Il parco dei conigli

La bambina aveva i capelli biondi e gli occhi azzurri come in uno spot pubblicitario. Quando il padre venne a prenderla per il fine settimana che avrebbe trascorso con lui, l’ex moglie gliela consegnò insieme alla valigetta firmata Barbie e a Birillo. Birillo era bianco d’angora, due occhietti spaventati e le grandi orecchie mosce per la preoccupazione. «Mamma dice che o lo tieni tu o lo fa in fricassea. Lo sai che è allergica al pelo di coniglio. E io non voglio che muoia, papà!» Il padre accarezzò la bambina, in cuor suo maledisse per l’ennesima volta la moglie, poi prese in carico Birillo. «Lo metteremo nel parco comunale e potremo andare a trovarlo ogni volta che vogliamo». La bambina dai capelli biondi e gli occhi azzurri sorrise contenta.
In quel periodo Emore, un pensionato vedovo pieno di risorse, pensò di allevare un coniglio nel suo monolocale. Aveva in mente di farsi un manicotto per il freddo che avrebbe sicuramente peggiorato le sue artriti. Comprò un coniglio dal pelo morbido, si mise a nutrirlo per farlo crescere della misura giusta e si accorse che era femmina: la chiamava Pelliccia. Ogni settimana misurava le dimensioni del suo mantello. Pelliccia cominciò a sospettare che con quel nome e quelle attenzioni Emore rivelasse intenzioni malevole. Un giorno forzò la gabbia e fuggì dalla finestra aperta.
Si incontrarono per caso in una notte di luna piena, proprio in mezzo alla radura intorno a cui corre la pista d’atletica. Fu così che nel parco urbano originò, dai progenitori Birillo e Pelliccia, quella che sarebbe diventata la famosa invasione dei conigli a Correggio.
Il parco era un Eden. Non c’erano alberi dai frutti proibiti, del resto nemmeno serpenti, e a dirla tutta i conigli non mangiano mele. I conigli mangiano continuamente erba e continuamente figliano, pare senza dolore. Dopo due stagioni erano già decine: le mamme portavano i bambini a vederli, dal gran che erano carini. Dopo due anni erano un reggimento e il Comune pensò che era una fortuna perché tenevano rasata l’erba. Dopo dieci anni, ecco, appunto, erano un’invasione. I conigli erano la prova empirica della funzione esponenziale in matematica.
Birillo e Pelliccia si godevano la meritata pensione nella loro tana davanti alla gabbia del lancio del martello, un posto che a memoria d’uomo non è mai stato usato. I piccoli saltellavano per i prati, scavavano tane quando mettevano su famiglia, cercavano le foglie più tenere. Però ad ogni generazione (intesa come generazione conigliesca) dovevano espandere il loro territorio. Gruppi di conigli esploratori si spinsero oltre il laghetto e oltre le montagnole per colonizzare orti e giardini. Quando tornavano per le feste di Natale magnificavano la dolcezza della lattuga, le praterie di cicoria, i giacimenti di carote, la dolcezza dei finocchi, i depositi di fieno e compost. Ma poi la colonia dovette andare oltre, affrontare terre inospitali e pericolosi deserti d’asfalto.
Cominciarono le proteste. Già i proprietari delle villette vicine al parco si erano ingegnati con reticolati, cavalli di frisia e pozioni velenose. La situazione divenne insostenibile quando al “Borelli” Giuda, il cannoniere della Correggese, sbagliò clamorosamente un calcio di rigore incespicando nella tana proditoriamente scavata quella notte da una famiglia di conigli.
E quando, subito dopo, una manifestazione cicloamatoriale venne dispersa da una folla di conigli che saltavano e correvano sulla strada.
Il sindaco convocò al circolo “25 Aprile” una riunione con tutti i cittadini. Era il momento di decisioni forti. Ma prima occorrevano dati certi. Così fu fatto parlare il vecchio pachistano che da anni tutte le mattine, per ore, nel suo caftano grigio, stava seduto su una panchina del viale principale del parco e contava i conigli. «Oggi sono duemilasettecentoundici» sentenziò, senza che nessuno osasse contraddirlo.
Una gentile signora propose la sterilizzazione della colonia di conigli: impresa ciclopica che avrebbe comportato un’ispezione dettagliata del sesso di ognuno di quei duemilasettecentoundici animaletti prima di procedere. Ammesso che si riuscisse a catturarli, ovviamente. «Per questo», disse un assessore, «chiederemmo al concittadino Griminelli se può col suo leggendario flauto d’oro tirarsi dietro tutti quei conigli». Seguirono altre proposte, quando si fece silenzio nella sala. S’avanzava un figuro alto e secco, guercio da un occhio, vestito di pelli e con un cappellaccio nero in testa. «Voi mi pagate un tanto a capo e ve li consegno io, per di più già scuoiati» disse sbrigativamente. Un brivido di inquietudine percorse l’assemblea.
Tutto ciò non fu necessario perché ci pensò la Natura, che alla lunga non è per niente benigna. Di lì a poco una terribile pandemia cominciò a mietere vittime nella colonia. Il virus, portato dalle zanzare, rappresentava il loro peggior nemico. I poveretti si riempivano di pustole, venivano colti da forti febbri e in qualche giorno morivano sui prati. Non c’era alcun pericolo per gli altri animali, questa peste era contagiosa solo per loro, ma il parco stava diventando un cimitero dove le mamme non portavano più i bambini.
Una sera i conigli che ancora non erano infettati si riunirono sotto la grande quercia, nel cuore del parco. C’era grande lutto e sconforto. Prese la parola Intrepidus, il più influente della comunità. «Dobbiamo metterci in cammino, amici. Tra killer e terribili piaghe questo non è più il paradiso terrestre. Dobbiamo allontanarci, cercate di stare separati uno dall’altro per non trasmetterci il contagio. Attraverseremo il deserto e arriveremo alla terra promessa, se ce n’è una. Noi conigli sappiamo essere coraggiosi, checché se ne dica».
Fu così che cominciò la migrazione dei conigli del parco urbano. I sopravvissuti avrebbero attraversato la provinciale, si sarebbero sparsi per le campagne, avrebbero guadato fossi, canali e forse mari, fin dove non lo sapevano. In molti non ce l’avrebbero fatta, ma, com’è dimostrato, bastavano pochi per ricostituire la colonia.
Questa storia l’ho ascoltata da un vecchio coniglio zoppo, che aveva perso la gamba in una tagliola e che la colonia aveva lasciato indietro per non essere rallentata nella migrazione. Adesso staziona davanti ai bar di Correggio e per un modico tozzo di carota ti racconta di Birillo, di Pelliccia e della terribile pandemia.

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