Il risorgimento del Lambrusco

Anche quest’anno, il Vinitaly di Verona si è confermato un importante momento di confronto sui problemi legati al vino e alla viticoltura. Attualmente, però, questo settore sta vivendo una fase preoccupante di crisi.

I viticoltori sono chiamati a compiere serie riflessioni anche sul futuro del nostro Lambrusco. Al momento, la redditività del prodotto rischia di non essere sufficiente a pagare i costi di produzione. Si tratta di problemi che si sentono prevalentemente tra i filari, visto che per il consumatore il prezzo alla bottiglia è rimasto negli anni più o meno allineato. Questo anche quando la remunerazione delle uve al produttore si è addirittura dimezzata, come nel caso della vendemmia del 2022 rispetto a quella del 2021. Sono aspetti di cui è importante che il consumatore sia consapevole.

I problemi del mercato del vino nascono soprattutto dal calo dei consumi. Questo porta a un rallentamento delle vendite, quindi alla crescita dello stock di magazzino, che a sua volta innesca speculazioni al ribasso da parte degli acquirenti. Questo vale per molti vini italiani, ma in particolar modo per il Lambrusco, nonostante sia uno dei vini più venduti (come confermano le statistiche più recenti presentate a Vinitaly). Il nostro vino si colloca al terzo posto nelle vendite in volume della Gdo, dopo Prosecco e Chianti: con quest’ultimo come sempre la sfida è quasi alla pari. Il Lambrusco, vale la pena di ricordarlo, è fra i cinque vini più venduti in undici regioni italiane su venti.

Purtroppo, nel 2023 i volumi di vino venduti a livello nazionale sono diminuiti del 3,3% rispetto all’anno precedente. I vini frizzanti rossi – categoria di cui il Lambrusco è leader – hanno fatto registrare una perdita di domanda di addirittura l’8,8%. D’altro canto, le tipologie di vino sono sempre più legate alle mode del momento: in questa fase, è il momento dei vini bianchi. Negli ultimi quindi anni la domanda di vino rosato è rimasta stabile al 6%; quella dei rossi è passata dal 54% al 49%; quella dei bianchi dal 40% al 45%. Differenze che potrebbero sembrare gestibili, ma che generano calo della domanda e quindi diminuzione dei prezzi di remunerazione delle uve al produttore. I prezzi medi delle bottiglie al supermercato, invece, sono aumentati del 2,8% rispetto a quelli del 2022.

Per evitare speculazioni a carico dei produttori, saranno da mettere in campo alcune strategie. Come è emerso a Vinitaly, i produttori possono puntare sul sistema cooperativistico, che ha potenzialità forti e talvolta invidiate da produttori privati. Queste devono essere usate per ridisegnare il mercato, che dev’essere fortemente ammodernato e strutturato. Non convince invece l’idea di rincorrere il momento e modificare l’ordinamento viticolo del nostro territorio, particolarmente vocato alle uve rosse e senza alcuna tradizione per i bianchi. Anche perché questo comporterebbe grandi investimenti, che rischierebbero di essere produttivi solo tra alcuni anni, quando la moda potrà essere nuovamente cambiata.

Forse bisogna invece riflettere sull’opportunità emergente legata al vino “dealcolato”, sul quale si stanno componendo fronti contrapposti. Siamo ancora in attesa di una sua regolamentazione nazionale, mentre in altri paesi il vino dealcolato vanta già un suo mercato. Il vino dealcolato si ottiene partendo da un normale vino finito, dal quale successivamente viene eliminato l’alcol per distillazione, sottovuoto o per osmosi inversa. Potrebbe essere un modo per sottrarre vino al mercato eccedente, senza fare concorrenza al vino stesso. Il vino dealcolato non si pone, infatti, in alternativa al vino, ma ha un mercato e uno stile di consumo tutto suo. Farà il suo corso e magari sarà favorito dalla moda e dalla curiosità del momento. Il discorso rimane comunque molto complesso. Sarà necessaria una pianificazione coerente, che offra opportunità maggiore di alcune ipotesi di cui si parla, come incentivi economici a favore dell’estirpazione dei vigneti per ridurne la superficie complessiva. Scelte di questo tipo non darebbero risposte economiche alle aziende. Molto più concreta è invece la recente notizia che arriva dall’assemblea del Consorzio di tutela dei vini Emilia. Con la maggioranza del 97,4% dei votanti, si è infatti decisa l’introduzione della “fascetta” fornita dall’Istituto Poligrafico e Zecca di Stato sulle bottiglie. L’iniziativa è un passaggio fondamentale per assicurare piena tracciabilità dei vini Emilia Igt, oltre che segnale di serietà e trasparenza nei confronti dei consumatori. Questo sistema dovrebbe anche favorire anche i produttori ed il loro reddito.

Il vino è… giovane!

Negli ultimi quindi anni, il consumo di vino pro capite si è più che dimezzato. Si è passati da una media di cinquantotto litri l’anno (a persona), a una media di poco più di ventisei litri. Oggi si beve meno e si beve in modo diverso. Le famiglie sono più piccole, non si beve a pranzo e il vino rimane una presenza indispensabile solo per i momenti di convivialità.

Rispetto a vent’anni fa, è in aumento la percentuale di giovani che beve vino: è passata dal 48,7% al 53,7% per le persone di età compresa tra i diciotto e i trentaquattro anni. Il 67,7% lo ritiene un veicolo di socialità e convivialità e ama degustarlo in compagnia. Il 45,3% lo fa fuori casa e solo il 34,4% lo beve durante i pasti. Invece, gli adulti e gli anziani che hanno smesso di bere vino sono rispettivamente il 3,7 % ed il 2,5 %. In Italia, sembra che il 36% dei consumatori sarebbe interessato ad acquistare bevande dealcolate. Oggi il vigneto dev’essere il più possibile sostenibile: continua il forte interesse nei confronti dei vigneti biologici, che in Italia rappresentano il 22% della superficie totale. A livello di mercato, sia di buon auspicio il fatto che l’esordio del 2024 ha fatto segnare una crescita del 14% dell’export rispetto all’anno precedente.

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