I tanti volti della povertà, in pandemia

Marzocchini: conoscerla e combatterla tutti insieme

In questi giorni ricorre il primo, e speriamo ultimo, “anniversario” dell’inizio della pandemia, almeno in Italia. Un anno fa ci chiudevamo in casa per provare ad arrestare la furia del coronavirus.

La pandemia che stiamo attraversando è come uno tsunami: una prima ondata devastante si è abbattuta sul nostro paese all’improvviso, poi una seconda ondata più lunga e diffusa, che ci ha trovato tuttavia più preparati; chissà se arriverà anche la terza, temibile ondata. Tra una curva dei contagi e l’altra, però, iniziano a venire a galla i primi effetti a lungo termine: disagi economici, psicologici e sociali stanno emergendo con sempre più clamore, sollecitando l’attenzione delle istituzioni pubbliche e delle opere di carità.

Ne parliamo con Gianmarco Marzocchini, vicesindaco della nostra Correggio con delega al welfare, ma anche operatore nella Caritas reggiana. Ci siamo confrontati rispetto a quelle che sono le diverse povertà generate dal Covid.

 

Gianmarco, dati i tuoi incarichi, sei un osservatore diretto delle povertà legate a questa pandemia. Quali sono le nuove fragilità che stanno emergendo?

«Lo scorso anno è stato impegnativo per tutti, ma ovviamente in modo particolare per le fasce più fragili della popolazione. Per questo, insieme ad alcune povertà nuove, ci sono povertà “cicliche” che stanno venendo a galla. Penso ai nuclei monogenitoriali, alle persone sole e ai papà separati che già in condizioni normali hanno una stabilità precaria e il Covid ha ulteriormente minato, in mancanza di una rete parentale di aiuto.

Ci sono, seppur in misura minore per il momento, anche famiglie non note ai servizi sociali che magari da due stipendi sono passate a uno ed iniziano a trovarsi in difficoltà: un po’ perché probabilmente in prima battuta, per far fronte all’’emergenza, si attinge ai risparmi e un po’ per un senso di “vergogna” nell’esporsi, questi nuclei famigliari fanno più fatica a richiedere gli aiuti di cui hanno diritto.

Poi ci sono le persone con disabilità e le loro famiglie, che con la chiusura e la difficoltosa riapertura dei servizi hanno sofferto e soffrono ancora una grossa solitudine nelle loro situazioni di bisogno. Se per tutti è stato difficile rimanere a casa durante il lockdown, così come affrontare i periodi di zona rossa e arancione, pensiamo a quanto si siano trovate in difficoltà le famiglie con persone disabili, nel non aver appoggio psicologico e sociale esterno per i propri ragazzi.

Anche gli anziani hanno sperimentato situazioni estremamente problematiche, specie se privi di rete famigliare: in questo però l’assistenza domiciliare non si è mai fermata, sia in presenza che al telefono. Pensiamo all’iniziativa del Telefono D’Argento, che è stato attivato per i bisogni di queste persone e che ha fatto un po’ di tutto; supporto informativo, per la spesa e le diversi necessità, ma anche aiuto psicologico facendo compagnia agli anziani soli.

Infine ci sono tutte le povertà educative e relazionali: in tanti contesti la pandemia ha colpito le relazioni oltre che l’aspetto lavorativo delle persone».

 

Se pensiamo all’educazione viene in mente principalmente la Didattica A Distanza, che i ragazzi continuano a sperimentare anche in questi mesi. Quali sono le altre problematicità che ha fatto emergere la pandemia?

«Certamente la DAD ha fatto emergere grosse disuguaglianze e difficoltà anche da parte nel contesto famigliare: pensiamo a chi, durante il lockdown, aveva più figli connessi contemporaneamente senza la capacità di garantire ad ognuno il supporto adatto per seguire la didattica. Sono situazioni in cui si è creata una disparità tra i ragazzi, anche se devo dire che tanti materiali sono stati forniti, in numerose occasioni, su iniziativa pubblica o privata.

In più non bisogna sottovalutare tutte quelle situazioni in cui la quarantena ha acuito tensioni famigliari, soprattutto a discapito dei minori. Penso in generale ai fenomeni di violenza domestica, sensibilmente aumentati proprio nella scorsa primavera. Rispetto a questo, abbiamo sperimentato che con le misure di isolamento e lockdown sono venuti un po’ a mancare i contatti più regolari con le famiglie che i servizi sociali hanno in carico. Questo allontanamento contribuisce a tenere nascoste alcune dinamiche e situazioni di disagio che dovremo essere bravi a far emergere».

 

Quali sono altre situazioni nascoste, che non si sono ancora manifestati del tutto?

«Altri fenomeni imminenti a cui ci dobbiamo preparare sono l’aumento delle morosità e della disoccupazione: con il blocco dei licenziamenti e degli sfratti non sono ancora emerse tutte le conseguenze del Covid, ma dovremo rispondere ad un’emergenza importante da questo punto di vista.

Il lavoro in nero è un’altra realtà complessa da intercettare che, con il coronavirus, è ancora più nascosto: lo stesso vale per il fenomeno del gioco d’azzardo che, essendosi spostato online con la chiusura delle sale da gioco, diventa più difficile da tracciare e contrastare».

 

Il Covid ha scosso anche sistemi e prassi che davamo per assodati: quali sono gli ambiti che si dovranno ripensare dopo la pandemia?

«Sicuramente si dovrà fare una grossa riflessione sui servizi sanitari del territorio: penso alla medicina di base e di gruppo, al ruolo dei medici di medicina generale che abbiamo particolarmente riscoperto in questo frangente, sia per quanto riguarda chi li governa e coordina che per quanto riguarda la pressione di richieste.

Sicuramente anche i servizi per gli anziani da questa esperienza ci pongono delle domande: dal rapporto con i parenti, le loro visite, e forse una eccessiva “sanitarizzazione” che si è sviluppata negli ultimi anni. Tutti temi che necessitano di riflessioni.

In generale, penso che il Covid sia stato un terremoto per tanti servizi, che probabilmente erano già pericolanti. Abbiamo però osservato tanta creatività nel rispondere all’emergenza, penso per esempio a chi ha ripensato il servizio domiciliare con un’assistenza telefonica: questo può dare una spinta per rivedere e attualizzare tanti servizi».

 

Anche se è un termine un po’ pericoloso di questi tempi, cosa è emerso di positivo dalla pandemia?

«Una delle note più positive è l’associazionismo, emerso con tutta la sua importanza e forza.

Tante persone si sono attivate, tramite associazioni ma anche singolarmente, per mettersi a disposizione per chi si trova in situazioni di bisogno. Il volontariato ed il terzo settore sono una vera e propria antenna di ascolto dei cambiamenti della società e delle nuove povertà emergenti».

 

Dopo un anno di Covid, questa è l’aspetto più significativo che la pandemia ci ha lasciato: essere consapevoli che siamo una comunità e che siamo profondamente interconnessi.

Accorgersi degli altri, delle necessità e difficoltà anche più nascoste è compito e responsabilità delle istituzioni, dei servizi ma interpella anche i singoli cittadini. Tra le tante e più recenti iniziative a questo proposito, ricordo quella del Banco Farmaceutico che, come ogni anno, nella settimana dall’8 al 15 Febbraio ha promosso la raccolta di farmaci per le persone in difficoltà economiche.

La pandemia non è ancora archiviata, la speranza è che sia sempre più contagiosa e creativa anche la solidarietà.

In quattro farmacie tra San Martino, Prato e Correggio sono stati raccolte più di 450 confezioni di farmaci per le persone in difficoltà. Il dato è in linea con quello dell’anno scorso, quando la raccolta è avvenuta in uno degli ultimi weekend pre-Covid, segno quindi che la pandemia non ha fermato la generosità deI concittadini.

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