Il lavoro, risorsa rara con tanti problemi

Claudio Galli, Club HR di Unindustria: l’impresa li affronta così

 

Claudio Galli è stato per lunghi anni responsabile del personale, prima alla Lamborghini di  Sant’Agata Bolognese poi alla Lombardini di Reggio Emilia. È presidente regionale di AIDP (Associazione Italiana Dirigenti del Personale). Per Unindustria di Reggio presiede il Club HR (Risorse Umane) che conta centonovanta iscritti tra imprenditori e manager. Siede nel CdA della Ghepi S.r.l di Cavriago, di cui la moglie Mariacristina Gherpelli è presidente e CEO.

 “Ci servono immigrati” è l’appello ormai quotidiano gridato dai nostri imprenditori. Di questo problema e di altri aspetti che attengono al mondo del lavoro abbiamo conversato con il dottor Claudio Galli, responsabile del Club HR (Risorse Umane) di Unindustria di Reggio Emilia. «Dopo averne parlato per anni in modo poco intelligente, i tempi sono maturi per affrontare l’immigrazione non più e solo in chiave di problema ma soprattutto di opportunità. Intelligente, ecco l’approccio che serve». Esordisce così l’esponente dell’Associazione degli industriali. Che continua: «occorre preparare le condizioni già nei loro Paesi d’origine con corsi di avviamento al lavoro e alla lingua, in rapporto con organizzazioni umanitarie o consolati là presenti, per fare poi in modo che gli immigrati possano arrivare qui, magari in aereo e non sui barconi, già con un minimo di competenza, permesso di soggiorno e contratto di lavoro. Non è facile, eppure altri Paesi europei ci provano. La nostra industria ne sarebbe molto favorita, visto il fabbisogno lavorativo non coperto». Come detto dalla presidente di Unindustria Roberta Anceschi al recente convegno diocesano sul lavoro, il 50% delle aziende reggiane associate dichiara di non riuscire a reperire le figure ricercate, per mancanza di candidati o di requisiti necessari. Questo della scarsa immigrazione non è che uno degli aspetti del cosiddetto “mismatch” (mancato incontro) tra la domanda (dell’azienda) e l’offerta (del lavoratore), che caratterizza oggi il nostro mercato del lavoro. Secondo il recente rapporto Unioncamere – Anpal presentato al CNEL, sono due milioni i posti di lavoro non coperti o coperti a fatica. Il dottor Galli ci tiene a dare i giusti pesi ai vari aspetti del mismatch: «tutti parlano oggi della grande dimissione dei lavoratori dal posto fisso (la great resignation, per dirla all’americana) ma spesso non si vede l’elefante nella stanza: il declino demografico del nostro Paese, il problema numero uno. Con un saldo demografico negativo di trecentomila persone all’anno, l’impatto sulla forza lavoro più giovane è preoccupante. L’automazione non fa miracoli, il robot non arriva dappertutto. Poi c’è la complicazione nell’assumere e regolarizzare lavoratori occasionali e stagionali perché, non dimentichiamolo, in Italia abbiamo l’8% di disoccupazione ma anche il 10% di persone che fanno il doppio lavoro. Vogliamo far luce su questa realtà oscura?». E veniamo alla nostra scuola, alla sua capacità di fornire forza lavoro qualificata per l’impresa. «Io penso che la scuola debba preparare dei cittadini, prima che dei lavoratori» premette Galli. E si spiega: «cittadini con voglia di lavorare e di apprendere, sempre. La scuola deve produrre questa forma mentis. Non al servizio e in posizione subordinata al lavoro, ma motore primario di una crescita civile generale, complessiva. La voglia di apprendere è la materia prima più preziosa per chi si occupa di persone nelle imprese. Oggi la velocità dell’innovazione tecnologica richiede al lavoratore una crescita continua, un apprendimento costante. Si parla dell’attitudine dei giovani che entrano, ma il problema con cui ci misuriamo è non di meno l’attitudine, la professionalità, la competenza di chi già lavora con noi». Claudio Galli mi racconta comunque delle esperienze di Unindustria per avvicinare la Scuola e l’Università al mondo del lavoro: dalla collaborazione e sostegno agli ITS per i nuovi profili di super-perito della meccanica e dell’alimentare, alla nascita dell’HTTC (Human & Tecnology Training Center) per le competenze nel digitale (Industria 4.0), al Tecnopolo ed al rapporto fecondo con UNIMORE. «A Reggio c’è un ottimo grado di integrazione tra Università e Istituti Tecnici superiori, così come tra pubblico e privato grazie ad Amministrazioni sensibili e competenti» precisa. Galli non crede che l’espatrio di giovani con titoli di studio superiori, un fenomeno consistente nel Paese, sia dovuto alla impossibilità di trovare posti adeguati da noi: «se un laureato in economia o ingegneria, se un tecnico con licenza di scuola secondaria non trova lavoro, è solo una sua responsabilità, anzi una sua scelta. Per esperienza, io mi sento di garantirlo». Assolve poi il reddito di cittadinanza dalla colpa di aver portato a preferire il comodo divano alla fatica del lavoro: «è una misura con una sua logica e una sua razionalità (se limitata nel tempo), poi però gestita con troppa improvvisazione ed incompetenza; non buttiamola, ma aggiustiamola. Anche l’uso abnorme degli ammortizzatori sociali però, vedi Alitalia, si è dimostrato costoso e diseducativo». Veniamo al fenomeno degli abbandoni silenziosi nelle aziende. Salari troppo bassi, diffusa precarietà contrattuale, lenta progressione di carriera, pesante orario di lavoro, scarsa flessibilità operativa? Quali le cause? Quale il punto di vista di un manager come lei dottor Galli? «Capisco che il lavoratore si senta addosso un forte senso di precarietà. Ma è per l’incertezza dei nostri giorni. Una precarietà percepita, ma non reale, almeno in azienda: il 95% dei rapporti di lavoro nelle nostre industrie è infatti a tempo indeterminato; quello a tempo determinato nella gran parte dei casi sfocia in lavoro stabile. Quando c’è mobilità verso altre occupazioni, in cerca di maggiore flessibilità o di una progressione retributiva, è lazienda che deve fare un mea culpa. Se il lavoratore è costretto a stare al lavoro tutti i giorni fino alle venti vuol dire che c’è una organizzazione aziendale da rivedere. Punto e basta. Comunque va detto che gli orari da noi sono sempre più flessibili: per certe mansioni si va ormai sull’home working senza indugio, o sul part time volontario. I nostri contratti stanno evolvendo in tal senso, con maggiore attenzione anche al welfare del dipendente ed alla sua fidelizzazione, attraverso una risposta più raffinata alle sue esigenze personali. Non dimentichiamo però che è nella presenza in azienda, nella relazione interpersonale viva che si cimenta lo spirito di appartenenza, il gioco di squadra, indispensabile per trovare soluzioni innovative e condivise ai problemi che tutti i giorni un mercato vorticoso e instabile ci sciorina». E i salari, additati dall’OCSE perché fermi da anni e come i più bassi d’Europa? «Io resto fermo alle parole pronunciate da Luciano Lama quasi cinquant’anni fa: il salario non è una variabile indipendente! Il salario è legato alla produttività, non si scappa, se non vogliamo la bancarotta. Nel nostro metalmeccanico negli ultimi vent’anni i salari sono aumentati del 20% circa, in linea con la produttività. In altri settori, meno performanti, non è stato così. Lo so, ma c’è l’inflazione che sul reddito fisso si fa molto sentire. Quanto al paragone con la Germania o la Francia, io penso che paghiamo un peccato d’origine: la svalutazione della lira rispetto al marco che l’Italia favorì prima di entrare nel club costitutivo dell’euro. Per il potere d’acquisto dei nostri salariati fu un grave danno, il cui recupero, viste le croniche difficoltà strutturali della nostra economia, è ancora lontano».

 

Unindustria Reggio Emilia associa circa mille imprese per quindici miliardi di fatturato, impiegando 50.000 lavoratori. Nel 2022, in un campione di imprese che occupano 20.000 lavoratori, l’occupazione è cresciuta dell’1,6% rispetto all’anno precedente. Il 50% delle assunzioni programmate è risultato di difficile reperimento, di cui il 32% per mancanza di candidati. I lavoratori stranieri rappresentano il 7% sul totale degli occupati. Nel 2022 i lavoratori con contratto a tempo indeterminato rappresentavano il 94% della forza lavoro. Quelli a tempo determinato il 6%. Nel 2021 erano rispettivamente al 93% e 7%.

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