Il reddito di cittadinanza, tra pregi e criticità

Leonardo Becchetti è professore ordinario di Economia Politica all’Università di Roma Tor Vergata. Il suo libro più recente è “Neuroscettici – Perché uscire dall’euro sarebbe una follia”, edito da Rizzoli. Becchetti è stato ospite di Primo Piano nell’aprile 2017, come relatore al Convegno “L’economia giusta che vorrei”: lo abbiamo contattato per un’opinione sul reddito di cittadinanza, come misura per combattere la povertà nel nostro Paese.

 

Scrivo di povertà in Italia nel giorno in cui parte l’operazione del reddito di cittadinanza, rivolta ai circa 2,7 milioni di abitanti sotto la soglia di povertà. Una rete di protezione universale (non discriminante come quella tra dipendenti di grandi imprese che, in caso di licenziamento, ottengono anni ed anni di cassa integrazione e lavoratori di piccole imprese con molte meno tutele) è sacrosanta ed esiste in tutti i paesi ad alto reddito.

Ma quali sono le problematiche di un reddito di cittadinanza (RdC) in Italia? Innanzitutto il fatto che viviamo in un paese nel quale molti cittadini hanno interpretato il famoso motto di Kennedy alla rovescia. Egli stimolava i propri concittadini a non chiedersi cosa potessero fare gli Stati Uniti per loro ma cosa potessero fare loro per gli Stati Uniti, cogliendo un elemento fondamentale della ricchezza di senso e di soddisfazione di vita che è fondata su quanto contribuisci al benessere altrui (quello che oggi chiamiamo generatività). In Italia (lo testimoniano due dati su tutti, un rapporto “Ricchezza Privata/ Reddito” tra i più alti del mondo e un rapporto “Debito Pubblico/Pil” tra i più alti del mondo) molti concittadini si domandano piuttosto cosa possono trarre dalla ricchezza pubblica.

In questo contesto il rischio che un reddito di cittadinanza stimoli forme di cittadinanza passiva invece che attiva è molto elevato. Il problema parte proprio dalla misura della povertà: con il nero ed il sommerso così diffuso, l’Agenzia delle Entrate stima che i falsi poveri siano una quota assai rilevante di coloro che si dichiarano nullatenenti. Inoltre l’Istat calcola soglie di povertà molto diverse tra chi vive in grandi centri del Nord (810 euro per un single a Milano) e chi vive in un piccolo centro del Sud (560 euro). Questo vuol dire che la soglia di 780 euro, uguale per tutti, sovrastima la povertà del Sud e sottostima quella del Nord, anche se questa considerazione è in parte mitigata dalla differenza di qualità dei beni e servizi pubblici a cui i cittadini possono accedere, senza dover subire il fenomeno delle “migrazioni” in altre regioni (quella sanitaria è sicuramente la più rilevante).

Un altro problema importante del RdC è la sottostima del fattore famiglia. Per evitare di rinunciare ai 780 euro a parità di risorse destinate, la soglia di povertà di un nucleo familiare è stata calcolata usando coefficienti molto più bassi di quelli standard, sottostimando di fatto la povertà delle famiglie italiane e la loro possibilità di accesso al RdC.

Un punto ulteriore è quello dell’efficacia della misura nell’aiutare il percettore a reinserirsi nel mondo del lavoro. Da questo punto di vista è utile aver inserito il meccanismo della “dote contributiva”, che attribuisce all’impresa che assume i restanti mesi di reddito di cittadinanza del percettore. Manca però del tutto un finanziamento ai percorsi di formazione ed istruzione. Se, come nella gran parte dei casi avviene, il problema del mancato incontro tra aspirante lavoratore e posto di lavoro dipende da un gap di competenze del lavoratore, allora la formazione è fondamentale. E il lavoro dei navigator di far incontrare l’informazione tra domanda ed offerta di lavoro è insufficiente.

Avendo a cuore l’obiettivo della lotta alla povertà che non è problema meramente monetario ma questione di dignità ed inclusione, spero vivamente che questi limiti siano superati e che le misure contro la povertà nel nostro paese possano aumentare la generatività, la dignità e l’inclusione dei più deboli.

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