Il lavoro, fondamento di un nuovo modello di sviluppo

Preoccupati per gli eventi politici, economici e sociali di questo periodo abbiamo posto alcune domande a Maurizio Landini, segretario generale della Cgil. Le sue risposte sono condensate in questo contributo scritto per noi dove, senza sottrarsi, richiama la strategia generale della CGIL per il lavoro ed una nuova politica economica. Questo all’indomani della manifestazione nazionale della CGIL del 18 giugno in Piazza del Popolo a Roma dal titolo “Pace, lavoro, giustizia sociale, democrazia camminano insieme”, a conclusione di oltre duecento assemblee tenute su tutto il territorio nazionale, che hanno visto il coinvolgimento di lavoratori, pensionati, studenti, associazioni.

 

Stiamo vivendo una fase storica oltremodo difficile: al riscaldamento climatico e alla pandemia si è sommata una guerra, dentro l’Europa, che rischia di trasformarsi nello strumento di regolazione delle controversie tra gli Stati e le persone – la corsa al riarmo dei Paesi ne è una conferma – e che, di fatto, sta determinando pesanti conseguenti alle persone che rappresentiamo.

Le nuove forme produttive cosiddette “snelle” ed il tramonto della grande fabbrica, la crescita di contesti lavorativi dove esistono condizioni di lavoro qualitativamente inadeguate e con bassi salari, l’illegalità diffusa, il lavoro nero e grigio, la catena degli appalti e dei subappalti e le esternalizzazioni, che coinvolgono ampiamente anche il settore pubblico, hanno prodotto disuguaglianze di reddito e di diritti e hanno avuto un impatto pesante sulla quantità e qualità dell’occupazione.

La straordinarietà della situazione ci impone, come CGIL, di trovare risposte adeguate alla complessità del momento. In questo quadro, l’azione sindacale deve porsi l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle persone, promuovendone la partecipazione all’organizzazione politica, economica, sociale del Paese, affermando una pari dignità tra lavoro e impresa oltre che una reale giustizia sociale. Di fatto la globalizzazione ha svalorizzato il lavoro e ha reso più insicuri i contesti professionali: la ricchezza si è concentrata nelle mani di pochi, il potere economico e finanziario delle grandi multinazionali ha indebolito le politiche economiche dei Paesi e, di conseguenza, la loro democrazia. Sono aumentate le disuguaglianze, i divari generazionali, di genere e territoriali, così come la precarietà del lavoro, che ha contribuito a determinare la condizione per cui sempre più lavoratrici e lavoratori oggi sono poveri anche lavorando.

In questi anni la CGIL si è adoperata per affermare la centralità del lavoro, la sua qualità e i suoi diritti, attraverso il confronto con i Governi e le istituzioni, dando vita a vertenze aziendali, di gruppo e territoriali, a difesa del lavoro e contro le delocalizzazioni. Ma anche attraverso numerose mobilitazioni, sino ad arrivare allo sciopero generale dello scorso 16 dicembre, quando su fisco, lotta alla precarietà, mezzogiorno, politiche industriali e pensioni non ci sono state fornite dal Governo le risposte che chiedevamo.

Siamo quindi convinti sia arrivato il momento di investire concretamente sul lavoro e sulla sua qualità, in primis sulla formazione permanente, che riteniamo un diritto fondamentale da conquistare attraverso la nostra azione contrattuale: questa è la strada per non subire nuove forme di disuguaglianza, che passano anche dall’esclusione dal sapere.

Riteniamo importante che lavoratrici e lavoratori conquistino il diritto di parola sugli investimenti, sulle scelte strategiche ed organizzativi delle imprese. Gli obiettivi da perseguire devono essere la piena occupazione, il freno alla precarietà dilagante e la libertà nel lavoro, intesa come riconquista della propria condizione e di un nuovo stato sociale pubblico e universalistico, a partire da scuola e sanità.

Per contrastare la precarietà consideriamo assolutamente necessario condizionare i finanziamenti e le agevolazioni pubbliche, erogate alle imprese, alla stabilità dell’occupazione. È necessario prendere atto, una volta per tutte, che i finanziamenti a pioggia non sono la soluzione. È il momento, quindi, per cambiare le politiche economiche, sociali e industriali del Paese. C’è bisogno di un nuovo ed autorevole intervento pubblico e per questo, da tempo, proponiamo la costituzione di un’Agenzia per lo sviluppo che definisca le priorità, costruisca e qualifichi filiere produttive, contribuisca a creare nuove opportunità per investimenti pubblici e privati, nei settori strategici per il futuro del Paese, e coordini gli indirizzi delle grandi aziende pubbliche.

La contrattazione per lo sviluppo rappresenta lo strumento per perseguire condizioni di lavoro dignitoso: servono politiche del lavoro, investimenti nel trasporto pubblico e nella mobilità sostenibile, nelle infrastrutture materiali e immateriali, nelle fonti rinnovabili, nell’agricoltura biologica, nel risanamento del territorio e delle aree urbane, nella cultura e nel turismo, nella logistica. Ciò è decisivo anche per superare i ritardi tra Nord e Sud. Vi è poi da affrontare il tema delle nuove tecnologie e della digitalizzazione che devono diventare un’opportunità per un’organizzazione del lavoro meno ripetitiva e gerarchica, anziché causare l’espulsione dal lavoro di chi è più fragile. Le nuove tecnologie devono contribuire anche a rendere il lavoro più sicuro mettendo fine a questa strage infinita e inaccettabile, che la precarietà ha contribuito ad aumentare.

La crescita dei salari e delle pensioni è un obiettivo da perseguire, sia attraverso il rinnovo dei Contratti Collettivi Nazionali, con adeguati aumenti che vadano oltre l’inflazione, sia con la contrattazione di secondo livello. È necessaria una vera riforma del fisco, come abbiamo richiesto nella Piattaforma elaborata con CISL e UIL. Anche il salario minimo, su cui è aperto il confronto con il Governo, sulla base del trattamento economico complessivo definito nei Contratti Nazionali, può configurarsi uno strumento utile e positivo per superare il lavoro povero e le basse retribuzioni. Serve però anche una legge sulla rappresentanza per evitare che i cosiddetti “contratti pirata” dilaghino, compromettendo tutele e salari dignitosi.

In sintesi, il nostro Paese ha estrema necessità di un nuovo modello di sviluppo, fondato sul lavoro, e di un cambiamento profondo della società che ponga al centro i diritti, le libertà e la pace. La CGIL è in campo per contribuire a realizzarlo attraverso la partecipazione ed un rinnovato protagonismo delle nostre delegate, dei nostri delegati e di tutte le persone che rappresentiamo.

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