Il diritto alla salute non è uguale per tutti

Agata Miselli, medico in Tanzania con il Cuamm

Agata Miselli, reggiana, trentacinquenne, dal 2017 vive e lavora in Tanzania. Fa il medico nell’ospedale di Tosamaganga, un piccolo villaggio rurale a 500 chilometri da Dar Es Salaam, dove opera il CUAMM, la nota ONG di Padova con più di settant’anni di storia che si spende per la promozione e la tutela della salute in Africa. Laggiù ha conosciuto Luca, un collega diventato suo compagno.

Agata, che raggiungo via Skype, è figlia di Valerio Miselli, medico come lei, ma in pensione. Valerio, che è stato primario di diabetologia all’ospedale di Scandiano, vive e abita a Correggio da una quindicina d’anni. Ai nostri poliambulatori di via Circondaria lo trovi come vaccinatore Covid volontario. La passione per la professione medica e per l’impegno a favore dei popoli africani è un tratto che sicuramente unisce Agata e papà. Da pensionato Valerio, infatti, si è prestato per diverse esperienze mediche ed educative a Zanzibar, Nairobi, Maputo.

Se penso ai vaccini che si fanno a Correggio, li vedo come il portato di quel diritto alla salute che la nostra Costituzione indica come fondamentale. Un diritto che noi tutti, qui, diamo per assodato. Parlando con Agata mi rendo conto di quanto siamo fortunati. Perché non è così dappertutto.

 

Agata, di cosa vi occupate tu e Luca in ospedale?

«Seguiamo ambiti un po’ diversi: io sono specializzata in medicina interna mentre Luca è pediatra e neonatologo. Io seguo un progetto dedicato ai pazienti affetti da malattie croniche, come ipertensione e diabete: abbiamo implementato un servizio innovativo per migliorare la qualità delle cure e la formazione del personale su queste malattie, prima neglette e ora sempre più frequenti».

 

Ho letto che il Covid non ha colpito particolarmente in Tanzania. Qual è la vostra esperienza? 

«La nostra esperienza col Covid ufficialmente è terminata a Maggio 2020, quando, nonostante l’evidenza di numerosi casi sospetti, il presidente ha dichiarato il paese libero dal Covid. Da allora sono state abolite le misure per prevenire il contagio e tutti i test diagnostici… lo stesso presidente è morto a marzo di quest’anno in circostanze molto dubbie, ma la versione ufficiale è che sia morto per problemi cardiaci».

 

Quindi voi da maggio 2020 non potete fare tamponi?! Ma avete avuto casi?

«La mancanza di test per la conferma diagnostica ci impedisce di fare considerazioni precise, ma grossolanamente abbiamo assistito a due picchi di mortalità della popolazione generale, il primo tra aprile e giugno dell’anno scorso, il secondo tra gennaio e marzo di quest’anno. Molti uomini adulti, per lo più sopra i trent’anni, hanno sofferto di polmoniti con gravi insufficienze respiratorie. Abbiamo perso anche alcuni colleghi, un chirurgo generale ed un tecnico di laboratorio. Ciononostante, considerata la totale assenza di misure di protezione, avremmo potuto aspettarci molto peggio».

 

Qual è stata la reazione al Covid e alla decisione del presidente, lì in ospedale e nella gente comune?

«In ospedale, grazie al supporto del CUAMM, alcune misure di protezione dei pazienti e del personale sanitario sono state prese in linea con le direttive OMS. Dopo l’intervento del presidente però la situazione si è fatta più tesa, e devo riconoscere che ho percepito una generale solidarietà rispetto alle decisioni prese. In questo paese, la morte è esperienza comune ma l’isolamento vuole dire abbandono: le strutture e lo staff sanitario non sono in grado di assistere dignitosamente pazienti che necessitano di spazi di isolamento e personale dedicato, la grossa paura era che questi pazienti venissero trascurati».

 

Facciamo un passo indietro: com’era la situazione sanitaria in Tanzania prima del Covid?

«La Tanzania è un paese in crescita e questo si riflette anche sul sistema sanitario: siamo abituati a pensare alla medicina nei paesi africani come una medicina d’urgenza che deve far fronte ad infezioni acute ma limitate nel tempo. Ora il quadro sta diventando più complesso: le condizioni di vita stanno migliorando, i farmaci per malaria, HIV e tubercolosi, insieme agli altri antibiotici, sono diventati più accessibili, per cui ora emerge la prevalenza di patologie croniche che prima non venivano identificate. Il sistema sanitario locale non è ancora pronto per far fronte a patologie che devono essere seguite nel tempo e le terapie sono quasi sempre a carico del paziente.

Per le malattie croniche le risorse da investire sono elevate e spesso mettono intere famiglie in ginocchio, cosicché i pazienti spesso rinunciano alle cure. In questo contesto si inserisce il progetto per cui lavoro con il CUAMM: offriamo consultazioni e esami diagnostici gratuiti; non avendo fondi sufficienti per coprire in modo sostenibile le terapie farmacologiche di questi pazienti, lavoriamo sull’appropriatezza delle prescrizioni e sull’educazione alla prevenzione delle malattie e/o delle loro complicanze».

 

Come vedi il futuro della Tanzania? Pensi che combacerà con il tuo?

«Sicuramente io e Luca rimarremo fino alla fine del contratto, ma non nascondo che siamo un po’ stanchi… È un’esperienza bella ma totalizzante, e implica pesanti responsabilità. Intanto torneremo a breve in Italia per vaccinarci e ne approfitteremo per riposarci un po’! Per quanto riguarda la Tanzania, il suo futuro, beh, è il presente. Nuove infrastrutture in costruzione, piccoli business che aprono, diffusione di servizi come luce e acqua sono un’esperienza quotidiana. Accanto a questi si sviluppano i servizi pubblici, e il ruolo del CUAMM è anche quello di cercare di influenzare e supportare nello sviluppo di servizi sanitari che non lascino indietro le categorie più deboli, come i miei pazienti diabetici e cardiopatici, ma anche le mamme e i bambini. È un lavoro delicato e difficilissimo, ma anche molto importante. La Tanzania è un paese molto giovane: se la morte è un’esperienza comune, molto di più lo sono le nascite! Nel nostro ospedale abbiamo una media di circa 8 parti al giorno per un totale di circa 2.800 parti all’anno. Sono numeri altissimi».

 

Guardando agli anni in Tanzania, cosa diresti che ti abbia lasciato maggiormente questa esperienza?

«Penso di aver vissuto amplificate le responsabilità, i limiti ma anche le soddisfazioni del lavoro di medico. Lavoro qui da tre anni e mi sembra di averci lavorato per trentatré. Mi porterò a casa una lezione di crudezza e concretezza, la stima che ho sviluppato per i miei colleghi medici tanzani, per la perseveranza che mostrano nell’indossare il camice bianco tutti i giorni; mi porterò a casa tantissime delusioni e la consapevolezza che ho vissuto una vita privilegiata, e che è per me un privilegio poter scegliere dove lavorare. Mi porterò, spero, un chicco di speranza che, anche se ora mi sento un po’ stanca e demoralizzata, ritroverò gli stimoli e il supporto per scegliere ancora di occuparmi dei più deboli».

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