I nuovi robot e il nostro futuro

Una serata di successo voluta da Primo Piano

I giornalisti Massimo Gaggi, inviato del Corriere della Sera negli USA, e Riccardo Staglianò, corrispondente di Repubblica, coordinati dal direttore del telegiornale di Telereggio Gabriele Franzini, hanno incontrato la sera del 5 giugno un attento e numeroso pubblico nel cortile del Palazzo dei Principi.
L’appuntamento, organizzato dal nostro Circolo Primo Piano, recava il titolo “Robot, intelligenza artificiale e noi – Quale futuro per lavoro, economia e società”. Entrambi i relatori sono autori di libri-reportage molto interessanti sul tema in oggetto, affrontato in un’ottica decisamente internazionale.

Il dibattito ha riguardato sia le incredibili prospettive dell’innovazione robotica (in cui la Cina ha ormai superato gli USA) che i rischi di rapida estromissione dell’uomo da una serie di attività non solo manuali ma, sempre più, anche intellettuali: UBER già elimina migliaia di taxisti, la prossima guida automatizzata delle auto cancellerà milioni di camionisti.

Oltre agli straordinari progressi nella chirurgia, nella medicina, nella meccanica, nei servizi, quindi, c’è il rovescio della medaglia che non è rappresentato solo dall’eliminazione della privacy e dai problemi etici connessi alla manipolazione genetica, ma anche dalla marginalizzazione del lavoro umano con l’ampliamento ulteriore della forbice tra pochissimi ricchi e moltissimi poveri.

In questo caso si può immaginare il collasso della domanda di prodotti e di servizi che ha alimentato il sistema economico negli ultimi settanta anni: obiettava un collaboratore di Henry Ford “se per assurdo i robot della tua fabbrica sostituissero tutti i lavoratori, chi comprerà le auto che loro faranno pur a costi stracciati?”
Non solo: avremmo il contemporaneo crollo del sistema fiscale e contributivo che finora ha finanziato il welfare per tutti i cittadini (sanità, scuola, pensioni), e che sarebbe ovviamente declassato ad assistenza per miliardi di poveri. L’illusione libertaria, l’alba di un mondo migliore profetizzata dai pionieri della Silicon Valley ha ceduto il passo ad una realtà ben diversa.
Le cinque “big tech” (Google, Facebook, Amazon, Apple, Microsoft) sono diventate dei grandi monopoli che dominano l’economia mondiale e condizionano le nostre vite.

Muovono fatturati enormi, con bassissimi livelli di occupazione. Ora i più grandi manager della internet-economy cominciano a rifletterci; capiscono, a loro volta, che una ideologia ferocemente liberista non funziona. Erano presenti tra il pubblico numerosi titolari di imprese correggesi di rilievo, alcune delle quali avevano sostenuto l’iniziativa come sponsor.
Francesco Veroni della omonima azienda alimentare e Alessandro Spaggiari della Spal – Automotive hanno posto domande e riflessioni ai relatori, così come il neurochirurgo Marco Ruini, esperto di neuroscienze.

I due giornalisti hanno cercato di indicare la strada per un nuovo sistema di regole, di fiscalità e di garanzie democratiche: dovere degli stati più evoluti è mantenere il proprio ruolo di redistribuzione sociale, condizionando le linee di sviluppo del progresso tecnologico. La storia ci dice che le rivoluzioni economiche generano sempre perdita di valore del lavoro e forti diseguaglianze sociali: dopo la rivoluzione industriale dell’ottocento ci vollero settanta anni per tornare ai livelli salariali di prima.

Ciò avvenne in presenza di forti contrasti sociali (il “luddismo” se la prendeva direttamente con le nuove tecnologie distruggendo le macchine responsabili dell’espulsione dal lavoro di migliaia di operatori nelle filande e nelle manifatture) e grazie alla nascita di sindacati, partiti, movimenti d’opinione che portarono a legislazioni in grado di imporre regole al libero corso dell’industrializzazione.
Così il compito che attende oggi la politica non è quello di demonizzare le nuove tecnologie, ma di indirizzarle e governarle con nuovi strumenti.

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