Il ragioniere mannaro

D – Ragioniere, mi spieghi com’è cominciato questo incubo, quali sono stati i sintomi della malattia.

R – Qualche anno fa camminavo per corso Cavour di notte.
A Correggio se cammini sulla pista ciclabile vieni ingiuriato dai ciclisti, se cammini lungo la strada ti strombazzano le auto.
A Correggio il pedone vive una condizione di umana precarietà, deve sempre guardarsi le spalle.

D – Anche di notte, ragioniere?

R – Di notte in più ci si deve guardare dai fantasmi, che non sai bene se sopraggiungono a piedi o in bicicletta.
Ero davanti alla Galera, hai presente? Quando dal buio emerge una presenza.
Sembrava un cane, un husky ritto in piedi in un elegante giubbotto Belstaff.
Un ragioniere per definizione dovrebbe ragionare. Così faccio finta di niente. Ma lui allunga una zampa per stringermi la mano.
Io educatamente gli allungo la mia e quello, rapido come il fulmine, me la morde.
Poi fugge a quattro zampe verso la vecchia stazione ridendo sguaiatamente. Mi sembrava di stare dentro un sogno di altri. Più del dolore è stata la sorpresa.
Il dolore è venuto dopo, ma in realtà al pronto soccorso hanno solo riscosso il ticket e disinfettato. Sembrava finita lì; dopo qualche giorno me ne ero quasi dimenticato.
Figurati, avevo perfino ritegno ad ammettere con me stesso una storia così cretina.

D – Da non credere.

R – Sì, è questo il concetto.
Poi ho cominciato a fare strani sogni. Una volta ero Giulio Cesare che conquistava la Borsa di Milano, un’altra volta ero il capitano dell’Enterprise che evitava una tempesta valutaria.
Poi, una sera di plenilunio mi attardavo col Sindaco al termine di una riunione di giunta, quando mi è venuto l’impulso irrefrenabile di morderlo.
Il sindaco è rimasto sorpreso ma non ha detto niente perché era una personcina educata.
Così il veleno dell’husky cominciò a circolare anche nelle vene del “primo cittadino”.
Per farla breve, dopo quel morso diabolico, al successivo plenilunio, scoprimmo con stupore di aver fatto lo stesso mirabolante sogno: che il Comune costruiva una fabbrica e produceva in proprio i raggi della luna, miliardi di raggi che emettevano una meravigliosa luce lattea che avrebbe gratuitamente allietato le notti ai cittadini correggesi.
Avevo letto molti racconti sulla licantropia ma mai che l’infettato venisse dannato all’imprenditorialità.
Tuttavia l’idea pareva a prima vista affascinante, devi ammetterlo.

D – Me a l’eva dèt: a prima vista!

R – Così abbiamo cominciato con discrezione durante tutte le lune piene a mordere i membri di giunta e poi i consiglieri, approfittando di ogni occasione: un morsetto mentre si alzava una mano per votare o per allungare ingenuamente un foglio protocollo, o addirittura un dito che indicava qualcuno… E tutti, dopo un po’, a volere la luna a casa.
Con qualche distinguo secondo le appartenenze politiche, ma il contagio si diffondeva attraverso l’entusiasmo. Una notte che la luna sembrava una formaggia mi apparve in sogno l’husky, vestito come un manager con la bombetta, che mi ordinò di battezzare “Netravolta” la società del Comune.
Al risveglio convinsi tutti che questo era un segno del destino, un destino mannaro ma sempre un destino.

D – Me a l’eva det!

R – L’epidemia si allargò grazie a riunioni, assemblee e fiere locali. Furono pochissimi i correggesi a restarne indenni. Una vecchietta bisbetica diceva che un’attività industriale così rischiosa e con gli impegni garantiti dai cittadini non era nelle competenze del Comune.

Uno di noi aspettò che uscisse dalla Posta dopo aver ritirato la pensione e morsicò anche lei.
Chiedo a voi: come si poteva avere il coraggio di rifiutare i mutui (cosa sarà mai una firmetta) che le banche dove il morbo mannaro si era già stabilmente impiantato concedevano a tutti, anche al mangiatore di fuoco e alla donna cannone?
Con i fondi, che evidentemente era stato il diabolico husky a procurarci, io fui preso dalla bulimia degli acquisti. Non sapevo bene perché, ma mi misi a comprare motori atomici con tre bilioni di giga, piantagioni di cactus nelle zone desertiche dove la luna è più grossa e incombente che mai, fabbriche dismesse di raggi di bicicletta, e via spendendo. La fabbrica cresceva in muri e dipendenti, ma poteva produrre solo nelle notti di plenilunio. Ma per tutto il periodo quelle notti furono nuvolose e non si produsse alcunché. Forse fu per questo, credo, che il business si rivelò poco economico.

D – Me a l’eva dèt! Un fallimento!

R – I bancari mannari cominciarono a chiedere i conti e, come si sa, un ragioniere i conti non li dà nemmeno sotto tortura. Così provammo a vendere il business. Trovammo disponibile solo uno svizzero di Casamicciola, lui cantava gli jodel nelle notti di luna piena; ma, appena comprato, di colpo sparì durante la festa popolare di Santa Rosalia.

D – E l’husky?

R – Mi è sembrato di vederlo che entrava nella stazione Mediopadana.
Aveva una valigia, una divisa da colonnello della finanza e un paio di occhiali neri.
Si voltò per guardarmi un’ultima volta e poi si mise a quattro zampe e si eclissò. La sua risata rimbalzò a lungo tra gli archi di Calatrava.
Purtroppo da allora i sogni sono diventati piatti come l’asfalto, e i pleniluni sono stati invasi da una nebbia caliginosa che si taglia col coltello.

D – Adesso, ragioniere, come si guarisce?

R – Bisogna riconoscere che la scienza ha fatto passi da gigante. Purtroppo le cure sono molto molto molto costose.
Occorrerà impegnare i gioielli di famiglia, che so il monumento dell’Allegri o il mitico Borelli, forse un qualche vigile urbano.

D – Me a l’eva…

R – Basta con questa tipica giaculatoria correggese “io l’avevo detto”; che sembra che tutti siano dei fenomeni in casa propria!

D – Va bene… però, mi lasci rivedere la luna: posso pretendere almeno c’a s’leva la fumàna?

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