Il cambiamento climatico? Problema d’altri

Quella breve memoria che ci frega

Neanche due anni fa ho fatto girare fra gli amici la foto di cui sopra. Tutta gente di una certa età, ma ancora ben presenti con la testa. Bene, non tutti hanno riconosciuto il cinema Cristallo di Correggio. Eppure ci erano andati, o almeno passati davanti tante volte. Nessun ricordo della prima nazionale del film “Radiofreccia” (ottobre 1998, tre giorni di programmazione continua, quello che si dice “un evento”), ignoto il nome, a nulla giovando che è lo stesso della pizzeria da asporto che ci sta ancora oggi di fronte, e diventata così toponimo per archeologi nostrani (come l’ancor nota località “i Cappuccini”, oppure via del Lazzaretto).

L’episodio mi è tornato in mente quando in occasione del recente Cop26 di Glasgow, è tornata fuori la domanda: come mai il cambiamento non viene avvertito? La risposta ovvia è che il cambiamento è graduale ma talmente impercettibile che solo in rapporto a tempi lunghi assume rilevanza. Tempi troppo lunghi per rimanere dentro la memoria del singolo individuo, così da fargli avvertire la gravità della situazione.

Il meccanismo ha un nome (sindrome di Pauly), e si può meglio definire come “slittamento della linea di riferimento”. Per poter misurare quanto un cambiamento sia avvenuto nel corso del tempo, si confrontano nella mente due immagini, la prima sarà ovviamente di oggi, ma quella precedente? Bene, per la memoria ambientale, ulteriori ricerche (Fabio Deotto, L’altro mondo – Bompiani) hanno individuato tale limite in circa cinque (cinque!) anni. Un po’ meglio se la cavano scienziati, che individuano il riferimento nell’inizio della loro carriera professionale. Ecco perché non sentiamo più dire “qui una volta era tutta campagna”: era sparita già molto prima, e con essa la sua immagine. Così il cambiamento, già avvenuto in modo sostanziale, non ha modo di essere avvertito dalla gente comune perché il confronto avviene con una situazione troppo recente, già deteriorata. È l’esempio della rana messa lentamente a bollire, citato da Telmo Pievani al teatro Asioli nel recente incontro promosso da Primo Piano.

E sono gli abitanti del luogo i meno consapevoli del cambiamento avvenuto proprio a casa loro. Jared Diamond (Collasso – Einaudi) cita sé stesso, tornato dopo quarant’anni nel Montana dove passava le vacanze estive da bambino: trova completamente sparita la neve che ricordava coprire tutti i monti intorno, diversamente dalla percezione degli abitanti locali.

Se non bastano i dati a disposizione per avvertirci del cambiamento già avvenuto, è anche per la nostra difficoltà ad accettare il concetto di “fine”. L’esperimento realizzato (rivista NeuroImage – 2019) ha evidenziato che i nostri cervelli sono programmati per non farci pensare continuamente alla morte: sono cioè perfettamente in grado di comprendere che la vita ha un termine, ma più propensi a pensarlo riferito agli altri, piuttosto che noi stessi.

Fatto tutt’altro che negativo. Scansare il pensiero di “fine” ha allontanato pensieri funesti e consentito di guardare con fiducia al futuro: in breve, ha consentito il progresso. Adesso però ci gioca contro: arriverà anche il disastro ambientale, l’apocalisse planetaria, ma finirà per riguardare gli altri. Io me la caverò, garantito.

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