I nostri fantasmi

Al mio apparire alcune ombre furtive si dileguano lasciando un cartoccio e una bottiglia di birra ormai vuota. Meglio così. Le mie ombre saranno meno in soggezione. Il freddo fa rabbrividire.  Meglio così. Non distinguerò i brividi di inquietudine. Perché, diciamocelo francamente, non è da tutti intervistare dei fantasmi. Eccoli, puntuali come fantasmi svizzeri. Sono un gruppo numeroso, e si sono fermati lontano dai lampioni. Solo due mi vengono incontro, come capitava agli esploratori con gli indiani delle praterie.
Ringrazio il primo fantasma. È lui che ha accettato di organizzare questa intervista. L’ho incontrato per caso una sera al bancone degli “Spiriti Allegri”, in piazza San Quirino, che si faceva uno spritz. Aveva l’aria di uno dei tanti fantasmi che il venerdì tirano tardi: «Sai, frequento questo bar da quando la nuova gestione ci ha evocato; i ragazzi sono stati veramente gentili.»

D – Grazie di essere venuti, “Dudòun”. Lei è diventato mitico come primo correggese igienista della storia. Mi sembra più pallido degli altri fantasmi (che pure non scherzano). Davvero impressionante. Come mai?
R – Anche in vita avevo sempre una divisa bianca, immacolata, quando facevo ginnastica in piazzale Carducci o zone attigue. Eppure mi accusavano di non essere “bel bianco” e mi chiamavano “al màtt Dudòun”, pensa te che contraddizione! Ero l’unico a fare yoga a quei tempi, mentre gli altri correggesi stavano in fila in braghette e canottiera a farsi dare gli ordini da uno sfigato nominato salutista dal regime: e il matto sarei io?
D – Beh, visto che lei anche d’inverno faceva il bagno nudo nel canale gelato dopo avere personalmente rotto la crosta di ghiaccio…
R – E allora? Siccome lo facevo solo io ero un matto, adesso chi va in Islanda si diverte a fare la stessa cosa per poterlo raccontare agli amici! Il mio problema è stato che prima di tornare a Correggio avevo girato il mondo, soprattutto la Svizzera e l’Inghilterra, e sapevo le lingue. Per questo ero più avanti! Ma lo sai che nel corner di Hyde Park anch’io ero salito sullo sgabello e avevo tenuto i miei discorsi? Così mi sembrava naturale la domenica fare la stessa cosa davanti a San Sebastiano a mezzogiorno
D – Capisco, però lei esordiva regolarmente con «A si tòt di vilàn nimei c’an capì gnint»!
R – Scaldavo il pubblico, che infatti accorreva numeroso a farsi dare dei vilàn nimèi. E poi applaudiva sinceramente per le mie critiche ai poteri locali. Perché il popolo ha diritto ad essere ignorante ma  chi lo rappresenta no! Peccato che ogni domenica arrivassero anche i carabinieri e mi portassero dentro
D – Insomma lei era uno spirito libero
R – Libero il lunedì, quando mio fratello “Nacio”, che era il capo delle camice nere di Correggio, mi tirava fuori: anche la fama di matto aiutava. Lo sai vero che dopo la caduta del regime mio fratello è stato ucciso?
D – Lo so, questa è storia. Lei ha anche scritto degli opuscoli diciamo così filosofici. Li chiamava spiritosamente “Dal Manicomio”. Mi dica dello yoga: a Correggio cento anni fa non dovevano essere in molti a coltivarlo
R – Nessuno. Io sono stato il primo a occuparmi di zen e filosofie orientali. Del resto non avrei potuto eseguire i miei lentissimi esercizi puntualmente ogni giorno dell’anno, tanto in mezzo alla neve come sotto la canicola, se non fossi stato in grado di sollecitare il saki, controllare il respiro, cancellare le sensazioni sensoriali
D –  Un salutista tibetano negli anni trenta a Correggio! E’ un vero scoop. Ma che cosa meditava?
R – Quando mi risvegliavo dalla meditazione non mi ricordavo più niente, ma dovevano essere cose profondissime, connesse al mio karma. Comunque è un dramma essere in anticipo sui tempi. Adesso tante persone dalla mezza età in su, soprattutto femmine, per fare yoga addirittura pagano, e nessuno le ritiene “màti”. E quando escono dall’esercizio hanno tutte le sensazioni sensoriali indolenzite, il saki che le ingiuria e il karma sotto i piedi.

L’altro che si è fatto avanti è un fantasmino azzimato. Quando lancia con forza insospettabile il suo grido di battaglia lo riconosco subito.

D – Lei è il “Bue”! Di lei i correggesi ricordano questa frase che urlava per la piazza trainando in bicicletta un carriolo oppure nella notte fonda al ritorno dall’osteria: «Acqua alle rose e vino al Bue». Quel messaggio etilico, che le concedo è assai più intrigante di “a ghè al strasèr” o “dòni, a ghe al mulèta”, è ancora oggi uno dei miti di Correggio
R – Strano destino il mio. Qualcuno pensa che io sia stato un ubriacone per vocazione, qualcun altro per debolezza. La verità è che invece lo sono diventato per bisogno. Una volta un compagno di lavoro mi ha versato per scherzo nel bicchiere della soda caustica che mi ha rovinato lo stomaco e da allora non ho più potuto mangiare cose solide. Mia moglie, finché c’è stata, mi preparava minestre e brodini, ma una volta rimasto solo ho dovuto ripiegare sul vino: liquido e ricco di calorie.
D – Non lo sapevo, sono contento di farle un po’ giustizia. Ma perché la chiamavano “Bue”, lei che è così mingherlino?
R – Il mio cognome. Sempre questione di destino: c’è chi diventa “il Liga” e chi “il Bue”
D – Si racconta che lei ha fatto una fine triste
R – Le fini sono sempre tristi. Ma anche qui il mio destino è stato strano. I miei ultimi anni sono passati in pace in un ospizio. Sai cosa facevo per passarmi il tempo? Non ci crederai: il giardiniere! Ho finito per dare davvero acqua alle rose!
D – Come mai lei è diventato un mito?
R – Quegli anni sono stati un po’ smisurati. Correggio era una città che la gente tendeva a sopravvalutare, i suoi abitanti si raccontavano di avere caratteri unici e sbalorditivi, la sete e la fame di allora si ricordano sconfinate. Tutto l’opposto di adesso, se mi consenti, che Correggio voi tendete a sottovalutarla, la sete e la fame sono state svilite dalle mode, e insomma molti di voi mi sembrano perennemente depressi o incazzati o annegati nel web
D – Di acqua ne è passata sotto i ponti
R – Lascia pure che scorra, io preferisco il vino!

Grazie, cari fantasmi. Passare per proverbio in un paese non è quasi mai un buon affare. Ma è anche da questo che si riconosce un paese. Perché vanno bene le memorie civiche di persone importanti (se mai ce ne fossero) ma ancor di più la comunità si riconosce nei suoi miti popolari. Pròsit!
Il gruppo saluta e prende per porta Reggio: tanto in giro non c’è proprio nessuno e il corso, come sempre di domenica pomeriggio e di notte, è abitato solo dai fantasmi.

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