Il filo degli accordi, La tragica guerra Israele Hamas va fermata

Emanuele Fiano, sessant’anni, architetto laureato al Politecnico di Milano, è il figlio di Nedo Fiano, ebreo deportato ad Auschwitz con tutta la famiglia di cui fu l’unico sopravvissuto. Ha vissuto con la moglie Tamara per un anno in un kibbutz in Israele. È docente di “architettura urbana” ed è libero professionista. Dal 2006 al 2022 è stato deputato eletto a Milano nelle file del PD, in cui ricoprì diversi incarichi. È stato presidente della Comunità Ebraica milanese. Ha scritto nel 2022 “Ebreo – una storia personale dentro una storia senza fine” ed è ora nelle librerie con “Sempre con me – le lezioni della Shoah” edizioni Piemme, presentato al Memoriale della Shoah con Liliana Segre.

Sarà ospite di Primo Piano nell’evento che terremo al Teatro Asioli il 28 gennaio 2024 in occasione delle celebrazioni per il giorno della Memoria.

Ho un senso di terribile oppressione di fronte a tutti i civili morti in questa tragica guerra tra Israele e Hamas. In quella terra insanguinata si scontrano due diritti che hanno le radici nella storia e nei reciproci atteggiamenti. Sono il diritto di Israele e il diritto dei palestinesi ad avere un proprio Stato. E a vivere in pace e sicurezza. Ma Hamas, con la sua natura terroristica e antisemita, esplicitata nella propria carta costitutiva, si pone fuori dalla storia di questi diritti. Non c’è nulla di giustificabile in chi sostiene che gli israeliani si comportano come i nazisti; è un’aberrazione storica, non c’è mai stato nessun piano israeliano per una soluzione finale del popolo palestinese come fu per i nazisti nei confronti degli ebrei. E non c’è nessun futuro per chi si schiera agitando un’unica bandiera e bruciando l’altra. Israele è una democrazia, nella sua storia ci sono stati errori e responsabilità che per esempio i laburisti israeliani non hanno mai negato e hanno cercato di correggere.

Detto questo, l’assalto a Israele da parte di un’organizzazione terroristica come Hamas (lo provano le sue azioni che hanno il solo scopo di terrorizzare), finanziata da uno Stato islamico che vuole distruggere Israele, che vuole imporre la jihad (la guerra santa è scritta nella sua Costituzione), mette lo Stato di Israele di fronte ad una questione più grave di quanto non avvenne per gli USA con le torri gemelle: è in gioco la sua stessa sopravvivenza. La sua reazione militare così violenta non ha lo scopo di terrorizzare, ma di eliminare il potenziale militare di un nemico dichiarato che non ha mai smesso di bombardare i centri abitati di Israele con i propri razzi. Un nemico che a tradimento assalta, rapisce e uccide inermi cittadini israeliani compiendo atrocità mai viste, che per colpire Israele usa i civili palestinesi di Gaza e gli ospedali, e che dichiara di aver bisogno del sangue di tutti i palestinesi (lo ha detto il suo capo dal rifugio nel Qatar). Si può discutere se la reazione di Israele sia da ritenere sproporzionata, per il terribile numero di civili gaziani uccisi, ma io non so in una guerra quanto ci sia di proporzionato. È stato proporzionato il bombardamento di Dresda (rasa al suolo con duecentocinquantamila vittime tra i civili) da parte degli inglesi in risposta al bombardamento tedesco di Coventry (circa milleduecento vittime)? Sono state proporzionate le decine di migliaia di civili morti nei bombardamenti contro Mosul e altre città nella guerra contro l’ISIS? Sinceramente io non lo so. So che sono tragedie devastanti, ma non credo che il giudizio si risolva in una valutazione aritmetica. La vita di un solo essere umano vale l’intero universo. La questione è politica, non aritmetica, e non è di semplice soluzione. Nessuno mi dice come deve reagire uno Stato democratico all’attacco di un’organizzazione terroristica armata fino ai denti con trentacinquemila miliziani, il cui unico scopo è distruggerti ed uccidere ogni ebreo nel mondo, senza per questo uccidere migliaia di civili in mezzo ai quali Hamas nasconde le proprie infrastrutture militari e dei quali si fa scudo.

Ci sono purtroppo fatti che nell’opinione pubblica creano confusione nelle responsabilità. Questo governo Netanyahu non solo è il più a destra della storia di Israele, ma ha al suo interno partiti estremisti e razzisti. I coloni ebrei che in Cisgiordania sono anche stati armati in questi giorni dallo Stato e da parte dei quali si tollerano le violenze verso i civili palestinesi, sono unanimemente condannati dai partiti israeliani di sinistra e moderati, perché sono azioni inaccettabili; ma è altrettanto sbagliato far passare come azioni punitive gli atti dell’esercito israeliano per individuare e colpire le cellule di Hamas che sono attive anche in Cisgiordania.

Io, come tanti cittadini in Israele, sono per riconoscere il diritto di entrambi i popoli ad avere una patria ed uno Stato, e per far questo bisogna restituire i territori illegalmente occupati dopo il 1967. Certo, dopo aver mandato a casa Netanyahu e i suoi alleati. Questo processo, che può iniziare da una tregua, dev’essere accompagnato da una comunità internazionale che isoli Stati ed organizzazioni estremiste. Avrà tempi lunghi, non immaginabili. Oggi i soldati israeliani e i terroristi palestinesi che si combattono a Gaza sono giovani che non hanno la minima consapevolezza di cosa fu la pace di Oslo. Sembrava anche allora impossibile, ma la pace si fa tra nemici. I giovani dei due popoli non sanno nulla del clima di rinascita e di speranza che quegli accordi alimentarono, del benessere civile ma anche economico e culturale che cominciarono a produrre per entrambe “le parti”. Poi Rabin fu assassinato da un estremista israeliano e Arafat finì prigioniero dei fondamentalismi islamici. Oggi io piango le vittime, tutte le vittime, ma occorre riprendere il filo di questa storia interrotta.

Liliana Segre ha confessato di essere angosciata dagli ultimi eventi e dai rigurgiti antiebraici nei Paesi occidentali: le sembra di aver vissuto invano. Bisogna convincerla che non è così. Senza la testimonianza dei sopravvissuti alla Shoah e senza lo sforzo collettivo di riflessione nei giorni della Memoria, saremmo molto più indifesi. Occorre sempre più andare nelle scuole per impedire che le parole che rimbalzano nel web confondano vero-falso-verosimile. Con la consapevolezza che nulla di quanto è stato conquistato è per sempre, ma che libertà e democrazia sono costantemente in pericolo e ogni generazione ha il compito di migliorarle e difenderle. La consapevolezza di questa battaglia continua è il frutto positivo della vita di testimoni come Liliana, e ci dà la forza di continuare ad avere speranza.

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