Il cantante e la sua città

news giugno 2015

Il cantante e la sua città

I primi concerti, il sogno del Campovolo, il “ricatto” degli amici. Luciano Ligabue si racconta a Primo Piano.

Incontrare Luciano è sempre un piacere. È la seconda volta che lo intervistiamo (la prima avvenne per la stesura del libro “Correggio Mon Amour”) e l’incontro, come allora, si è presto tramutato in una chiacchierata piacevole e coinvolgente. Le domande sono diventate presto uno spunto per lunghi racconti o dettagliate riflessioni sull’arte della canzone. S’è deciso, d’accordo con gli altri curatori di “Correggio Mon Amour”, di riprendere la conversazione, iniziata nel 2008, sui luoghi correggesi più legati alla sua formazione e alla sua ispirazione.

Luciano ci accoglie, puntuale, in corso Mazzini, nella sede di Ligachannel.

L’occasione di questo incontro sono i 25 anni di carriera, che festeggerai a Campovolo il 19 settembre. Per cominciare, però, vorremmo fare con te una specie di “viaggio nel tempo”. Oggi è il 26 maggio 1990. Il tuo primo album, “Ligabue”, è uscito da pochi giorni. Come vivi questi momenti? Cosa ti aspetti dal tuo futuro?

«In quel periodo c’era molta eccitazione e molta “compressione” nella mia vita, perché ero candidato fra gli indipendenti del Pds alle elezioni comunali ed ero anche responsabile dell’Arci Spettacoli di Reggio Emilia, con tutta la programmazione dell’estate da curare. Nel frattempo l’album era uscito e cominciavo a trovarmi di fronte a delle scelte. “Balliamo sul mondo”, nella sua semplicità, è il ritratto fedele di come ero io in quel periodo. Avevo già trent’anni, ero sottoposto a una serie di impegni e di sollecitazioni di vario tipo e non sapevo ancora come sarebbe stato il mio futuro. Questa canzone è l’iperbole di un incontro erotico, in cui si vuole pensare che, almeno, dalla vita si è provato a trarre tutto il possibile. Dopo di che, se ce la fai o no, lo vedrai».

Facciamo, ora, un salto all’oggi, cioè al tuo ultimo lavoro, il CD “I campi in aprile”, che hai voluto donare alla Resistenza e al Comune di Correggio. Cosa ci dicono, ancora oggi, i cippi? Quali storie hanno da raccontarci?

«Io sono attento all’ironia della sorte. Mio padre, ateo convinto, è morto l’8 dicembre, giorno dell’Immacolata Concezione. Mio nonno, antifascista, è morto di 25 aprile. E un giorno mi è capitato di fermarmi davanti a un cippo, proprio grazie a una combinazione: il mio nome, Luciano, di fianco al cognome di uno scrittore che ha rappresentato tanto, non solo per me: Tondelli. Luciano Tondelli, il nome di un ragazzo morto a diciannove anni, dieci giorni prima della Liberazione. È lì che è venuto lo spunto per la canzone. Ho pensato che, per un ragazzo di adesso, fosse importante provare a mettersi nella pelle di un coetaneo che ha detto, semplicemente: “Ho 19 anni, decido di rischiare la mia pelle -e ce la lascio- per una libertà di cui non ho potuto godere”. Ho provato a fare la cosa più popolare e, se possibile, più “utile”. È anche per questo che ho chiesto al Comune di Correggio di poter donare, materialmente e fisicamente, questo CD (distribuito gratuitamente il 25 aprile al concerto Materiale Resistente 20.15, al Parco della Memoria; n.d.r.). Perché, nella mia testa, questa canzone una funzione la può svolgere. Così come l’hanno svolta, molto bene, i “Racconti dei cippi”, di Lorenzo Favella».

Luigi Levrini
con Barbara, Guido,
Mariachiara e Rosanna

Leggi l’articolo completo su Primo Piano di Giugno 2015

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