I dolcetti di Leonarda… piacevano da morire

Invenzioni Barbariche

Leonarda Cianciulli si trasferì in corso Cavour a Correggio nel 1930.
Qui, tra il 1938 e il 1941, uccise tre donne: Ermelinda Faustina Setti, Francesca Clementina Soavi, Virginia Cacioppo, divenendo tristemente nota come serial killer, poi soprannominata la saponificatrice di Correggio.
Infatti, durante il processo e in un diario che scrisse in carcere, la Cianciulli raccontò di essersi sbarazzata dei corpi delle sue vittime sciogliendoli nella soda caustica e ottenendone delle saponette e dei dolci da offrire a parenti ed amici.
La donna sostenne che per lei quelle morti erano sacrifici necessari ad allungare la vita dei suoi figli.
A Leonarda Cianciulli fu riconosciuta la semi-infermità mentale.
Recenti studi di esperti criminologi hanno messo in luce una storia completamente diversa. Questo racconto trae liberamente ispirazione dalla versione dei fatti portata avanti dalla Cianciulli e dal suo avvocato.

 

L’Ermelina era una buona donna, a modo suo pure simpatica.
Ma era anche una sognatrice ed un’ingenua e, se i sogni possono rivelarsi delle trappole, l’ingenuità, di certo, non porta da nessuna parte.

Un po’ mi dispiacque doverle fare ciò che le feci. In fondo, non si meritava di finire così, carne da macello, ma, d’altra parte, penso anche che quella credulona sia un poco responsabile di quanto è successo, perché scegliendo di prendere per vero tutto ciò che le raccontavo si rese complice del suo destino.
Andiamo, ma come si fa a pensare che a settanta anni suonati, se sei bruttina e senza nemmeno chissà quale dote, ci sia un uomo che brama dalla voglia di sposarti!
Eppure lei si bevve tutta la storia che avevo imbastito sul mio amico vedovo di Pola che cercava una nuova compagna e al quale mi era venuto in mente di parlare di lei, declamando la sua dolce semplicità.
Quell’inguaribile romantica aveva anche creduto possibile che il mio amico, vista la fotografia che gli avevo inviato, volesse accelerare il matrimonio il più possibile, per non correre il rischio di farsi scappare quell’amabile e tenera signora.

Dolce, cara Ermelina, se solo fossi stata un poco più dura, di corpo e di spirito…

Il giorno fissato per la partenza, ricordo benissimo, che arrivò a casa mia con le gote rosse e gli occhi lucidi dall’emozione, al pari di una qualsiasi ragazzina innamorata. In quel momento pensai che uccidendola le avrei fatto pure un piacere, perché l’avrei rinchiusa per sempre dentro il suo bel sogno d’amore.
Pensateci: non è da tutti finire i propri giorni felici, con il sorriso stampato sulle labbra e il cuore sereno. Quella donna, poi, oltre a tutto ciò e sempre grazie a me, aveva pure la pancia piena dei suoi dolcetti preferiti.

Già, perché per essere certa che mentre mi allontanavo dalla cucina lei rimanesse seduta al tavolo con lo sguardo rivolto in basso, le offrii tè e pasticcini.
L’Ermelina era convinta che uscissi dalla stanza per andare a recuperare la carta per scrivere la lettera che avrebbe portato con sé e imbucato alle amiche al suo arrivo a Pola.
D’altro canto, lei era analfabeta ed io mi ero resa disponibile per farle anche quell’ultimo piacere. In realtà uscii per andare a prendere l’ascia spacca legna.

Rientrando le arrivai da dietro in silenzio.
Il tutto durò soltanto un attimo, perché l’ascia era bene affilata: l’avevo portata io stessa dall’arrotino qualche giorno prima.
Però poi impiegai delle ore per pulire per bene la stanza, perché quella sua testa fece l’effetto di un cocomero che, rotolando a terra dal tavolo, si rompe e sparge semi ovunque.
Del suo tenero corpo, invece, ne ricavai nove pezzi e li utilizzai tutti.

Alcuni li sciolsi con la soda caustica che tenevo sempre in casa per fare il sapone.

Altri li cucinai a lungo nel paiolo e con l’aggiunta di farina, latte, zucchero, uova e tanta margarina ne uscirono dei dolcetti davvero morbidi e deliziosi.

Ne mangiammo sia mio figlio Giuseppe che io, ma ne diedi soprattutto a lui, perché era per lui che li avevo cucinati: servivano per preservarlo dalla morte.
Ma ce n’erano talmente tanti, di quei dolcetti, che per finirli dovetti offrirli anche a tutte le amabili e squisite signore che erano solite venirmi a fare visita.

Cara Ermelina, vorrei scusarmi con te, ma se per un momento dimentico quel tuo animo candido, di fatto acqua e sapone, penso che nei tuoi anni di vita almeno il detto mors tua, vita mea avresti dovuto impararlo.

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