Giovani e vecchi, cultura e salute

Giovani e vecchi, cultura e salute

Opinioni di un comico: Paolo Hendel

Paolo Hendel, attore comico di cinema e di teatro, commediografo e scrittore, è stato ospite di Primo Piano nell’estate del 2018, come protagonista dello spettacolo “Rido ergo sum” a FestaCorreggio. Aveva appena pubblicato un libro, garbato e intelligente, dal titolo “La giovinezza è sopravvalutata – Il manifesto per una vecchiaia felice” edito da Rizzoli, da cui è stato tratto anche uno spettacolo teatrale. L’impatto della pandemia da Covid sul mondo dei giovani e su quello degli anziani, con le relative differenze e con le problematiche sottese, ci ha indotto a porgli qualche domanda, cui ha gentilmente risposto.

Paolo, in un tuo libro di due anni fa sostenevi che la giovinezza è sopravvalutata. Anziani? … non è poi così male, scrivevi. Poi è arrivata la pandemia da Covid: te la sentiresti di confermare questa tua convinzione alla luce di quanto succede con i contagi nelle RSA e con l’affollamento delle terapie intensive? Mentre i giovani si godono, appena possono, le festicciole e la movida?
«La movida in tempi di pandemia non mi pare una bella trovata. Certo, da questo punto di vista sono i giovani a soffrire di più della situazione, ma se per non rinunciare alla movida si espongono al contagio, e non potrebbe essere diversamente, e poi rincasando attaccano il virus ai nonni mandandoli all’altro mondo, non mi sembra una gran prova di altruismo! Comunque riguardo alla giovinezza non vorrei essere frainteso! Se la vecchiaia è una stagione della vita che va vissuta in modo positivo e che offre i suoi vantaggi, devo dire che sono ben contento di essere stato giovane, mi sono trovato bene e mi è piaciuto, e se mi dovesse ricapitare lo rifarei anche volentieri».

Ti pare che la società e la politica riconoscano che se l’anziano è felice, ne traggono giovamento tutti?  A più riprese, come sai, ha fatto capolino l’idea che se c’è da salvare l’economia, la salute degli anziani può anche essere sacrificata, perché sono improduttivi. La senti condivisa da molti?
«L’Italia è il secondo Paese al mondo per percentuale di anziani. Prima di noi c’è solo il Giappone. Questo crea un po’ di problemi ma l’idea che chi è improduttivo possa essere sacrificato è aberrante. È roba da Carcarlo Pravettoni, l’industriale cinico e baro dei tempi di Mai Dire Gol, con le sue garbate parole d’ordine: “Per voi anziani stiamo varando il Progetto Capolinea. Slogan dell’operazione: Porta il Nonno a Rottamare, ovvero Fondi l’Anziano Fuso!” Pravettoni pensava alla rottamazione quando Matteo Renzi ciucciava ancora il latte della mamma. La cosa che mi preoccupa molto è che noi allora scherzavamo ma oggi c’è invece chi lo pensa per davvero! Ripeto, è una tesi aberrante!».

Tu hai conosciuto e più volte ricordato un toscanaccio eccezionale come padre Ernesto Balducci, autore, tra l’altro, di un luminoso saggio profetico “L’uomo planetario”. Allora era il rischio nucleare che imponeva, secondo lui, un nuovo spirito di fraternità universale. Con la pandemia ritorna d’attualità il tema?
«Padre Balducci un simpatico toscanaccio? Suvvia! Il suo è stato un messaggio universale e la sua lezione è oggi più che mai attuale. Aveva capito e anticipato molte cose riguardo alla globalizzazione. Alla necessità di superare il punto di vista particolaristico delle religioni, la loro pretesa di universalità, che divide e contrappone e genera violenza. L’uomo nuovo di Balducci è, come lui diceva, l’uomo planetario, cioè l’uomo che supera le divisioni e le distinzioni tra nord e sud, oriente e occidente, migranti e non migranti, e, aggiungerei, che si pone domande che riguardano la giustizia, la libertà e la solidarietà. Ernesto Balducci ci ha lasciato pagine bellissime, di una forza e di una attualità straordinarie».

E l’homo sapiens di oggi ha capito la lezione? Ti pare più consapevole della necessità di una nuova fraternità universale? 
«È una scommessa aperta! Non sono in grado di fare previsioni. Tuttavia, per non fare scena muta, diciamo che non sono molto ottimista. Non so se usciremo più buoni, più altruisti, più solidali da questa tragedia del coronavirus. Lo spero, ma ne dubito. Sarebbe già qualcosa se ne uscissimo avendo capito gli errori da evitare alla prossima pandemia. E l’importanza di avere un’organizzazione sanitaria decentrata, articolata nel territorio. E parlo di sanità pubblica, ovviamente».

Come vivi in questi giorni il silenzio dei Teatri, dei cinema e delle manifestazioni culturali? Credi che la cultura e le espressioni artistiche possano rimanere offese per lungo tempo da questo clima di angoscia collettiva?
«È una situazione drammatica. Il nemico comune è questo maledetto virus, che ha stravolto le nostre vite. Non si deve pensare che ci sia qualcuno che per cattiveria si diverte a tenerci chiusi in casa. La pandemia c’è e chi la sottovaluta sbaglia. Ancor più quelle forze politiche che lo fanno per demagogia. Per non parlare della follia dei negazionisti. Il problema è capire come contrastare il virus, e qui gli errori, la confusione e l’incertezza regnano sovrani. La cultura prospera se c’è una buona politica. Allora diciamolo: in Italia ci vorrebbero un governo e un’opposizione diversi. Un centro sinistra responsabile e non litigioso e un centro destra altrettanto responsabile e che non si nutra di demagogia».

Far ridere è un’arte molto difficile anche in tempi normali. Figuriamoci adesso. Un comico che fa? Chiede un bonus? C’è ancora voglia di ridere o non ci resta che piangere nel nostro Paese?
«Ridere è un bisogno fisiologico, non se ne può fare a meno, oggi più che mai. È un modo di esorcizzare le cose brutte della vita, di prendere le distanze da tutto ciò che non ci piace, che ci fa incazzare e che ci fa paura. Ogni volta è come prendere una boccata d’aria buona. E fa bene alla salute. Peccato che non faccia ricrescere i capelli!».

Leggi questo e altri articoli su Primo Piano di Febbraio 2021!

Condividi: