall’aumento della vendita di affettato in vaschetta nei supermercati che ovviamente costa il 30% in più. Questo ha comportato il crollo delle quotazioni delle carni nel mese di maggio a valori intorno all’euro al chilo, quando il costo di produzione è di 1,40 euro. Un esempio inverso invece potrebbe essere quello del 2019 quando, in conseguenza della riduzione della produzione cinese dovuta alla peste suina (la Cina con 200 milioni di suini allevati è il più grande produttore mondiale), la quotazione è salita a 1,60 euro al chilo. Capite anche voi però che non è possibile basare la sopravvivenza di una impresa agricola sulle disgrazie degli altri».

 

C’è una strategia?
«Valorizzazione delle produzioni: serve una filiera coordinata e la capacità di comunicare al consumatore la vera qualità delle nostre produzioni che ci contraddistingue da quelle di altri paesi, a partire dall’allevamento di 9 mesi unico al mondo, da un disciplinare di produzione chiaro ed inequivocabile, e non solo a riguardo dell’utilizzo degli antibiotici, da una genetica con crescita lente e dal rispetto di tutti i principi più evoluti relativi al benessere animale e della gestione delle emissioni. La suinicoltura italiana è stata protagonista di una evoluzione unica e senza paragoni: quando il consumatore avrà recepito questo sarà un nostro alleato».

Di valorizzazione delle produzioni suinicole abbiamo voluto parlare con uno dei più importanti allevatori del territorio correggese, Claudio Bertacchini, titolare, assieme ai fratelli Stefano e Luca, della società agricola il Girasole di Fosdondo: fondata negli anni ‘70, oggi produce 10.000 capi suini ogni anno. «Le difficoltà del mercato delle carni suine – premette Bertacchini –  fortemente assoggettato a crisi lunghe e pesanti, sta profondamente trasformando il settore tanto che una decina di anni fa diverse aziende si sono trasferite in Romania, attratte principalmente da contributi e minori costi di produzione. In quel momento invece io e i miei fratelli abbiamo deciso di intraprendere una strada di valorizzazione delle nostre produzioni, con la consapevolezza di poter puntare sulla qualità delle carni del nostro allevamento. Da quel momento abbiamo iniziato a lavorare le carni suine e a creare punti vendita come spacci di salumi e ristoranti con le nostre produzioni che oggi ci stanno dando grande soddisfazione, se non altro dal punto di vista dell’orgoglio personale. D’altro canto la percentuale della nostra carne che arriva direttamente sulle tavole locali è modesta rispetto al quantitativo complessivo di animali che alleviamo, ma l’apprezzamento da parte dei consumatori ed il riconoscimento della qualità delle nostre produzioni ci lusinga».

 

Era più facile essere allevatori di suini 30 anni fa?
«Certamente sì. Era più facile e si guadagnava di più perché le crisi, pur sempre cicliche, erano più brevi ed anche meno aggressive. Oggi per contro possiamo essere orgogliosi di essere capaci di seguire ferree normative sanitarie negli allevamenti, a partire da quelle sul benessere animale fino ad arrivare a quelle degli spandimenti. Regole che per noi produttori sono un costo, ma sono molto qualificanti per la categoria che in questo modo opera per il bene comune. Purtroppo questo merito non sempre ci viene riconosciuto perché non sempre il consumatore riesce ad esserne a conoscenza».

 

Ci può fare un esempio?
«Le carni “antibiotici free”: noi le produciamo perché il mercato chiede quelle carni, ci costa di più allevare senza antibiotici, lo facciamo volentieri perché siamo convinti dell’importanza di questa scelta però dal punto di vista economico non ci viene riconosciuto nulla. D’altro canto, siamo in balia di un mercato fatto di speculazioni che spesso sono anche costruite ad arte».

 

Come vede il futuro del settore ?
«Il nostro futuro dipende dalle regole che saremo in grado di scrivere e far rispettare in materia di produzione di carne suina italiana. Siamo i produttori della qualità più eccellente e tutti vogliono carne italiana: non è possibile che possa essere etichettata come italiana una carne che in Italia è stata solo macellata. É il momento di riscrivere le regole di etichettatura ed il consumatore dovrà farsi trovare informato e sostenerci. Il più forte rischio attuale è che molte azienda perdano la loro individualità stipulando contratti di allevamento in soccida, come già sta avvenendo diffusamente, con colossi del settore che sono marchi oggi molto noti ai consumatori e che hanno il potere di indirizzare il mercato a loro piacimento».

 

Asser è una cooperativa regionale con sede a Reggio Emilia, della quale Cervi è presidente da 27 anni, che si occupa della commercializzazione dei suini dei propri soci attraverso la macellazione all’OPAS di Migliarina di Carpi che oggi è la più gande cooperativa di macellazione a livello nazionale.

 

I numeri dei suini
1 miliardo di suini allevati nel mondo:
-200 milioni di suini allevati in Cina;
-118 milioni di suini allevati in Europa (Germania 60, Spagna 40, Francia 25, Polonia 20, Danimarca 20, Olanda 15);
-12 milioni di suini allevati in Italia: 250 mila suini allevati a Reggio Emilia, 8 mila suini allevati a Correggio; 2500 capi/anno allevati in un’azienda di medie dimensioni

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