Giochi senza frontiere

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Giochi senza frontiere

Intorno ai confini d’Europa, tra vita e speranze

Fra sport e terrorismo, questa estate è percorsa, nel meglio e nel peggio, da emozioni che oltrepassano i confini.
Abbiamo contattato due esperti di confini, Marco Truzzi, giornalista e scrittore e Ivano Di Maria fotografo, che, con il loro progetto “Europe Around the Borders” (l’Europa intorno ai confini), hanno fotografato e descritto i confini d’Europa.

In cosa consiste il vostro progetto?
«Europe Around The Borders” è un progetto fotografico e narrativo che ha cercato di raccontare molti luoghi di “confine”, in Europa, in questo ultimo biennio».

Cosa lo distingue dai normali reportage giornalistici?
«EATB ha due particolarità che per noi sono importanti: la prima è la “durata”, dato che siamo stati impegnati due anni; poi c’è il fatto che il progetto è cambiato, noi stessi siamo cambiati in corso d’opera, rispetto a quelli che erano gli obiettivi iniziali. Abbiamo capito che spesso il reportage documenta un’idea di base, un assunto ipotizzato in fase di ideazione. A noi, invece, è capitato il contrario. Siamo partiti in un modo e poi ci siamo trovati a fare altro. La cosa interessante, crediamo, è quella di non aver “mascherato” questo cambiamento, ma di esserne diventati parte, documentando e condividendo così quella che poteva essere una nostra debolezza».

Come mai ne avete sentito la necessità?
«All’inizio, partendo dall’anniversario della Prima Guerra Mondiale, volevamo documentare la fine dell’idea di “confine” nell’Europa di Schengen, mettendo in risalto la caducità di certi “assoluti” per i quali si sono scatenate le più grandi tragedie del Novecento. Poi, invece, ci siamo trovati a passare dalla storia all’attualità: la guerra in Siria, le rotte dei migranti, hanno portato in Europa al “Grande Ritorno dei Confini”, intendendo per confine soprattutto quella linea di demarcazione, non necessariamente fisica, che determina ciò che è da ciò che non è, chi appartiene da chi non appartiene».

Quali sono i numeri del vostro progetto?
«Abbiamo fatto 9 viaggi, raggiunto 16 città in altrettanti Paesi, percorso 19.517 km, scattato 9.352 fotografie, scritto 212.000 parole, attraversato 20 confini, visitato 3 campi profughi e subito 6 fermi di polizia».

Cosa dicono le fotografie che la scrittura non dice?
«Più che “cosa” è il “come” a fare la differenza. La fotografia ha una potenza narrativa straordinaria perché un singolo scatto ha la possibilità di proiettare lo spettatore direttamente nella vita del soggetto immortalato. La fotografia è una sorta di “esplosione sentimentale”, in senso “sin-patetico”, apparentemente non mediata, nel senso che è capace di generare un legame a tre, diretto e molto forte, tra autore, soggetto e destinatario».

Cosa dice la scrittura che le fotografie non dicono?
«La fotografia è il “presente” di una storia. La scrittura, invece, ne è il “passato” e il “futuro”. La scrittura dilata il tempo, laddove la fotografia lo ingabbia. È una forma di comunicazione meno “esplosiva”, ma più sedimentata».

Qual è il confine più bello che avete visto?
«I confini, anche i più brutti, portano sempre in sé qualcosa di bello: il confine, infatti, è il luogo dove finisce una storia, ma ne inizia un’altra. Pensiamo, per esempio, all’abisso di Auschwitz -una delle nostre tappe- luogo del male assoluto, ma anche punto di partenza dell’idea fondante dell’Europa unita, nata perché Auschwitz, appunto, non si ripetesse più».

E quello più brutto?
«Ne citiamo due, per ragioni molto diverse: Idomeni, campo profughi al confine tra Grecia e Macedonia, per l’assoluta emergenza umanitaria che ha rappresentato e perché ha segnato un punto di non ritorno nelle “politiche del disinteresse” rispetto alla questione dei migranti. E poi Basilea -città dei tre confini- che all’opposto è un luogo di agio e benessere silente, ma con un oppressivo senso di invecchiamento e di “fine”: la sensazione è che mentre a Idomeni si combatte per la vita, a Basilea questa stessa venga data per scontata e in fondo per “sacrificabile” (e non solo per la presenza delle cliniche eutanasiche)».

Qual è l’aneddoto che ricordate più volentieri?
«Ovviamente, nell’arco di un progetto di simile durata, gli episodi sono tanti. Dovendo sceglierne uno solo, diciamo il caso di Patrick, un ragazzo che abbiamo incontrato a Ventimiglia, accampato sugli scogli davanti alla frontiera chiusa della Francia, e che abbiamo poi ritrovato un paio di mesi dopo a Calais. C’era arrivato a piedi. Quando l’abbiamo riconosciuto, lui ha fatto finta di niente e ha negato. Poi gli abbiamo fatto vedere i selfie che ci eravamo fatti a Ventimiglia e lì, nella “jungle” di Calais -un altro luogo “al limite”- si sono messi tutti a ridere».

E quello che ricordate meno volentieri?
«Da un punto di vista oggettivo, le condizioni di vita nei campi profughi di Calais, Ventimiglia e Idomeni. Dal punto di vista personale, invece, una stele nera, piena di nomi di caduti, in una piccola frazione persa nella campagna bosniaca (e di quelle stele nere ce n’erano in tutti i borghi, anche nei più minuscoli): decine di nomi di ragazzi caduti tra il 1992 e il 1995. Avevano vent’anni. La nostra stessa età. Morivano a poche centinaia di chilometri mentre noi ascoltavamo “Nevermind”».

Uno dei temi di maturità di quest’anno distingueva fra confine e frontiera. Voi avete visto dei confini o delle frontiere?
«Bisogna intendersi sui termini. Noi per “confine” intendiamo qualcosa che delimita e che taglia fuori (o dentro), mentre per “frontiera” un obiettivo da raggiungere, una meta, un traguardo. In questo senso, nel nostro viaggio abbiamo indubbiamente incontrato molti luoghi che erano “confini” per chi già c’era e intendeva difenderli e “frontiere” per chi invece vi arrivava (e provava a superarli)».

Che musica ascoltavate in macchina? Perché?
«Ne abbiamo ascoltata parecchia. Ma c’è un album, soprattutto, che associamo a EATB ed è “Achtung, baby”, U2, 1991. Perché ancora adesso suona modernissimo, ma, di più, ha un significato storico per noi importante perché è la musica che ha accompagnato la speranza (forse l’illusione) della “generazione post muro”, un album registrato in gran parte nella Berlino appena riunificata, capolavoro di una band che per storia e produzione ci sembra incarnare più e meglio di altri il “sogno europeo”».

Il mondo ha bisogno di confini?
«Tutto sommato crediamo di sì. Cioè, è l’uomo che ha bisogno di “confini”. In fondo, la stessa costruzione dell’io e della personalità è basata sul riconoscimento dell’altro-da-me. Il “confine”, in questo senso, segna il primo passaggio verso la consapevolezza. Se prendiamo la Bibbia, per esempio, che è il più grande racconto di “confini” mai prodotto, vediamo che il “confine” è qualcosa che traccia la possibilità dell’uomo di riconoscersi in quanto tale, mediante il rapporto a specchio con “qualcosa” di altro e di diverso. Il “confine”, semmai, diventa un problema e un dramma quando ne viene fatto un feticcio politico o sociale, quando cioè non serve a riconoscere un punto d’incontro, ma a marcare l’impossibilità della relazione».
Una cosa che né foto né prosa riesce a fermare è il profumo.

Di cosa sanno i confini?
«Sanno di terra, soprattutto. La terra da cui si scappa e quella che ti aspetta o che ti respinge. La terra che ci accoglie tutti quanti, chi sta di qua o di là da un filo spinato, e che per tutti ha il medesimo odore».

Consigliereste ad un possibile immigrato di venire in Europa?
«Ci siamo fatti spesso questa domanda. E molte volte la risposta è stata “no”. A rigor di logica non c’è niente per loro, da questa parte del mare. Ma non dimentichiamo che per molte di queste persone non esiste alternativa. O meglio, l’alternativa è la morte. Di fronte a questo, ogni altra opzione diventa preferibile».

Matteo De Benedittis

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