Gente di Correggio

Intendiamoci. Questi non sono personaggi inventati; sembra, ma non lo sono. Sono correggesi che abbiamo incontrato spesso in città; hanno un nome, un cognome e forse anche un soprannome. I lettori li riconosceranno facilmente.

Ora che un microscopico intruso monarchico ci costringe all’apnea sociale dentro a quattro mura, possiamo solamente evocarli. Ma lo facciamo con nostalgia. Abbiamo voglia di ritrovarli, una volta passata l’abbuffata di tv, social e silenzi.

D – Senta!… non è per sapere i fatti suoi, ma come mai passeggia in corso Mazzini in pieno inverno, a 3 gradi sottozero, in maglietta?

R – Beh porto il cagnolino a fare due passi

D – Ma non ha freddo?

R – Non credo. Ho provato a mettergli un cappottino ma si vergognava

D – Dicevo di lei, che circola in maniche corte quando gli altri si coprono di piume d’oca

R –  Avrà notato che sono di statura minuta e che cammino rapidissimo

D –  L’ho notato. Comunque ci vuole del fisico

R – In realtà è una questione di fisica: +V –M = ‹F, cioè “più velocità meno massa uguale minore esposizione al freddo”

D – E da quando applica questa sua personale formula?

R – Da noi, prima di venire ad abitare a Correggio, anche d’inverno si poteva stare in canottiera. Ora, io non volevo rinunciare alle mie abitudini, rinnegare le mie origini, ripudiare la mia cultura solo per quindici gradi in meno.

D – Quindi adesso non ha freddo

R – Un freddo boia, perché lei mi ha fermato e “zero velocità meno massa uguale a freddo”. La fisica non fa sconti.

 

Lo lascio andare prima che il cane si congeli e lo vedo sparire verso via Roma, in sincrono con lo zampettare del cagnolino e circondato dall’ammirazione della gente. Tutta la storia dell’immigrazione a Correggio in una maglietta.

 

D – Lei ha mai pensato di fare l’attore, col suo portamento dritto come un fuso, il suo stile, i suoi baffi da Buffalo Bill? (non è infrequente incontrarlo; se capita i correggesi si scostano per ammirarlo a figura intera)

R – Beh tutto è cominciato appunto con un film. Di quelli del west, infatti. Cercavano uno magro e alto per la parte del bounty killer. Ma non di quello che alla fine si porta a casa la taglia, bensì di quello che appare in un’unica scena, dice una battuta e viene impiombato dal bandito che poi si saprà che aveva subito dei torti

D – Interessante. E qual era la battuta?

R – Dicevo: “Ehi tu!”

D – E basta?

R – L’altro era un tipo nervoso. Comunque mi hanno vestito di nero, fazzolettone al collo, stivaletti e grande cappello nero da cowboy cattivissimo, come mi vede lei adesso che mi si riconosce da lontano. Mi sono calato tanto nella parte che da allora non me li sono più tolti, ci dormo dentro anche la notte per non avere una crisi di identità al risveglio

D – Stupefacente. E il bastone da passeggio che le dà un’aria così distinta?

R – È accaduto nel mio secondo e ultimo film. Da allora me lo porto anche a letto. Cercavano un bounty killer

D – Ancora!

R – Si ma con un vissuto: una volta avrei incontrato Pat Garrett che mi aveva azzoppato. Per questo mi dotarono di un bastone col pomo d’avorio cui appoggiarmi mentre cercavo di vendicarmi di Pat

D – Anche qui un’unica battuta?

R – A dire il vero un grido: “Ahhh!”. Pat Garrett non andava tanto per il sottile

 

Vedere il bounty killer attorcigliarsi i baffi, riprendere impettito la marcia e fendere fieramente la folla del mercato è uno spettacolo. Tutta la storia del west a Correggio in un personaggio e una battuta e mezzo.

 

D – Si fermi un attimo! Vorrei farle una domanda…

R – Nonhotempononhotempononhotempo

 

L’intervista col triciclopedista finisce subito. Come tutti i correggesi sanno, appare di solito sotto i portici da dietro il monumento ai caduti in uno sfolgorio di bandiere, e li attraversa fino in fondo, fino all’ultima banca, seminando terrore negli incauti che hanno preso i portici per luogo di passeggio. Tutta Correggio conosce i simboli che affollano il suo carretto a pedali: la bandiera del Napoli, quella dell’Europa, lo stendardo dell’Heineken, il gagliardetto del Mercatone Uno; poi un mazzo di fiori di plastica, l’immagine di Padre Pio, due girandole multicolori, una bardatura di luci da albero di Natale. Ma ciò che intenerisce i correggesi sono un orsetto di peluche piuttosto vissuto e un cartello con su scritto “sei il miglior nonno del mondo”. Peccato avesse fretta, mi sarebbe piaciuto chiedergli la storia del nipotino.

 

D – Ma cosa ci fa uno scozzese al bar?

R – Cos’è, una barzelletta? (il massiccio correggese in kilt è una novità nel panorama cittadino, un’apparizione che fa discutere)

D – No, dico, lei cosa ci fa al bar con addosso un gonnellino scozzese, gli zamponi pelosi in bellavista e gli scarponi da montanaro con un fiocco sui calzettoni? Ha perso una scommessa e sta scontando la punizione?

R – Lo faccio per comodità. Anche oggi che si gela, il kilt consente di areare le parti basse e tonificare i polpacci senza problemi. Poi è un vessillo: io sono console onorario dei McGregor a Correggio

D – Addirittura! E che cosa sono?

R – Sono la storia. Il disegno del tartan del mio kilt attesta che appartengo al clan dei McGregor, il clan più nobile di Scozia

D – Lo confesso: a Correggio siamo provincialotti, non è escluso che questa diventi una moda. La brexit vi renderà un luogo misterioso ed esotico, chissà che il kilt non prenda piede come è successo con le espadrillas

R – Se lo dice lei. Io lo consiglio a tutti per la praticità: è come avere un ventilatore sotto al culo, rinfresca le idee (e con una mossa rotante fa ondeggiare il gonnellino ed esce dal bar: a Correggio tutta la storia scozzese in un kilt)

 

Direte: ma qui non si parla del virus! No, si parla di ciò che abbiamo temporaneamente perso e che ritroveremo insieme al sorriso e alla soddisfazione di vivere in questo paese qua.

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