Gli italiani non sono razzisti ma c’e’ tanta ignoranza

Libri viventi in biblioteca, con storie di migranti

Abou Kalle ha 19 anni anni, viene dalla Guinea e un lungo viaggio lo ha portato a giocare a calcio al Campo Rosso di Fabbrico. Samira ha tre bambini ed è stata campionessa marocchina di taekwondo. Rosine è camerunense, fa l’operatrice per una cooperativa sociale e ha una voglia di raccontarsi che trascina. Poi ci sono i ragazzi del doposcuola popolare di Casa Spartaco, i racconti di Angela, insegnante di lettere che ha deciso di dedicarsi all’accoglienza, e Stefano, musicista di 25 anni che lavora ogni giorno con ragazzi nigeriani e ghanesi. Sono solo alcuni dei “libri umani” che si sono aperti alla biblioteca di Correggio per raccontarci ordinarie storie di integrazione e accoglienza: libri in carne ed ossa, fatti di persone che si sono messe a disposizione dei lettori per narrare la propria vita e scardinare pregiudizi, ripetendo il loro racconto ogni mezz’ora a tutte le persone venute per ascoltarlo.
È quello che è successo sabato 27 ottobre, quando la biblioteca comunale si è trasformata in “biblioteca vivente” e ha accolto undici diverse biografie dal mondo. L’iniziativa dal titolo “Errare è umano” è stata realizzata in collaborazione con l’associazione Donne del mondo, la cooperativa sociale L’Ovile e Casa Spartaco. Anche quest’anno è stata dedicata alle migrazioni e all’incontro tra culture.

Il libro vivente di Mohammed Diabate si chiama Cinque, come il saluto che preferisce, amichevole e rispettoso, ed è l’ora in cui si alza per andare a lavorare come saldatore in un’azienda di Casalgrande. Mohammed non ha la patente e per arrivare in tempo al lavoro impiega più di un’ora e mezza: «Prendo il bus, poi il treno e la bicicletta. Un’avventura, insomma, però sono contento e spero che mi rinnoveranno il contratto.» Un viaggio lungo, ma mai come quello che Mohammed ha intrapreso per arrivare a Correggio dalla Costa d’Avorio, passando per l’Algeria e la Libia. In Algeria è stato derubato e picchiato, in Libia è riuscito a fuggire alle torture della prigione grazie all’aiuto di un cittadino libico che gli fatto fare qualche lavoretto e poi gli ha pagato il viaggio in barca per attraversare il Mediterraneo. «Quando ho visto il mare, non volevo più partire. Era mosso e avevo paura, ma non potevo più tornare indietro», racconta mostrando le foto della jeep con cui i trafficanti lo avevano portato lì oltrepassando il deserto. «Eravamo stipati l’uno sull’altro e se cadevi giù venivi lasciato da solo, senza acqua e senza possibilità di sopravvivere.» Se gli chiedi cosa vede adesso per il suo futuro, non ha dubbi: «Lasciarmi alle spalle il passato, prendere la patente e continuare a lavorare.»

Abou Kalle ha appena diciotto anni e viene dalla Guinea. Quando è sbarcato al porto di Catania era solo e non era nemmeno maggiorenne. Da Bologna è stato mandato a Reggio e da lì a Fabbrico: «Quando sono arrivato ho visto questo campo da calcio, ho preso il pallone e mi sono messo a giocare.» Al Campo Rosso lo circondano subito i bambini più piccoli e iniziano a palleggiare insieme. Da quel momento non ha più smesso. «A Fabbrico ho tanti amici, tutti mi fermano, mi salutano e mi chiedono se ho bisogno di qualcosa. Vorrei restare qui per sempre.» Mentre aspetta di ottenere i documenti, lavora in fabbrica a Campagnola e fa volontariato al Parco Cascina. «Gli italiani non sono razzisti, ma c’è tanta ignoranza. La gente deve conoscere per superare la diffidenza.»

«Io non ho mai preso una barca, sono arrivata dal Camerun in aereo.» Arlette Rosine Minka viene da una famiglia benestante e ha deciso di trasferirsi in Italia per prendere in mano la sua vita e seguire le sue aspirazioni: «Sono partita per fuggire da un sistema fatto di raccomandazioni e rapporti familistici, per poi scoprire che qui non è tanto diverso…», racconta sorridendo. L’arrivo in Italia non è stato facile: la lingua sconosciuta, condividere la stanza con altre sei persone e destreggiarsi tra gli orari dei treni. Adesso lavora per la cooperativa sociale “L’Ovile”, dove ha fatto l’operatrice con gli ex detenuti e ora con i richiedenti asilo. Con loro è determinata e schietta. E quando è troppo severa la prendono in giro dicendo: «Sei diventata bianca anche tu!» Se c’è una frase che la fa arrabbiare è: «Perché non rimanete a casa vostra?» A tutti quelli a cui la sente pronunciare risponderebbe: «A tutti gli europei che sono venuti in Africa come dirigenti e si sono presi tutte le posizioni di potere direste la stessa cosa?»

Tra gli scaffali della biblioteca c’è anche Stefano Codeluppi, classe 1993, che studia al DAMS di Bologna e lavora per la coop “L’Ovile” in un appartamento dove vivono richiedenti asilo nigeriani e ghanesi. Da “libro vivente” racconta la sua storia a due ragazzi migranti: «Il mio lavoro mi permette di conoscere il mondo, parlare con le persone, mangiare con loro. Prima di incontrarvi pensavo di sapere cosa fosse il piccante, poi ho capito che mi sbagliavo.» Ride e aggiunge: «E rimane un mistero come facciate a mangiare con le mani senza mai sporcarvi…» Pochi metri più in là è seduta Fatima Hamdaoui, che viene dal Marocco e si è trasferita a Correggio per raggiungere il marito. La sua bimba più piccola è nata a Carpi: «Dell’Italia mi piace il fatto che l’istruzione e la sanità sono pubbliche e per tutti. Qui mi sento sicura e il Centro Donne del Mondo ormai è la mia seconda casa.»

Contro ogni stereotipo e pregiudizio è la storia di Patrizia Massarenti, correggese, che per amore di un giovane sinto tanti anni fa ha lasciato la sua casa per trasferirsi con lui in una roulotte grande pochi metri. “Il colpo di fulmine esiste – racconta – all’inizio non avevamo la luce, solo una candela. Ma il nostro amore mi ha fatto superare la paura”. Nonostante le difficoltà, non si è mai pentita della scelta che ha fatto: «Piano piano anche la mia famiglia ha compreso la mia decisione. Ma i pregiudizi ci sono: se dici che sei nomade, nessuno ti prende a lavorare. Invece io apprezzo molto il loro forte senso di comunità.»

La storia di Fred è un invito a lottare contro ogni forma di odio e discriminazione. Viene dalla Nigeria, da dove è scappato dopo che una banda criminale ha ucciso sua mamma e sua sorella. Quando Uyi Fred Osay è partito per la Libia era in un gruppo di quattro persone. Quando è arrivato in Italia era l’unico sopravvissuto. «Abbiamo tutti lo stesso sangue, non capisco perché i libici e gli italiani ci odiano. Per il colore della nostra pelle?» A Reggio Emilia frequenta una scuola per imparare l’italiano e, quando può, ripete a tutti il messaggio che gli ha affidato sua madre: Impara ad amare, che ha scelto anche come titolo del suo libro vivente. «Voglio cambiare la mia vita, voglio cambiare il mondo. Creare un mondo migliore è nelle tue mani, nelle nostre mani. Io sono Fred vengo dalla Nigeria e vi racconterò la mia storia attraverso i miei ideali.»

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