Il futuro della scuola lo decide la comunità

Patrizio Bianchi guida la task force del MIUR per la riapertura

La pandemia di Covid-19 ha scatenato accesi dibattiti nell’opinione pubblica, in tipico stile italiano. Ciò che ha fatto più discutere è stata certamente la chiusura delle scuole che, almeno stando alla vox populi, sembra non aver accontentato nessuno: dagli insegnanti che si lamentano per le difficoltà nel gestire gli strumenti di didattica digitale, ai bambini e ai ragazzi che hanno perso il contatto umano coi loro coetanei, fino ai genitori che vivono con enorme preoccupazione tanto il ritorno sui banchi a settembre quanto una potenziale recrudescenza del contagio, che potrebbe generare una nuova quarantena e i conseguenti problemi di gestione domiciliare della prole e della sua istruzione.

Per fare chiarezza sul lavoro fatto in questi mesi, siamo riusciti a raggiungere telefonicamente la voce più autorevole in circolazione: parliamo di Patrizio Bianchi, l’uomo a capo della task force istituita dal governo per pianificare la riapertura delle scuole. Professore Ordinario di Economia e Politica Industriale presso l’Università di Ferrara, ha già avuto a che fare in passato con una situazione di drammatica emergenza, che farà spesso capolino in questa intervista: a lui fu affidato il coordinamento della prima ricostruzione delle scuole danneggiate dal sisma del 2012 in Emilia Romagna.

Cos’è successo alla scuola negli ultimi mesi?

«Alla scuola è successo quello che è successo a tutta la società, non solo italiana ma di tutto il mondo. L’improvvisa pandemia ci ha fatto rendere conto di quanto sia importante la scuola nelle rispettive società».

Quali sono state le reazioni degli attori coinvolti?

«Noi continuiamo a considerare la scuola come un corpo chiuso, perciò ci poniamo unicamente il problema di come abbia reagito al suo interno. Non si riflette invece su quanto essa sia fondamentale per lo sviluppo di tutto il paese. Vedo che continua a regnare un atteggiamento, del tipo: “I problemi della scuola riguardano i bambini, le famiglie e gli insegnanti”. Questa è la cosa che continua a colpirmi di più; a questa logica allora rispondo che questi attori hanno risposto come hanno potuto, anche mettendo in campo strumenti per i quali non erano preparati, così come l’intera nazione non era pronta alla pandemia. Questo è un paese che per dieci anni non ha investito non solo nella scuola, ma nelle sue infrastrutture fondamentali: incolpare la scuola dell’impreparazione del paese mi sembra pretestuoso».

Parliamo della didattica a distanza (DaD): come ha cambiato la scuola italiana?

«Partiamo da un presupposto: noi non abbiamo visto la didattica a distanza, ma una situazione di emergenza in cui i docenti utilizzavano il loro precedente metodo educativo, disegnato sulla presenza, applicandolo allo streaming. Negli anni c’è stato un grosso dibattito sulle modalità della DaD, puntando non ad applicare i vecchi paradigmi ma a rendere virtuose le qualità che gli strumenti telematici ci offrono. Bisognerà lavorarci moltissimo, anche perché le situazioni sono molto differenti: un conto sono i bambini piccoli, un altro sono i ragazzi grandi. Non buttiamo via un’esperienza che è stata importante, che ha visto in tre mesi un salto nella digitalizzazione del paese, solo perché non abbiamo studiato abbastanza. Dobbiamo imparare da questa situazione, anche se nata dall’emergenza e limitata nell’uso di questo strumento».

Cosa possiamo imparare dalla DaD?

«Esiste una varietà di strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione, ma per maneggiarli correttamente occorre avere delle solidissime basi culturali. La scuola non può più rappresentare solo una trasmissione delle informazioni, ma deve insegnare non solo la capacità critica ma anche l’uso degli strumenti che il tempo ci offre. La maggior parte dei ragazzi sono abituati da anni ad usarli, mentre i loro insegnanti sono nati in un altro secolo, con diversi modelli di trasmissione del sapere così come della vita sociale. Dovremo essere critici su questi strumenti e non legarli solo al contesto emergenziale, perché altrimenti questa esperienza complessa e faticosa non sarà servita a nulla».

Nella ripartenza di settembre immagino fossero tanti i problemi a cui mettere mano: a cosa è stata data la priorità?

«Io sono convinto che durante le fasi critiche sia necessario accentuare la partecipazione delle persone. Abbiamo ribadito che il concetto base è quello di autonomia scolastica, dentro un quadro di coordinamento nazionale e regionale. A fronte di questo, l’urgenza è che il Parlamento scriva delle normative che permettano una riapertura in autonomia. Ogni scuola dovrà svolgere una verifica della propria condizione: abbiamo scuole di montagna che hanno sin troppo spazio perché mancano i bambini, ma anche scuole di città dove manca lo spazio. Date per assunte le regole date dal comitato tecnico-scientifico, non sapendo quale sarà l’andamento dell’epidemia a settembre dobbiamo mettere i presidi e gli organi collegiali nella condizione di affrontare diverse situazioni. Questo richiede però una grande semplificazione amministrativa: ad esempio, il ministero ha già stanziato fondi per acquistare materiali o svolgere piccoli interventi di manutenzione edilizia, ma finché sarà prevista una gara d’appalto per lavori sopra i 5000€ non si potrà mai arrivare preparati alla riapertura. Con la stessa logica utilizzata nella ricostruzione post-sisma, abbiamo dato sufficiente autonomia alle scuole per agire il prima possibile».

Cosa devono aspettarsi studenti, genitori ed insegnanti dal prossimo anno scolastico?

«Ai correggesi dico quello che vale per tutto il territorio nazionale: le scuole, insieme al Comune, all’ufficio scolastico regionale e gli organi collegiali, si trovino al più presto e comincino a verificare la condizione dei loro edifici, classe per classe. Credo che si debbano aspettare ciò che loro saranno in grado di fare, partecipando tutti alla vita della scuola. Ciò che noi abbiamo chiesto al governo è di semplificare al massimo le norme e di garantire le risorse e gli strumenti per far sì che le scuole possano riaprire. Il mio atteggiamento, formato dall’esperienza del terremoto, è molto chiaro: non ci può più essere l’idea che i cittadini stiano ad aspettare le risposte del governo; l’esecutivo deve mettere le persone nelle condizioni di prendere le loro decisioni, di gestire la propria scuola.

La scuola può vivere solo con la partecipazione delle famiglie, degli insegnanti e della società.

Si devono anche sviluppare di più le attività legate al territorio: lo sport, la musica, l’arte e la vita istituzionale della propria terra sono aspetti fondamentali della formazione dei bambini e dei ragazzi; bisogna fare dei patti educativi di comunità, come in Emilia Romagna siamo capaci di fare, anche per dimostrare a tutto il Paese che fra le istituzioni locali, la scuola e le attività produttive c’è una continuità, altrimenti continueremo ad affrontare il problema della scuola come un problema interno, quando è un problema di tutta la società. Vede che siamo tornati al punto iniziale?

Credo inoltre che l’Emilia Romagna debba dimostrare che questa idea di una scuola impiantata nella società e nel territorio sia fattibile, perché se non si fa da noi diventa davvero difficile spiegarlo al resto del Paese. D’altra parte abbiamo affrontato così il terremoto, con un’azione collettiva, non aspettando le decisioni di un Commissario venuto da Roma. Poi, come sempre, quello che faranno il ministro e la pubblica amministrazione è tutta un’altra storia».

Matteo De Benedittis, Lorenzo Soldani

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