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Il medico di famiglia tra passato, presente e futuro

Tiziano Crotti e i suoi 38 anni di onorato servizio

«Ringrazio Dio perchè ho avuto la fortuna di esercitare la professione che amo e di poterlo fare nella città che amo, Correggio»: così mi dice subito il dottor Crotti.
Dal primo gennaio di quest’anno, Tiziano Crotti, medico di famiglia a Correggio per oltre 38 anni, è in pensione. Stimato e benvoluto per la competenza e la disponibilità, era ormai il decano dei colleghi correggesi, che gli hanno riservato una bella festa di ringraziamento. Lo abbiamo “visitato” per fare un’anamnesi della professione medica nel corso del tempo.

Come è cambiato il ruolo del medico di famiglia in questi 38 anni?
«Ho iniziato a lavorare subito dopo la laurea nel ‘77, come medico della Mutua. La visione del rapporto medico/paziente era individualistica e aveva come obiettivo prioritario la cura della malattia: il medico aveva un ruolo specifico nella diagnosi e nella cura della patologia. Poi, con l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale all’inizio degli anni ‘80 si è passati ad una visione più sociale: la salute intesa come bene della comunità. Fondamentali, oltre la diagnosi e cura, sono diventati la prevenzione e l’educazione a stili di vita sani ed adeguati.
È stata una rivoluzione culturale che noi colleghi abbiamo gestito in modo non traumatico, in coerenza con i valori etici, morali e culturali propri della nostra professione.
Ci siamo impegnati nella formazione privilegiando la gestione del malato sul territorio, che è diventato centro dell’assistenza. Abbiamo imparato a lavorare in team con altri, come il Servizio Infermieristico Domiciliare, determinante per la gestione dei pazienti in stato avanzato di malattia.
A Correggio siamo arrivati ad una percentuale superiore al 60% di decessi a domicilio, di assistiti che muoiono tra i propri cari con l’assistenza dovuta: e questo è un bene grande. Questo lavoro di formazione si è rivelato tanto più prezioso quando il ridimensionamento del nostro Ospedale ci ha di fatto attribuito un impegno maggiore».

E i cittadini, ci fa una diagnosi?
«I cittadini hanno ormai acquisito il concetto più ampio di salute non solo in termini di cura della malattia ma anche di educazione, prevenzione, stile di vita corretto. Lo dimostra la grande adesione ai programmi di vaccinazione e di screening per i tumori della mammella e del colon.
Il rapporto con il medico si è modificato. Il medico di famiglia rappresenta colui che aiuta a mantenere lo stato di salute e non solo a prescrivere visite, esami o farmaci.
Certo, il tema della “presa d’assalto” di alcune prestazioni, soprattutto se gratuite, esiste ed è uno dei fattori che rischia di mettere in discussione il sistema dal punto di vista economico. È fondamentale una corretta gestione dell’uso delle risorse, evitando abusi e sprechi, anche in considerazione dell’aumentata attesa di vita e del numero crescente di anziani».

Come si è trasformato il rapporto con l’Ospedale?
«Con il modificarsi del ruolo del medico di base si è modificato anche il ruolo dell’Ospedale, che è diventato luogo di interventi di emergenza/urgenza e/o struttura di riabilitazione.
Il medico di famiglia non è più solo colui che invia il paziente, ma chi lo prende in carico integrandosi con l’Ospedale: e ciò vale anche per altre strutture come l’RSA e l’Hospice. Un passaggio non privo di difficoltà e conflitti ma affrontato con impegno da tutti.
Vorrei sottolineare che a Correggio si è istaurato in questi anni un clima di collaborazione e di condivisione fra i Medici di Medicina Generale: un grande vantaggio per la città. Sono sicuro che ciò sosterrà anche i futuri mutamenti che interverranno, come ad esempio l’istituzione delle Case della Salute, la assistenza per 16 ore al giorno e così via».

Quali rischi vede per il futuro?
«La scarsità di risorse e la medicina difensiva stanno portando ad un irrigidimento di protocolli, linee guida, note e noticine che burocratizzano eccessivamente il lavoro quotidiano del medico andando a influire sulla responsabilizzazione e sull’alleanza terapeutica con il paziente. Vedo il rischio di una rigidità del sistema, che può portare i medici ad uniformarsi e a sentirsi deresponsabilizzati, a danno evidente dell’assistito».

[blockquote text=”MI PERMETTO DI RICORDARE
UN’ESORTAZIONE DI PAPA FRANCESCO:
“METTETE CUORE
NELLE VOSTRE MANI“
” show_quote_icon=”yes” text_color=”#3d3d3f” width=”100%” quote_icon_color=”#e95f63″]

Mi racconta qualcosa della sua storia: dagli studi alla professione?
«Ho studiato Medicina all’Università di Modena, mi sono laureato nel ‘77 e mi sono specializzato in Tisiologia e Malattie Dell’Apparato Respiratorio.
Per un paio di anni ho frequentato come volontario l’Ospedale di Correggio dove ho avuto come maestro il prof. Spalato Signorelli, dal quale ho imparato molto sia dal punto di vista professionale sia dal punto di vista umano. Mi sono convenzionato, prima con le mutue e poi con il SSN.
Il primo mio studio fu in Corso Mazzini sopra al Bar Principe, poi per 18 anni fino al 1999 sono stato in via Cairoli e infine in corso Mazzini nei pressi della farmacia Zuccardi.
Negli ultimi anni di attività ho avuto l’aiuto prezioso di Elena come segretaria.
Nell’80 ero già medico massimalista, allora a Correggio vi erano 6/7 medici, figure di grande valore professionale come il dott. Bassoli, il dott. Saccozzi, il dott. Tondelli, il dott. Piani, il dott. Moretti. Poi è intervenuta la legge di riforma riducendo il numero di assistiti e si sono inseriti medici più giovani che tuttora lavorano a Correggio come la dott.ssa Mazzocchi, il dott. Mazzali, il dott. Manicardi, il dott. Montanari, il dott. Gherpelli, la dott.ssa Poli, la dott.ssa Fontanesi, il dott. Giliberto e altri» Questo è un lavoro particolare che dà molto, ma richiede anche molto, che ha impegnato profondamente la mia umanità, il mio spirito religioso, la mia fede».

È stato difficile conciliare per lei lavoro e famiglia?
«È una professione che ti coinvolge molto. Io ho avuto la fortuna di mia moglie Rosangela, che mi ha sempre capito e sostenuto. Di certo, per i giovani medici, che sono in prevalenza donne, questa conciliazione non è semplice e il sostegno del partner è fondamentale».

Un ricordo bello o brutto che vuole condividere?
«Forse i ricordi professionali più belli sono legati ai momenti di condivisione e convivialità con i miei colleghi e con i professionisti con cui ho lavorato. Ricordo sempre con grande piacere gli incontri di fine-anno con le infermiere del Servizio domiciliare. Ricordo in modo particolare la cena di pensionamento nella quale erano presenti tutti i miei colleghi per festeggiarmi, una bellissima soddisfazione.
Poi ogni medico serba dentro di sé, nella mente e nel cuore, eventi che non si è riusciti a valutare bene e a prevedere. Sono esperienze di sofferenza che hanno lasciato cicatrici e che non è il caso di rispolverare».

Un consiglio per i giovani medici?
«Conservare gelosamente la propria libertà professionale, avere il cuore aperto alla speranza anche nelle situazioni più critiche. Ma certo più che dare consigli mi permetto di ricordare un’esortazione di Papa Francesco: “Mettete cuore nelle vostre mani”».

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