Il mito di Ermes e dell’Olimpia

Chiude un bel pezzo di calda correggesità

La pizzeria Olimpia ha chiuso i battenti. Spento il forno, oscurate le sale, abbandonata la grande veranda, muta anche la fontana con il monumento di bottiglie di plastica (e a volte persino con l’acqua e qualche pesce rosso), silenziosi i tre mega-televisori che trasformavano il ristorante in uno stadio. «Questo era il momento giusto per smettere» mi dice Maura, la moglie di Ermes. Bisognerà farsene una ragione. Ma che fine farà la Vespa del 1961, riverniciata di rosso-Ferrari, che ci accoglieva nell’ingresso insieme all’antica toilette da camera e al vecchio televisore trasformato in grotta e presepe?
O il bancone, da cui Ermes officiava il conto ai clienti, con dietro la parata di liquori d’epoca, le foto e le cartoline degli amici? Ho già nostalgia della regina Elisabetta che saluta con la mano mobile, dell’instancabile danzatrice hawaiana e delle due statuette animate esposte nella vetrinetta insieme ai tiramisù.

Lo confesso: sono triste per il tempo che passa senza riguardo e me la prendo con Ermes che ha deciso di tirare giù la serranda. «Ho un ginocchio da sistemare. E poi ottant’anni sono troppi per continuare a gestire un ristorante» mi dice lui, «ma l’abbiamo chiuso con la morte nel cuore perché anche mezzo secolo del nostro lavoro è un bel po’, per il tempo passato in ditta tutti i giorni dall’alba alla notte. L’abbiamo costruito noi l’Olimpia, nel 1967, con le nostre mani: io, mio padre Anselmo, che era geometra ed imprenditore edile, e mio fratello
Giovanni, che è anche caduto dall’impalcatura ed è rimasto claudicante.
Ci siamo tirati dietro i debiti per diversi anni. Subito era un capannone per il gioco delle bocce, le partite a carte e, al centro, i bigliardi. C’erano anche il bar e le nostre abitazioni, al piano di sopra. È stato il primo bocciodromo ad aprire a Correggio, ospitava tornei di livello nazionale: la squadra femminile eccelleva».

Subito dopo di bocciofile, col loro corollario di scommesse frequenti e furiose, ne sono venute altre. Per questo nacque l’idea della pizzeria? «Nel ’71 abbiamo deciso in famiglia di aggiungere la pizzeria. A Correggio allora ce n’erano solo due, quelle di Maida e di via Leonardo; oggi, considerando l’asporto, ce ne sono una ventina. Sono stato aiutato da un pizzaiolo di Reggio, che mi ha seguito per una sola settimana. Pizza bassa e digeribile.

È stata dura imparare la giusta cottura: i primi giorni ne dovevo buttar via parecchie. Poi i frequentatori della bocciofila si sono messi a chiedere dei piatti della tradizione, cucinati appositamente da Maura e da mia madre Zulma (che nessuno si è mai sognato di chiamare col suo vero nome, Pensione). E così, pian piano, la pizzeria è diventata anche trattoria (non osavamo chiamarla “ristorante”, che era un livello incompatibile con la natura popolare di una bocciofila e coi suoi prezzi contenuti). Qui è passata tanta gente. Più che clienti, sono diventati degli amici: gli habitué del mezzogiorno, i tifosi della domenica, gli amanti della pizza».

Non deve essere stato uno scherzo fare tutto, ma proprio tutto, in famiglia. Per questo dal ’91 si è dovuto rinunciare a gestire direttamente il bocciodromo. Perché di collaboratori in mezzo secolo se ne sono alternati quasi un centinaio, ma ogni piatto, ogni pizza, ogni evento, tutto veniva preparato e prodotto in famiglia. Perfino la fontana è stata progettata e costruita in casa («l’idea mi venne guardando i riflessi del sole su una discarica di rifiuti di plastica»); persino l’originale livrea, costituita da un gilet nero bordato d’oro e il farfallino, è di produzione familiare. «Perché no? Era elegante e comoda!», dice Ermes.

Quando Ermes parte coi ricordi è un fiume in piena, che la moglie cerca senza successo di arginare. Allora, proviamo a selezionare. Quali sono quelli che vi porterete dietro?

«Tanti. Qualcuno anche brutto, ma sono molti di più i ricordi belli. Le grandi tombolate, per esempio: venivano anche coi pullman e l’afflusso era tale che avevamo paura potesse succedere qualcosa. La “pentola dei tortelli” invece erano pranzi con sei tipi di tortelli per centinaia di persone. Per quasi vent’anni, ogni volta abbiamo preparato tre quintali e mezzo di tortelli. Ci davamo da fare, perché in mezzo secolo ce ne sono stati dei su e giù dal punto di vista del fatturato! Poi ricordo, negli anni ottanta, le gare ufficiali con le automobiline Polistil: si gareggiava tutte le sere con il proprio modellino personale su una pista lunga ventiquattro metri. Abbiamo persino ospitato la fiera ornitologica. E soprattutto ricordo i veglioni di capodanno. Chiudevamo il bocciodromo per un mese per potervi allestire il salone, aiutati dagli amici della bocciofila. I clienti prenotavano un anno per l’altro. La scenografia più bella fu quella, negli anni ottanta, del “magical tour Olimpia”: oblò alle pareti, io che simulavo la sirena della partenza soffiando in una bottiglia vuota e trecento persone in piedi a cantare “partirà la nave, partirà”».

Insomma, una famiglia di grandi lavoratori che si divertivano molto anche a lavorare. Non c’è dubbio, l’Olimpia per oltre cinquant’anni ha ricoperto un vero e proprio ruolo sociale.
Per questo a Correggio c’è chi storceva il naso: era un ristorante troppo poco fighetto. Per lo stesso motivo, c’è chi lo ha amato senza ritegno. «Ci rivediamo, forse in una qualche pizzeria», mi salutano Ermes e Maura. Bella battuta. Ma sarà tutta un’altra cosa.

 

Le pizze e i piatti che ci hanno fatto sognare

Generazioni di correggesi hanno frequentato la cucina dell’Olimpia per le pizze (inarrivabile “l’atomica”, una “napoletana” con aglio e peperoncino), il gnocco fritto (unico nel suo genere: pasta da pizza modificata, sezionata geometricamente in nove pezzi e poi fritta) o la zuppa inglese (dal tipico aspetto “sdraiato”). Ma indubbiamente il piatto che oggi rappresenta il locale, insieme ai cappelletti in brodo, è la gramigna, preparata come tutti gli altri piatti da Maura, la moglie di Ermes Vezzani. In realtà, rivela Ermes, il successo della “gramigna Olimpia” è lievitato da quando sette anni fa venne recensita sulle pagine di Primo Piano.
La ricetta originale dice:
– Gramigna di Barbieri (verde) che però oggi non è più prodotta
– Ragù di salsiccia con pomodoro, spezie, panna e listarelle di prosciutto cotto
– Spolverata di parmigiano reggiano.

Dimenticavo un ingrediente essenziale: la Luisa che alla fine ti guarda con fare inquisitorio e ti interroga “Tutto bene?”. Luisa Medici, la moglie di Giovanni, gestiva la sala. È anche zia di Maura, per cui Ermes, oltre che fratello, è nipote (acquisito) di Giovanni.

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