Ho nuotato tra i tuoi libri, caro Vicky

Padre Antonio Spadaro è gesuita, giornalista e teologo, per oltre dieci anni direttore della più antica rivista italiana “La Civiltà Cattolica”, da poco nominato Sottosegretario del Dicastero Vaticano per la Cultura e l’Educazione. Nel dicembre scorso ha partecipato alla “Giornata Tondelli” organizzata dal Comune di Correggio, presentando il suo nuovo libro edito Bompiani: “Ho sempre cercato tutto. Pier Vittorio Tondelli, l’uomo, la ricerca, le opere”. Spadaro ha trascorso ore nella biblioteca di Pier Vittorio Tondelli, decifrando i suoi segni di lettura e i suoi appunti manoscritti, “nuotando tra i suoi libri”. Tra i numerosi impegni che il suo nuovo incarico comporta, con la generosità che lo contraddistingue, ci ha dedicato un po’ del suo tempo per rispondere a queste domande.

 

Da che cosa è nato l’incontro con l’autore correggese? Cosa le ha raccontato questo incontro ravvicinato con la sua biblioteca, dello scrittore e dell’essere umano?
«Il mio incontro con Tondelli è avvenuto in maniera del tutto casuale nel 1993. Avevo finito da due anni l’insegnamento di lettere nei licei dell’Istituto “Massimo” di Roma, tenuto dai gesuiti: lì avevo avviato un progetto sul viaggio dal titolo “Tracce profonde”, che poi ha portato una pubblicazione di un volume di circa seicento pagine, frutto della collaborazione collettiva di tanti studenti del liceo. Un’esperienza molto bella che mi ha molto segnato.

Lavorando a questo progetto, è emerso un interesse profondo per la letteratura di viaggio. Mi sono trovato alla libreria Feltrinelli di Napoli a sfogliare alcuni romanzi: tra gli altri c’era “Camere Separate. All’epoca non conoscevo Tondelli: ho letto le prime pagine del romanzo, che parlano di un viaggio in aereo, rimanendo molto colpito dalla scrittura e da quella descrizione, così ho comprato il libro e l’ho letto. Sono rimasto impressionato dalla profonda interiorità del romanzo, da questo corpo a corpo con la vita e con la morte, dal tema dell’amore vissuto alla luce di una persona scomparsa che diventa però seme di vita, sepolto nella propria umanità. C’è anche una dimensione religiosa fortissima: direi che il romanzo è quasi incomprensibile se togliamo la simbologia religiosa, in particolar modo quella del Venerdì Santo.

Da lì in poi ho letto tutta la sua Opera, sostanzialmente a ritroso fino ad “Altri Libertini”. Questo mi ha permesso di fare una lettura forse strana, diversa, a partire dagli esiti per arrivare all’origine. Ho sentito questo rapporto biografico di Tondelli con la parola scritta. Dopo aver pubblicato un articolo sulla “Civiltà cattolica”, che è stato ripreso da molti giornali, sono stato invitato dal Comune di Correggio a partecipare a una iniziativa su Pier Vittorio Tondelli. Questo ha fatto sì che la mia lettura di Tondelli non si fermasse lì, ma continuasse, si approfondisse, fino al punto di desiderare di conoscere anche un po’ meglio la sua vita, i suoi rapporti, i suoi libri.

Così ho conosciuto la famiglia: allora Marta e Brenno erano vivi, ho conosciuto ovviamente Giulio, la cognata Giuliana e tanti suoi amici come Enos Rota. Questo mi ha permesso di entrare all’interno di un mondo, di una biografia fondamentale per capire l’orizzonte, il quadro, le profonde radici correggesi della sua scrittura. Ho poi avuto accesso alla sua biblioteca. Qui ho trascorso dei giorni sfogliando tutti i libri: le annotazioni adesso pubblicate risalgono a quel tempo. Tondelli era un lettore che assumeva le parole, le espressioni e i pensieri dei libri che leggeva: mi sono reso conto come alcuni di questi fossero fondamentali. Ne cito solo uno, un libro di Adriana Zarri, “Nostro Signore del Deserto”, che poi viene trasferito in alcune espressioni in “Camere Separate”. Lì dove Zarri parla della preghiera, Tondelli parla dell’amore, usando il linguaggio della preghiera per parlare dell’amore. Questo fa capire tanto di un autore, della sua ispirazione. Per me è stato fondamentale “nuotare” tra i suoi libri per capire non solo l’uomo Tondelli, ma soprattutto la sua scrittura».

Qual è la sua cifra stilistica più significativa e in che modo lo si può considerare un autore impegnato?
«Dipende cosa intendiamo per impegnato. Lui una volta si definìinfantilmente apolitico”, ma era al contrario molto attento ai fenomeni sociali. Se dovessi dire una cifra, direi un “coinvolgimento distaccato” che sembra un ossimoro e di fatto lo è. Tondelli era profondamente coinvolto nei suoi anni: grande lettore, grande ascoltatore, grande spettatore.

Gli anni ‘80 erano per lui un grande spettacolo, quindi apriva gli occhi e le orecchie. È stato anche un cronista culturale di altissimo livello, “Un weekend postmoderno” ce lo dimostra. Il suo occhio cinematografico inquadrava come un obiettivo i fenomeni che erano davanti a lui. Però c’era sempre una sorta di passo indietro, di distacco: non si è mai fatto completamente avvolgere da quello che vedeva. Era come se guardasse da un balcone per comprendere meglio e a volte per criticare, un aspetto al quale non ha mai rinunciato».

Tondelli si è rivolto in modo abbastanza inedito ai giovani di quella generazione, raccontandoli e poi cercandoli come interlocutori per indagare il loro mondo. In che cosa sono cambiati? L’istinto di autodistruzione di quella generazione sopravvive?
«È difficile paragonare le generazioni. Tondelli è stato molto bravo ad inquadrare la sua, rimaneva per esempio colpito da questi look “gallinacei punk savanici”, che descriveva con acume e grande ironia. Nello stesso tempo, si rendeva conto che a volte questa generazione portava ad una saturazione della vista: possiamo dire che era tutto a colori, quello che si vedeva “squillava”. Alla fine ha anche affermato che la vera originalità forse era quella di indossare una camicia bianca, che attenuasse quei toni accesi che invece la sua generazione mostrava. La generazione di oggi mi sembra un po’ meno creativa e un po’ più desolata, forse appiattita. Non so quanto l’avvento dei social abbia contribuito a questo. Certo, se Tondelli fosse stato vivo oggi, indubbiamente avrebbe scritto di questi temi. Forse quello che manca oggi è uno come Tondelli, un critico spietato ma nello stesso tempo malinconico, capace di esternare le tensioni profonde di una generazione come la nostra. Tondelli non è mai rimasto in superficie».

Tondelli è stato cantore della crossmedialità del suo tempo, facendo entrare nella sua narrazione videoclip, film, musica, video arte. Padre Spadaro, lei si è occupato anche di cyberteologia, ricercando la relazione tra fede e nuove tecnologie. Quali occasioni offrono questi mezzi così potenti? Sarebbero finiti nei libri di Tondelli?
«Certamente si sarebbe occupato di questi fenomeni e li avrebbe letti con grande intelligenza. Il fatto che abbia incluso nella sua narrazione tutto questo repertorio del postmoderno degli anni ‘80 la dice lunga sulla complessità della sua visione. Tondelli era un uomo assolutamente curioso e comprendeva come narrare gli anni ‘80 fosse qualcosa di molto complesso perché doveva includere tutti questi materiali, non solo i videoclip, ma anche le marche e la moda, tutto quello che aveva una sigla che poteva essere simbolico, significativo.

Le nuove tecnologie offrono un potente strumento di interazione. La questione però non è tanto usare la rete come uno strumento, quanto piuttosto viverla come un ambiente. E allora la domanda che mi pongo è quanto prevalgano le interazioni e quanto prevalgono invece le relazioni. Oggi abbiamo un bisogno disperato di relazione, che si manifesta in rete. Interagiamo con persone, gli influencer, di cui sappiamo tutto: come mangiano, come vivono, come si comportano, come vestono. Allo stesso tempo, tuttavia, non sappiamo nulla delle loro intenzioni, non li conosciamo, non abbiamo alcuna relazione con loro, né loro con noi. La rete è anche il luogo in cui si crea una reputazione, in cui è possibile sparare giudizi sugli altri senza conoscerli, o essere giudicati dagli altri senza che ci conoscano: questo può portare anche a fenomeni molto gravi. Quindi, ripeto, ci vorrebbe un occhio attento, ironico e sagace come quello di Tondelli per descrivere le tensioni profondamente spirituali, non solo tecnologiche, che la rete oggi pone, perché è un fenomeno umano».

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