Grazie, comandante Nicolini

Germano ha conquistato 98 primavere

Ci riceve nella sua casa vestito con sobrietà, circondato da un sottile profumo. Ci fa accomodare nel suo salotto, al fianco di una libreria strapiena. Sul tavolo ha libri e giornali: «leggo due libri a settimana», ci dice con orgoglio. Che invidia. Invidia sana per un uomo che pare conoscere il segreto per passare indenne o quasi attraverso gli anni e le tribolazioni della vita: oggi parliamo con Germano Nicolini. Nel soggiorno ci sono le tracce della sua vita di famiglia e quadri di paesaggi di pianura. Mi cattura subito un vivido ritratto di un pastore tedesco, dono di un amico che ha voluto immortalare Aura, l’infaticabile compagna di passeggiate del comandante Diavolo.

Ero emozionata al pensiero d’incontrarlo: l’ho conosciuto tramite i ricordi vivi di mio nonno, che va tutt’ora orgoglioso di avergli fatto gli infissi di casa. Mai però, fino a quest’anno, avrei pensato di incontrarlo di persona, a casa sua. Lui, novantotto anni compiuti lo scorso novembre e magnificamente portati, è invece più che abituato a ricevere visite: ogni settimana ospita ancora a casa sua tante persone, dalle origini e dalle età disparate, venute anche da molto lontano per conoscerlo.

«Mi chiedono soprattutto di rievocare la guerra, la lotta partigiana. Io racconto loro di quanto fosse tremenda, dilaniante, la Resistenza in pianura. Sono stato qualche mese in montagna; lì certo era difficile per il rigore della natura, ma qui da noi si stava in guerra aperta, perenne. D’estate potevamo arrangiarci e dormire all’aperto, ma d’inverno dovevamo cercare riparo nelle case dei contadini, cercando al contempo di non pesare troppo su di loro e garantendo loro protezione, ponendo delle sentinelle ai crocicchi». La lotta partigiana è stata una lotta fratricida, condotta fra persone che si conoscevano bene, che magari si invitavano anche a pranzo fra di loro. Lui, pur non avendo all’epoca una coscienza politica ben definita (e d’altronde sarebbe stato impossibile, visti i vent’anni di monocrazia fascista) aveva scelto istintivamente da che parte stare. Scampato quasi miracolosamente ad un destino di deportazione (il suo battaglione venne condotto a tradimento ai treni dai nazisti dopo l’8 settembre, ma lui intuì l’inganno e riuscì a fuggire) Germano tornò alla sua terra e si unì prima ai GAP (ricorda con ironia quando disarmarono un nazista che era dal barbiere) e poi alle organizzazioni sempre più articolate. Il suo primo nome di battaglia fu Demos, dal greco popolo. «Ho studiato fino alla seconda liceo, poi mi ammalai. Per guarire dovetti cambiare aria, così per mesi fui al seguito di mio fratello, che aveva una giostra e la portava in giro per l’Italia. Solamente dopo la guerra, quando me ne andai da mia sorella, che abitava a Milano dopo essersi sposata, potei finire gli studi grazie alle scuole serali». Un episodio di guerra poi mutò il suo nome in Dievel, «perché fui rapido a sfuggire ai tedeschi buttandomi in un fosso e poi correndo all’impazzata tra i filari, mentre i tedeschi sparavano raffiche di mitra, e due sorelle alla finestra mi videro ed esclamarono “L’è propria al dievel!”».

La storia di quest’uomo lucidissimo, come ben sappiamo, non termina con la Guerra. A ventisette anni si presentò alle elezioni come candidato del PCI e vinse, divenendo Sindaco. «Sono sempre stato un giovane brillante», dice con orgoglio ed ironia. La sua vita pare davvero un romanzo mentre i ricordi scorrono, ed è difficile pensare di avere davvero davanti un uomo passato, in una manciata di anni, dalla Resistenza, al ruolo di primo cittadino, fino a quello infamante che la storia e gli uomini gli hanno assegnato. Il 18 giugno 1946 veniva ucciso Don Pessina a San Martino Piccolo; sappiamo, perché i libri e la cronaca ce l’hanno raccontato, che Nicolini venne ingiustamente accusato e che rimase in carcere fino al 1956. Non ci parla di questo periodo mentre siamo suoi ospiti, limitandosi ad un’osservazione che mi colpisce molto: «Non sono stati anni gli anni più difficili per me. Avevo dentro di me la consapevolezza e tranquillità di essere innocente, di non aver commesso quel fatto».

Solamente nel 1990, con il celebre Chi sa parli di dell’onorevole comunista Otello Montanari, vennero a galla i nomi dei veri colpevoli e la cortina di falsità e omertà cadde. Ci vollero comunque alcuni anni prima che Nicolini, Ferretti e Prodi venissero definitivamente scagionati e, come disse il giudice di Perugia della revisione, venisse loro restituito l’onore e la dignità di innocenti. Nicolini ricorda, con il modo di fare scherzoso che lo contraddistingue, una mattina in cui ricevette una strana telefonata. «Mia moglie era la prima ad alzarsi. Stava facendo il caffè quando suonò il telefono. Rispose e venne ad avvertirmi: da Roma volevano parlarmi. Ero pronto a prendere la cornetta e fare una battuta, perché non credevo affatto che qualcuno d’importante mi cercasse quella mattina. Per fortuna non riuscii a prendere la parola: dall’altro capo del telefono mi passarono subito il Presidente della Repubblica Cossiga, che si scusò con me a nome dello stato italiano». Un finale lieto, ma a quarantacinque anni dall’accusa di assassinio. Eppure quest’uomo straordinario è qui davanti a me e non si stanca di raccontare la sua storia.

Abbiamo detto che in tanti lo vanno ancora a trovare. Alcuni vengono da lontano, avendolo conosciuto tramite i libri e le canzoni a lui dedicate (ci cita il brano dei Modena City Ramblers). Fra loro ci sono tantissimi giovani, i più assetati di ricordi di guerra. Lui però non ama soffermarsi su episodi sanguinosi. Capisco però come questa figura imponente possa affascinare i ragazzi. Mi domando, quasi con imbarazzo, se la mia generazione sarebbe pronta a rispondere così, con la vita stessa, contro la minaccia di una dittatura.

Veniamo così al presente. Nicolini ha lasciato due veri e propri testamenti: il libro-intervista Noi sognavamo un mondo migliore e il documentario Non camminiamo da soli. In questi straordinari documenti Nicolini rivede la sua esperienza di vita alla luce di un pensiero semplice quanto eccezionale: non possiamo, oggi, chiuderci al confronto, al dialogo con gli altri. Se vogliamo anche noi costruire un mondo migliore dobbiamo farlo impegnandoci nella politica, nell’associazionismo, nelle cose nelle quali crediamo. Solo in questo modo potremo essere cittadini attivi e consapevoli, protagonisti dell’oggi e del domani.

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