Il bio cresce bene, ma occhio alle illusioni dell’oltre

L’agricoltura biologica, così come i prodotti derivati dalle sue produzioni, continua la sua importante fase di crescita, diffusione ed apprezzamento da parte dei produttori. Nel corso degli ultimi anni ciò è avvenuto anche grazie alla ricerca ed alla divulgazione tecnica, evolutasi anche grazie al progetto regionale di lotta integrata, basti pensare all’uso delle trappole a feromoni o il lancio di insetti utili. Oggi in Italia vengono coltivati con questo metodo quasi il 16% della superficie agricola, quasi il doppio rispetto alla media Europea. L’Emilia Romagna, coltivando l’8% della sua superficie agricola secondo i disciplinari Bio, è la quinta regione per importanza su questo fronte; la media della nostra provincia sale addirittura al 9,72%. L’Unione Europea definisce l’agricoltura biologica come “un metodo agricolo volto a produrre alimenti con sostanze e processi naturali”. Il suo impatto ambientale è limitato in quanto basato sull’utilizzo delle risorse naturali in modo responsabile, con particolare attenzione alla salvaguardia della biodiversità ed alla conservazione degli equilibri ecologici e di fertilità del suolo. L’agricoltura biologica, che interessa sia le colture arboree che erbacee oltre agli allevamenti, è regolamentata a livello europeo in modo chiaro ed univoco: la certificazione delle produzioni in Italia è affidata a ventuno enti certificatori che, ogni anno, controllano tutte le aziende e le loro produzioni, validandone l’operato secondo i criteri previsti in ambito comunitario. I consumatori sono sempre più attenti a questa tipologia di produzioni, anche se sembrano ancora lontani dal conoscerne a fondo le peculiarità e le caratteristiche che sicuramente meriterebbero di essere approfondite. Recentemente per esempio abbiamo assistito ad un acceso dibattito istituzionale che contrapponeva l’agricoltura biologica a quella biodinamica, due scuole di pensiero che non devono essere confuse. L’agricoltura biodinamica in effetti viene molto spesso equiparata a quella biologica, se non addirittura considerata una forma di coltivazione naturale ancora più evoluta, pur essendo una cosa differente nonostante per tanti aspetti perfettamente collimante. A favore della lotta biologica giocano sicuramente le solide basi scientifiche che la supportano e che offrono garanzie di credibilità nei confronti del consumatore. Ad offuscare la credibilità dell’agricoltura biodinamica permangono quelle pratiche, tutto sommato innocue ma come minimo definibili strane se non addirittura esoteriche, che finiscono per invalidare anche i principi più nobili. In Italia l’agricoltura biodinamica interessa lo 0,11% della superficie agricola utilizzata.

 

Il cornoletame, dove sconfina la credibilità

La nascita dell’agricoltura biodinamica è attribuita a Rudolf Steiner, che sosteneva che una fattoria non solo dovesse essere in primo luogo “biologica” ma fare ricorso ai cosiddetti “preparati”. L’ormai famosissimo “cornoletame”, divenuto il simbolo di questa singolare agricoltura, è l’esempio più classico: si tratta di un corno di vacca, che abbia partorito almeno una volta, da farcire di letame ed interrare, alla profondità di almeno ottanta centimetri, il giorno di San Michele. Il corno verrà lasciato fermentare durante l’inverno e, verso Pasqua, verrà estratto dal terreno per essere poi miscelato con acqua attraverso una particolare procedura. Il liquido così ottenuto andrà distribuito in campo, di pomeriggio, e sarà in grado di incrementare la resa produttiva del terreno. Oltre a questo preparato ne esistono altri ugualmente strani e che molto probabilmente rendono questa agricoltura una sorta di omeopatia vegetale, meno credibile di quanto effettivamente sia.

Condividi:

Rubriche

Torna in alto