I giorni della merla, il detto da freddo

I nostri nonni, che non hanno avuto la sorte di essere distratti da telefonini e social nell’osservazione della realtà, si sono sempre dimostrati grandi scrutatori del comportamento della natura.
Nel corso degli anni ciò ha dato origine a quella infinita serie di
detti popolari, che variano da zona a zona pur restando spesso simili nella sostanza.
A volte queste filastrocche si prestano ad una doppia interpretazione, mentre in altri casi pare che esistano due versioni contrapposte di questi postulati.
Questi proverbi si sono tramandati per decenni e sono rimasti fino ad oggi
profondamente radicati nel nostro territorio.
Purtroppo però, occorre prenderne atto, il rischio che le nuove generazioni inizino sempre più ad ignorarli è concreto: molto probabilmente, un giorno, verranno completamente dimenticati.
D’altro canto concretezza vuole che ad ogni affermazione debba corrispondere un’evidenza e, se questa non esiste, restiamo nell’ambito della fantasia e delle credenze popolari.
A maggior ragione in questo periodo storico di
forti cambiamenti climatici, nel quale sembrano non esistere più nemmeno i famosissimi “giorni della merla”. La conferma che non esistesse nessun supporto scientifico a sostegno di questa teoria sui tre giorni più freddi dell’anno viene anche dall’origine della definizione che, a seconda delle varie regioni d’Italia, assume una genesi differente.
La più diffusa è quella di
una merla femmina, originariamente di colore bianco, che si infilò in un fuligginoso camino per proteggere i suoi piccoli dal freddo atroce degli ultimi tre giorni di gennaio (nel calendario romano erano i primi tre di febbraio).
Inevitabilmente la merla si sporcò al punto che, da quel giorno, il suo piumaggio assunse il colore attuale che lo caratterizza, senza più perderlo.
Altri raccontano, e questa potrebbe essere una versione più verosimile, di un
cannone da guerra chiamato la merla”, che poté essere trasportato da una sponda all’altra del Po grazie al terribile freddo degli ultimi tre giorni di gennaio: in quell’occasione il gelo fu tale da ghiacciare le acque del principale fiume d’Italia.
Il proverbio sui giorni della merla afferma che
quando sono freddi preannunciano una bella primavera, mentre in caso di temperature più elevate rispetto alla norma questa tarderà ad arrivare.
Difficile trovare qualcosa di vero in tutto questo, se non il fatto che il mese di gennaio è stato da sempre il più freddo in assoluto.
Anche negli ultimi quattro anni, in effetti, la media delle temperature minime di gennaio è stata più bassa rispetto agli altri mesi dell’anno, pur con valori che sono scesi di poco al di sotto dello zero centigrado (- 4,04 nel 2019, – 1,7 nel 2020, -1,81 nel 2021 e – 2,16 nel 2022).
Stando ai dati dell’osservatorio correggese del Consorzio Fitosanitario Provinciale, nel gennaio 2019 si è verificata la minima più bassa degli ultimi anni, -9,1°C.
In un anno intero il numero di giorni nei quali le temperature sono scese al di sotto dello zero centigrado sono stati novantanove nell’inverno 2018-2019, settantadue nell’inverno 2019-2020, settantatre nell’inverno 2020-2021 e novantaquattro nell’inverno 2021-2022.
Il fatto che l’entità delle minime non sia più quella di un tempo fa parte invece delle problematiche dei cambiamenti climatici.

Un “Jet Lag” vegetale

La salute delle piante, siano esse erbacee o arboree, dipende anche dalla giusta dose di freddo ricevuta nel periodo invernale.
Ogni pianta ha le sue esigenze, ed è per questo che ci sono piante che meglio si adattano ad un particolare territorio rispetto ad un altro.
Le piante autoctone dovrebbero essere quelle che meglio si adattano alle condizioni climatiche di una particolare zona, oltre che al terreno ed all’ambiente, anche se i cambiamenti climatici in atto molto probabilmente finiranno con l’interferire persino su questo aspetto.
Temperature eccessivamente fredde possono essere deleterie soprattutto per le produzioni, ma anche per la vitalità delle piante e dei loro tessuti: pensiamo alle
gelate storiche, l’ultima delle quali risale al 1985.
Inverni troppo miti sconvolgono il ciclo vegetativo degli alberi, che non necessariamente ne escono del tutto indenni, a maggior ragione quando questa anomalia si perpetua nel corso degli anni come sta accadendo negli ultimi periodi.
Le piante hanno bisogno del freddo invernale, la cosiddetta vernalizzazione, che permette di mantenere sincronizzato l’orologio biologico dei vegetali scandendo il ritmo delle stagioni. Se queste sono climaticamente anomale, il rischio è che anche la fisiologia delle piante venga compromessa.
La vernalizzazione mette in atto una serie di processi fisiologici e biochimici, fondamentali per l’induzione a fiore a seguito del risveglio vegetativo, che avrà luogo una volta terminato il periodo invernale.
Senza il necessario “trattamento” del freddo, le piante possono evidenziare un ritardo o un anticipo nella fioritura ed anomalie nella messa a frutto, che possono arrivare a minare la redditività delle colture agrarie.
I primi abbassamenti termici autunnali stimolano l’entrata a riposo delle piante e delle gemme, mentre quelle invernali favoriscono l’interruzione di questo periodo di dormienza.
Di fatto quindi la vernalizzazione è un efficace meccanismo adattativo che consente a molte piante di non fiorire nei periodi freddi, sincronizzando le fasi vegetative e quelle riproduttive con il giusto susseguirsi delle stagioni.

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