Giulia 刘她们 (Giulia Liu e i suoi fratelli)

Grandi piatti a Milano, ragazzi a Rio Saliceto

«L’Italia, l’Emilia in particolare, è la patria della qualità, del buon gusto, una scuola naturale: esserci cresciuta, per me, come per i miei fratelli, è stata una fortuna davvero grande» mi dice via skype Giulia Liu, titolare di Gong – Oriental Attitude, uno dei ristoranti di cucina etnica più blasonati di Milano. Cinesi di seconda generazione, la trentasettenne Giulia e i suoi due fratelli hanno conquistato da tempo le prime pagine delle riviste e del web dell’alta ristorazione.

Digiti “fratelli Liu” su Google e compare una lunga sfilza di immagini di gourmet raffinatissimi, nonché di recensioni invidiabili. Giulia si dice onorata per l’attenzione di Primo Piano. Detto da chi è stata sulla copertina di Life … insomma! Video-balbetto qualche complimento, incantato dal volto e dal garbo. Giulia, Claudio e Marco Liu impersonano tre belle storie di successo, nella Milano del food per i palati più fini, il fine dining, secondo l’inglesismo dei suoi lovers.

Claudio, il fratello maggiore, è fondatore e patron di Iyo – Taste Experience, scrigno prezioso di cucina giapponese, nato dall’incontro con lo chef Haruo Ichikawa. Il primo etnico in Italia a guadagnare la stella Michelin, ora affidata all’estro culinario di Takeshi Iwai. Marco, nato in Italia, il più giovane dei tre Liu, con l’aiuto della sorella ha trasformato la pizzeria dei genitori, primo approdo di famiglia nella città meneghina, nel Ba Asian Mood, altra vetta di cucina etnica.

Infine Giulia: dopo una pausa di tre anni per matrimonio e maternità, sei anni fa apre con il marito, in Corso Concordia, il suo Gong, dove tradizione cinese e stile italiano si fondono per un nuovo inizio. Nei templi orientali il gong, mi spiega Giulia, significa pausa, meditazione e, appunto, nuovo inizio. Alle pareti di questo elegantissimo ristorante campeggiano quattro gong di onice, massicci, scintillanti, di due metri e mezzo di diametro. Impresa rocambolesca, mi racconta, ricavarli tali da una pietra preziosa. Illuminati di sera, ben visibili dalle ampie vetrate, sembrano l’invito ad entrare in una galleria d’arte.

L’eco del gong allora ci riporta all’inizio, dove si plasma l’avventura di Giulia, Claudio e Marco. Un salto dalla metropoli ambrosiana alla quiete bucolica di Rio Saliceto, dove la famiglia Liu ha vissuto per quasi tre lustri. Ebbene sì, l’adolescenza di Giulia e dei suoi fratelli porta l’impronta della nostra terra.

Nicoletta Ficarelli, moglie del veterinario Danilo Davolio e madre di sei figli piuttosto grandicelli in giro per il mondo, i Liu li conosce bene. Abitavano accanto. Deliziosa la Giulia! Nicoletta la ricorda nel suo precoce varo di quel senso di responsabilità che poi l’ha sempre accompagnata: quando, cioè, a otto anni d’età accudiva, con la cura degna di una madre, il fratellino Marco, ora un omone bello alto, che sapeva appena camminare.

I genitori Liu a Rio avevano un maglificio e lavoravano con la proverbiale lena cinese. Tra famiglie e figli, Davolio e Liu, il vicinato fu davvero tale. Compleanni festosi, misto giochi (nascondino e ristorante i più gettonati), compiti, merende e marachelle apolidi, che non hanno mai conosciuto differenze etno-somatiche. Ragazzini intelligenti, affettuosi, volenterosi. Claudio, appena dodicenne, aggiustò in pochi minuti la cuci-taglia inceppata della madre di Nicoletta. Uno spirito pratico innato.

Quando le parlo dei Davolio e di Nicoletta, il volto di Giulia si illumina. «Selenia e Lavinia Davolio, in particolare, vicinissime a me per età sono state e restano le mie sorelle adottive. Siamo rimaste in ottimi rapporti. Anche quando non ci sentiamo per un po’, sappiamo che ci siamo. Sempre. I nostri momenti più belli li abbiamo condivisi con le nostre famiglie. E “zia Nicoletta” ha un posto speciale nel mio cuore». Simile il rapporto con tanti correggesi, riesi, carpigiani, in primis gli amici di scuola; anzi, Giulia pensa presto di organizzare una cenetta di classe. Se poi al Gong … beh, sarà di classe in tutti i sensi!

Dopo le medie Giulia studia al Vallauri di Carpi, indirizzo abbigliamento. Il suo sogno, visto il lavoro conto terzi nella maglieria dei suoi, è diventare stilista e mettersi in proprio. Poi il trasferimento dei Liu a Milano. Diciottenne, Giulia frequenta la NABA, Nuova Accademia delle Belle Arti, percorso moda. Il sogno fashion continua. Ma la passione per la cucina e per il cibo lievita. È nel dna genitoriale, poi l’innesto dell’adolescenza in terra emiliana, quella scuola naturale, fa il resto. Tempo perduto? Le chiedo. «Tutto giova – risponde – tutto è formazione. Moda, food, design, specie qui a Milano, hanno connessioni intime.

L’offerta del Gong, come dei ristoranti dei miei fratelli, del resto, è frutto di un lavoro sartoriale, su misura, dove il dettaglio minuto, l’estetica, la cromia, l’ambiente, fanno parte della scelta che origina un piatto, condivisa da chi cucina, chi presenta, chi consuma». Giulia è felicemente sposata con Lorenzo, che le vuole «un sacco di bene». Spalla preziosa per reggere ritmi di lavoro che mettono a dura prova la famiglia.

Hanno una figlia di otto anni, Asia. La cucina del Gong è affidata all’italiano Guglielmo Paolucci, executive chef, e al cinese Zuo Cuibin, sous chef. La terza via della fusione tra tradizioni d’oriente, tecniche innovative e gusto italiano nasce già nel fuoco dei fornelli da questa coppia molto affiatata. La brigata di cucina è composta da 14 persone. Per il servizio di sala, Giulia coordina un team di oltre 20 persone tra sommelier, maître e collaboratori.

Menu con più di sessanta piatti, ognuno dei quali frutto di ricerche, studi, prove. Piatto icona, il Raviolo Wagyu, ripieno di ragù del pregiato manzo giapponese, su una base di crema di foie gras e tofu, finito con lamella di tartufo. Azzardo evocare un ripieno nostrano, il piatto icona che più apprezzo: i cappelletti reggiani. Giulia sorride, non se la prende affatto. Piacciono tanto anche a lei. «Nei cappelletti – mi dice – si trova quel sapere artigianale, quella genuinità, che insegnano tanto all’alta ristorazione contemporanea. Sono un piatto simbolico, che rappresenta la vostra empatia, il regalo più bello che ho ricevuto dai Davolio e dalla mia reggianità d’adozione».

È a quel tesoro dell’empatia che Giulia Liu dice di attingere ogni giorno per tenere l’armonia nella squadra del Gong e per nutrire un bel rapporto con i clienti. Che dire, signora Liu? La ringrazio per l’elogio di questa virtù, questa “reggiana attitude” di cui forse noi stessi non siamo sempre consapevoli. Vale un invito a coltivarla sempre, anche in tempi difficili: c’è posto nel mondo per l’empatia. Verremo, verremo al Gong, gentilissima Giulia. Grazie. Buon lavoro e buona fortuna. O meglio, buona stella. Perché monsieur Michelin non tarderà, ne sono certo, a passare da lei in Corso Concordia.

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