Il parroco nuovo

don sergio pellati

Il parroco nuovo

Don Sergio Pellati, con la bici e la battuta sempre pronta, si confessa

Entri nella stanza e ti trovi davanti una bicicletta con le gomme usurate. Poi, una scrivania in parte occupata da Bibbia e giornali ed in parte da scartoffie. Tutt’attorno, fotografie che raccontano una storia di vita vissuta a stretto contatto con le persone.
Basterebbero queste tre cose per sintetizzare la persona e il ruolo di don Sergio Pellati, chiamato, da poco più di 5 mesi, a ricoprire l’incarico di parroco dell’Unità Pastorale San Prospero-San Quirino-San Pietro e Fazzano-Madonna di Fatima: una bicicletta per spostarsi in agilità tra le varie parrocchie, così emulando il forse più noto “confratello televisivo” don Matteo; una Bibbia per abbeverarsi alla parola di Dio e dalla quale trarre l’ispirazione dell’agire quotidiano; nonché, infine, un moltiplicarsi di scartoffie e documenti da firmare per assolvere adeguatamente (anche) alla funzione di legale rappresentante dell’Unità Pastorale.
Sì, perché fare il parroco oggi non è più solo “occuparsi delle cose spirituali” delle persone che abitualmente frequentano la parrocchia, ma richiede competenze quasi manageriali, un’attitudine al “rischio” di impresa ed una certa flessibilità e disponibilità (essere contemporaneamente presenti alle riunioni di 5 comunità parrocchiali è dote non da tutti).
Una figura, insomma, che negli ultimi tempi ha visto ruolo e mansioni notevolmente modificate. Don Sergio, aprendoci le porte del suo studio, ci ha dunque narrato, con particolare giovialità e simpatia, dei suoi primi mesi di vita nella nostra città.

don sergio pellatiSei parroco a Correggio ormai da 5 mesi e mezzo. Come ti trovi? Hai iniziato a vivere la città?
«Buonasera! Innanzitutto vorrei presentarmi: mi chiamo Sergio Pellati, ho 47 anni e sono prete dal 1994. Prima di venire qui mi trovavo a Sassuolo nella parrocchia della Consolata, dov’ero vicario parrocchiale. Devo dire che Correggio è una bella cittadina, nella quale mi trovo bene. Ci sono tante cose interessanti, feste, incontri culturali, teatro e insomma c’è sempre qualche bancarella! È un posto tranquillo, molto ben curato, ovviamente con una bella differenza tra centro e frazioni per tante cose. L’unico problema che sto riscontrando è l’umidità: ma quanta ne avete?!»

Concordo sull’umidità e su tutto il resto. Parlando di Correggio e dei correggesi, qual è la cosa che più ti balza all’occhio? Anche rispetto alla tua precedente esperienza a Sassuolo.
«Premesso che venendo da Sassuolo a Correggio sono passato da Nek a Ligabue e da Palazzo Ducale a Palazzo dei Principi, devo dire che Correggio è molto particolare in sé. Innanzitutto è una cittadina di dimensioni ideali e con una bella qualità di vita. Questo penso sia dovuto anche alla lungimiranza della classe imprenditoriale locale, che ha investito molto in settori tra loro diversi (agricoltura, automotive, alimentare) ed ha così prodotto un benessere diffuso. Sassuolo invece ha investito pressoché esclusivamente in ceramiche e, una volta andato in crisi il settore, ne ha inevitabilmente risentito. Inoltre a Correggio mi pare vi sia un’immigrazione ben integrata che partecipa alla vita cittadina. Altra cosa che noto di Correggio, in misura maggiore di Sassuolo, è che talvolta pare che i correggesi la percepiscano un po’ come il loro “piccolo mondo antico”. Quindi mi sembra -com’è d’altra parte naturale in tutte le città di piccole dimensioni- che vi sia una piccola dose di sano provincialismo. Il che è positivo perché porta i cittadini ad essere attaccati alla propria città nelle sue radici, tradizioni e costumi di vita.

Ma può essere anche fonte di chiusura al resto del mondo che, per essere vissuto bene al giorno d’oggi, chiede a noi tutti, anche come Chiesa, di metterci in gioco, viaggiare, raffrontarci con culture diverse dalla nostra ed esplorare altri orizzonti. Dovremmo imparare dai giovani, che in questo si fanno molti meno problemi delle persone di una certa età».

IL MONDO CHIEDE A TUTTI NOI DI METTERCI IN GIOCO,
DOVREMMO IMPARARE DAI GIOVANI

Nel tuo nuovo lavoro di parroco come ti trovi? Riesci a bilanciare la parte “manageriale” con quella della “cura delle anime”? Ritieni soddisfacente il modo in cui è stata riorganizzata l’attività pastorale?
«Certamente il mestiere del parroco oggi, così come del sacerdote in generale, è più complesso rispetto al passato. L’attività di cura delle anime, almeno per il mio ruolo, si trova ad essere controbilanciata anche da tutti quegli adempimenti che mi competono quale legale rappresentante dell’Unità Pastorale. La mia scrivania è costantemente immersa in documenti e scartoffie varie. Sarebbero già un bel numero per una sola parrocchia, figuriamoci per 5! Inoltre non c’è soltanto la parrocchia, ma circoli ANSPI, la scuola materna, la Casa Divina Provvidenza, le società sportive… questo per rendere l’idea della mole di documenti da firmare. La cosa bella è che, comunque, questo, pur affaticandomi un po’, non sottrae più di tanto tempo alla vera missione cui sono chiamato: siamo tanti preti, tra noi c’è un bel clima di collaborazione ed aiuto reciproco e questo consente di dividerci il lavoro e i compiti. L’Unità Pastorale, così come ora riorganizzata, rappresenta una bella sfida ma posso dirmi soddisfatto di come stanno andando le cose».

Si parla delle difficoltà che i giovani incontrano nel vivere la fede al giorno d’oggi. Parrocchie sempre più vuote e considerate non al passo coi tempi. Sei d’accordo con tali affermazioni? E a Correggio come va?
«Parliamo spesso di queste cose tra noi confratelli. Premesso che non sono io ad occuparmi direttamente dei giovani nell’Unità Pastorale, e dunque posso avere una percezione non del tutto esatta delle cose, mi pare di aver notato una realtà ecclesiale ancora abbastanza viva a Correggio, con numeri tutto sommato in controtendenza rispetto alla maggior parte delle parrocchie della Diocesi. Chiaro che la percentuale di cristiani che partecipano alla vita di comunità si è notevolmente ridotta negli ultimi anni e ciò, ovviamente, investe anche i giovani.
Ma la cosa, a mio modesto modo di vedere, è parte di un problema più grande, che ci riguarda tutti come uomini. Mi pare si sia in generale smarrita la dimensione spirituale della vita. Per notare questo basta leggere alcune epigrafi di funerali civili (anche qui a Correggio) dove spesso compare la frase “dalla camera ardente la salma andrà direttamente al crematorio.” Il che, al di là della circostanza specifica, evidenzia come ormai l’umanità occidentale stia incanalandosi sempre più in un sentiero di indifferenza e di individualizzazione la cui portata è tale da disumanizzare anche quegli avvenimenti che costituiscono parte integrante della vita delle persone (quali, purtroppo, la morte). Questo a prescindere dall’essere cristiani, musulmani, atei o meno».

Per concludere, un aggettivo per descrivere la tua personalità e il tuo modo di essere?
«Direi che l’aggettivo che più mi connota è “coccolone”, perché sono uno che fa facilmente amicizia con tutti. Quando non sono troppo appesantito dai pensieri o preoccupazioni, mi piace infatti stare con le persone, ascoltarle e divertirmi con loro. Faccio anche qualche battuta (per chi non lo sapesse, anche nelle mie omelie) e so decisamente ridere di me stesso e sdrammatizzare le varie situazioni pensando sempre alle persone che ho davanti. Per me il Vangelo passa da questo: fare stare bene le persone, condividere le loro ansie e preoccupazioni, e così mitigare quei pesi che possono essere d’ostacolo alla loro felicità».

Marcello Fantuzzi

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