Homo distopiens: profezia dell’apocalisse

L’ultimo CD di Fabrizio Tavernelli

Fabrizio Tavernelli ha fatto centro. Con “Homo distopiens”, il quinto cd della sua carriera solista, l’artista correggese ha raggiunto, a nostro parere, il pieno equilibrio fra sperimentazione sonora e piacere dell’ascolto. Senza contare che, ahinoi!, nonostante sia stato concepito prima della pandemia, il disco ne costituisce, oggi, la perfetta colonna sonora. Incarnazione dell’artista “veggente”, ancora una volta Taver ha saputo anticipare temi e motivi del mondo contemporaneo, vedendoli “prima” e più a fondo degli altri. Per questo motivo la nostra conversazione si è soffermata, oltre che sulle dodici tracce del cd, anche su ciò che sta accadendo intorno a noi e che possiamo aspettarci nel prossimo futuro. Ad accompagnarlo, la stessa band degli ultimi dischi, formata da Marco Santarello, Alessandro De Nito, Marco Tirelli, Lorenzo Lusvardi, che si confermano eccellenti nel dare forma sonora alle vulcaniche idee di Fabrizio. Il disco si può ordinare su internet ed è presente su Spotify e sulle principali piattaforme musicali online.

“Questo potrebbe essere l’ultimo manufatto prima dell’estinzione dell’umanità…”, si legge nella nota che accompagna il cd. Taver, ammettilo, il Coronavirus lo hai inventato tu per motivi promozionali: la coincidenza non può essere casuale, come ogni buon complottista dovrebbe sapere…
«Mi ritrovo a giocarci sopra e calco su titoli e definizioni di profeta, veggente, oracolo, visionario. Detto questo, io stesso rimango sconcertato dal significato che assumono alla luce (o meglio al buio) dell’oggi, le parole, i concetti, i testi dei brani. Le coincidenze però non sono casuali, non sono dotato che io sappia di poteri extrasensoriali-divinatori, piuttosto è sapere annusare l’aria e intuire che il corso disperato/disperante dell’umanità, il suo impatto sul pianeta porta a eventi catastrofici, cataclismi, emergenze. L’arte dovrebbe avere ancora queste facoltà, quella di leggere i diversi piani della realtà, quelli più evidenti, in superficie e quelli più nascosti, in secondo piano, intravisti o percepiti».

Nella prima strofa della prima canzone si parla del “ghiaccio che si scioglie, virus che resuscita nell’aria artica”. L’artista è davvero un veggente, come scriveva Rimbaud?
«Non è però solo questione di frequentazione con il sovrannaturale, maledettismo, elitarismo. L’artista è una spugna che assorbe il non visibile. È dipendente da quella potente droga che è la curiosità. L’artista si guarda intorno e dentro, conosce l’osmosi tra questi ambiti, legge le parole e le immagini e rivela quello che ci sta dietro. Oggi poi gli scenari più sconvolgenti ci arrivano dalla scienza, non da un pazzo in preda a allucinazioni. Quando parlo di virus che resuscita cito teorie che prevedono che con lo scioglimento dei ghiacciai e del permafrost, si possano liberare nell’artico virus e batteri rimasti ibernati per millenni a noi sconosciuti. Termini come “Spillover” “Zoonosi” ci parlano delle pandemie attuali e venture, l’invasione di ambienti selvaggi ci mette in contatto con malattie sconosciute, la manipolazione del DNA praticata nei laboratori è una nuova religione».

Ho scolpito in mente il ricordo di quando sei venuto a consegnarmi il cd a casa, munito di mascherina, pochi giorni prima del lockdown: sembrava davvero di essere in un film distopico, invece era la realtà…
«Ci sono state situazioni sempre più stranianti, come in un film di fantascienza distopica. Mi viene in mente l’auto della protezione civile che passava nelle strade intimando di non uscire di casa. Penso al fatto che in questi mesi siamo stati deprivati del contatto, della nostra socialità. In fondo stiamo scrivendo in tempo reale la sceneggiatura di questo film e siamo allo stesso tempo attori e spettatori di una apocalisse in alta definizione. Come se l’umanità fosse in tensione, in perenne ansia per i prossimi eventi sconvolgenti. Questa attesa è documentata nei manufatti contemporanei, nelle opere d’arte, nei testi filosofici (“Tra le ceneri di Questo Pianeta” di Eugene Thacker, “Iperogetti” di Timothy Morton, “Nuova Era Oscura” di James Bridle, “Realismo Capitalista” di Mark Fisher, “Ballardismo Applicato” di Simon Sellars) così come nella cultura popolare delle serie TV (“The Handmaid’s Tale”, “Black Mirror”)».

“Lune cinesi” è un brano davvero riuscito, a mio parere, anche dal punto di vista musicale. Il riferimento alla Cina è casuale?
«L’ispirazione per “Lune Cinesi” è arrivata dopo aver letto del progetto di mettere in orbita delle lune artificiali sui cieli della città di Cheng-Du per garantire una illuminazione per tutta la notte. Il nuovo fulcro delle accelerazioni tecnologiche, delle mutazioni del post-umano, hanno come territorio fisico e mentale la Cina. Lì si gioca la sopravvivenza del pianeta. In quella canzone sia dal punto di vista musicale che lirico ci sono immagini trasponibili a quello che sta accadendo. Focolai di sviluppo, di consumo, di pandemie».

“Chissà se è possibile un mondo senza noi, sperando che esisterà un mondo senza noi”, canti in un’altra canzone del disco. Come sarà il mondo senza noi?
«Se lasceremo al mondo la possibilità di esistere, quel mondo ci ha dimostrato di potere benissimo fare a meno di noi. La natura si fa rigogliosa, si riappropria di spazi, trasforma in foreste zone industriali abbandonate, riporta la vita selvatica nelle lande spettrali dei disastri nucleari, invade le città deserte. Lascia ad altre specie i luoghi prima strappati dall’uomo con la violenza».

“Quando il vento cosmico ci travolgerà, questo velo finto si dissolverà”. Credi che la pandemia ci abbia aiutato, almeno in parte, ad aprire gli occhi?
«Temo che ancora una volta tutto tornerà come prima o peggiorerà ulteriormente. La formuletta consolatoria #andratuttobene risulta più sinistra che rassicurante. Gli animali che scorrazzano nelle strade nei giorni del lockdown saranno asfaltati dagli umani sempre più folli sui loro bolidi. Torneremo a non guardarci intorno, dritti verso il prossimo muro su cui stamparsi. Il corso di entropia e dissoluzione della civiltà, secondo i futurologi, è in atto da tempo. Noi stiamo vivendo questa fase finale ma non ce ne rendiamo conto perché si tratta di processi più grandi di noi. Riusciamo a scorgere soltanto gli epifenomeni (riscaldamento globale, scioglimento dei ghiacciai, flussi migratori epocali, guerre per l’acqua)».

Il ritornello della seconda canzone recita: “Le astronavi stanno per partire da questo luogo inospitale. È giunto il tempo di andare da questo mondo che ormai muore”. C’è una via d’uscita, secondo te, alternativa alla “vita su Marte”, cantata anche da David Bowie?
«L’imprenditore-inventore Elon Musk da tempo sta lavorando a programmi di viaggio e colonizzazione di altri pianeti; questo però prevede il coinvolgimento di élite economiche. Ho letto un saggio illuminante, “La natura è un campo di battaglia”, del sociologo Razmig Keucheyan, dove si spiega come anche nei disastri ambientali l’economia riesca a trarre profitto. Non a caso sul mercato hanno successo titoli finanziari come i “catastrophe bond”. Fino a quando si potrà sfruttare il pianeta, gli altri esseri viventi, le risorse naturali, lo faremo. Alle fasce più povere lasceremo zone aride, inquinate, l’antropocene lascerà uno strato geologico di plastica. Soltanto pochi magnati, miliardari e categorie privilegiate riusciranno a sopravvivere dentro enclave fortificate, militarizzate, autosufficienti. Fuori dalle mura i paria a elemosinare».

La canzone “Oumuamua”, un vero gioiello dal punto di vista musicale, costituisce un po’ il cuore dell’album. Oumuamua, per chi non lo sapesse, è il primo asteroide interstellare conosciuto, avvistato nel 2017. Dobbiamo aspettarci, come seguaci di Sun Ra, che arrivi qualche entità extraterrestre a indicarci la via?
«Sono molto soddisfatto di questa suite e della collaborazione con Simone Copellini, con il Coro della Cappella Musicale San Francesco da Paola diretto da Silvia Perucchetti. È una space-opera tra polifonie sacre, Ligeti, Arvo Pärt e atmosfere cosmiche. “Oumuamua” in lingua hawaiana significa “messaggero che giungi da lontano”. L’avvistamento è avvenuto da un osservatorio sito alle Hawaii e secondo gli astronomi quel corpo celeste nelle sue traiettorie anomale poteva essere una sonda aliena. Abbiamo sempre scrutato il cielo e l’arrivo, il contatto con forme di vita extraterrestri è un evento possibile. Sun Ra aveva una visione salvifica dell’avvento degli alieni. Spero sia così, non vorrei fosse il contrario. Potrebbe essere che non siamo gli unici invasori».

Mi sembra che vi sia una trama che lega i brani del disco: dalla crisi iniziale sembra nascere un filo di speranza, con “Oumuamua”, da cui si approda a una nuova consapevolezza finale. È come se, accettata l’idea della propria finitezza, si potesse ricominciare a resistere, partendo anche dalle piccole cose…
«L’album è ancora una volta un concept, come per i precedenti “Fantacoscienza” e “Infanti”. Più che resistenza è una accettazione della realtà nei suoi aspetti più oscuri. Una speculazione sul Nulla Cosmico. Anche la dissoluzione del proprio essere, del proprio corpo è una reazione al marketing dell’efficientismo, del consumo di cose e vite, dell’eterno sviluppo. È una silente ribellione al regime dell’apparire».

Per concludere, visto che, come è stato scritto su un giornale locale, “avevi previsto tutto”, dicci anche come andrà a finire…
«Occhio che ultimamente ci becco! Questo è uno snodo cruciale che riguarda la nostra stessa sopravvivenza. La finitezza è insita in ogni cosa di questo pianeta e dell’universo, il caos è la forza creatrice. Il problema dell’uomo, le sue paure, i suoi affanni sono dovuti al non lasciarsi andare in un flusso naturale ma nel porre ovunque ostacoli, nel costruire senza sosta simulacri di vita che si svelano fasulli ad ogni nuova catastrofe».

Luigi Levrini

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