Il salice, maestro di economia circolare

I classici filari di salici, oggi sempre più rari nelle nostre campagne, hanno fatto parte del paesaggio agrario della nostra pianura per secoli. Non stiamo parlando del salice piangente, anch’esso talvolta presente nel territorio locale come pianta da ornamento, ma del Salix viniminalis. Un nome botanico che immediatamente ci porta a ricordare il classico utilizzo che veniva fatto del legno di questa pianta, che viene comunemente definito “vimini”: un umile albero di confine, un tempo posizionato lungo i fossati di scolo di ogni podere, che nell’economia dell’azienda agricola ha sempre avuto un ruolo marginale ma tuttavia indispensabile. Una pianta alla quale ci si dedicava solo nel periodo invernale, quando le sue foglie ormai cadute permettevano un’agevole potatura dei ricacci, germogliati dai tagli dell’annata precedente. In effetti quella del salice non è mai stata una potatura ricercata ma un taglio raso, una capitozzatura dei tralci che si erano sviluppati nel corso della stagione, volta a stimolare la produzione di nuovi ricacci. Un metodo grossolano ma specifico, fondato sull’esigenza di indurre la pianta a generare nuovi germogli: peraltro questa tecnica permette anche di identificare una particolare posizione di taglio in un noto metodo di potatura della vite, detto “potatura a testa di salice”. Il tipo di potatura e di gestione dei salici lungo le rive dei fossati originava germogli che, nel corso della stagione, avrebbero assunto lunghezze e diametri differenti: in funzione di queste caratteristiche avrebbero avuto un differente utilizzo. Il più classico, riservato alle porzioni più esili e sottili, era quello da legaccio per la potatura dei tralci di vite, un’operazione affascinante ma che richiedeva mani esperte; i rami più vigorosi diventavano bastoni per impalcare i pomodori dell’orto o costituire manici da scopa. L’utilizzo come vero e proprio vimini per la produzione di cesti resta l’utilizzo più nobile riservato al salice, un uso non per tutti e certamente non di attualità. Il Salice viniminalis è un grande esempio di economia circolare che si realizzava nelle campagne fino a circa cinquant’anni anni or sono. Un materiale naturale che si autoproduceva, sicuramente biodegradabile, con una grande duttilità e la proprietà non certo secondaria di poter essere gestito nei periodi invernali. La pulizia del salice avveniva frequentemente nelle fredde giornate d’inverno, quando erano fredde davvero, a cavallo del periodo natalizio. In quei momenti si selezionavano i tipi di ramificazione dividendo quelle più sottili da quelle più vigorose, che sarebbero risultate utili da lì a poco ma anche per tutto il corso della stagione.

 

Una pianta autoctona anti-inquinamento

Il Salix viniminalis è originario di una vasta zona geografica che va dall’Europa centrale fino all’Asia: è particolarmente diffuso soprattutto nell’Italia settentrionale. Nel correggese veniva piantato a filari lungo le rive dei fossati di confine, dove trovava sempre condizioni di umidità ideali, soprattutto per non essere d’intralcio. Veniva spesso intrecciato con una soluzione estetica elegante e raffinata, con lo scopo di permettere all’agricoltore che in inverno sarebbe andato a potarlo di appoggiarsi a questa sorta di balaustra naturale, potendo lavorare in sicurezza con entrambe le braccia libere senza il pericolo di cadere nel fossato al di là del filare stesso. Oggi non va dimenticato che il Salice viniminalis è una delle colture più efficaci nel fitorisanamento, vale a dire la bonifica dei suoli inquinati sfruttando le peculiarità di alcune piante: il salice è efficace nell’assorbimento di cadmio, cromo, piombo, mercurio, idrocarburi del petrolio e solventi organici.

Il salice meriterebbe inoltre di essere riscoperto anche per il suo valore ornamentale nella costituzione di alberature stradali o siepi, perché anche se lo abbiamo sempre osservato come pianta arbustiva può anche essere lasciato crescere liberamente e così diventare un vero albero: il suo fusto cresce molto rapidamente e, grazie all’elasticità del suo legno, è particolarmente resistente al vento e all’inquinamento atmosferico, tanto da essere in grado di purificare l’aria. Si adatta sia alle alte temperature estive che alle forti minime invernali: predilige le aree umide, pur sopportando al tempo stesso condizioni di siccità. Non ha particolari esigenze di terreno e cresce bene sia in pieno sole che in aree ombreggiate. Dal punto di vista ambientale e climatico oggi il salice merita certamente di essere rivalutato.

 

Era la sentinella dei fossati e sta scomparendo

Purtroppo i tempi cambiano e la funzione del salice, con le moderne tecniche di viticoltura in particolare, ha perso di rilevanza. All’inizio degli anni settanta le legature dei tralci hanno iniziato ad essere realizzate diffusamente con la plastica, gravemente peggiore da un punto di vista ambientale ma più pratica, omogenea ed in grado di permettere una più elevata velocità di lavoro. Per fortuna già da diversi anni le tecniche di potatura del vigneto nel correggese sono ulteriormente cambiate: oggi le operazioni di legatura da realizzare sono limitate ai primi anni di vita della pianta, cosicché l’utilizzo della plastica è stato fortemente ridimensionato rispetto ad una ventina di anni fa. Purtroppo però i salici, avendo perso la loro utilità, sono stati progressivamente eliminati dal bordo dei fossati, con un duplice scopo: recuperare spazio per la coltivazione e le aree di manovra; rendere più pratica anche la pulizia, meccanica e non più manuale, degli stessi. In questo modo però è venuta a mancare anche la fitta rete radicale di questa pianta, modesta ma generosa, che da sempre ha svolto anche una funzione di sostegno alle pareti dei fossati. Fossati che oggi sono sicuramente modellati molto peggio rispetto a quando un filare di salici, verdi d’estate e rossicci d’inverno, fungeva loro da sentinella.

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