Genna, da Napoli a Correggio per trovare un ambiente sano

La storia di uno dei tanti “nuovi correggesi”

Prima chi?
Che cosa significa essere ”italiani”? Questa domanda è al centro del dibattito nazionale da diversi anni ormai. Sembrava che dopo il Risorgimento, dopo il fascismo e dopo la nascita della Repubblica fosse tutto abbastanza chiaro riguardo al termine “italiano”. E invece no. Ogni generazione evidentemente deve affrontare questa domanda, un po’ come l’adolescente che a un certo punto si chiede: “ma io chi sono?”, per cercare di collocarsi nel mondo. Spesso poi gli adolescenti si dimenticano questo interrogativo appena hanno impegni di lavoro o di studio che li riportano a domande più pratiche come la famosa questione “come faccio ad arrivare a fine mese?”.

In ogni caso anche noi abbiamo voluto occuparci di questo tema che sembra così attuale e fondamentale, ma essendo il nostro periodico di Correggio abbiamo voluto prendere in esame questa domanda a livello locale e ci siamo chiesti: “cosa significa essere correggese?”. Pensiamo però che possa essere molto più interessante se questa domanda viene fatta a qualcuno che non è nato a Correggio: ci è venuta così l’idea di fare una chiacchierata con Gennaro Di Tuccio, che a Correggio si è trasferito dal Sud Italia nell’estate del 1990 insieme ai suoi genitori e ai suoi fratelli.

Cosa significa essere “correggese”?
«Credo che la risposta potrebbe essere: tutte quelle persone nate a Correggio da genitori e nonni correggesi. Ma già se si guarda alle nuove generazioni troviamo sempre più persone che non hanno queste caratteristiche, per esempio: un mio caro amico correggese doc ha sposato una donna del sud, hanno un figlio, questo si può considerare correggese? E se è no, che cos’é? Oppure la mia esperienza che è ancor più articolata: mia moglie è stata adottata da padre correggese e madre mantovana quando aveva meno di un anno, è nata in Madagascar ed è ovviamente di colore, si chiama Zaccarelli, ha un forte senso di appartenenza alle tradizioni correggesi, maturato anche per il legame con i nonni; io mi chiamo Gennaro, sono nato a Napoli da papà napoletano e mamma potentina, sono qui da una vita, non sono correggese ma vivo tutti i giorni, in maniera molto spontanea, come se lo fossi. I nostri figli sono entrambi nati qui, sono mulatti, vivono ovviamente qui, vanno a scuola a Correggio ecc. Loro sono correggesi?».

Cosa si aspetta di trovare in Emilia un italiano del sud?
«Semplicemente quello che non ha potuto trovare nel posto in cui è nato. Gli italiani del sud vengono al nord principalmente per due motivi: il lavoro e un ambiente sociale “sano”».

Cosa trova realmente?
«Anni fa le differenze climatiche erano più accentuate, la reperibilità di certi cibi era molto difficile, per arrivare al sud si dovevano fare viaggi interminabili, il ritmo della vita completamente diverso, non c’erano gli attuali mezzi di comunicazione quindi penso che ci si aspettasse un situazione meno complicata. Oggi chi affronta questa scelta penso trovi una situazione molto meno difficile».

Cosa significa per te la parola “integrazione”?
«L’integrazione è un obiettivo che si pongono persone che fanno parte di una società davanti ad una esigenza, che sia questa per motivi etici, morali, economici. Spesso, quando si parla di integrazione, si pensa ad un individuo estraneo che deve integrarsi in una realtà esistente. Quindi la responsabilità e la riuscita di questo processo è tutta a carico di una sola parte. Non è così. L’integrazione, può avvenire solo quando c’è la disponibilità di entrambe le parti di volerla raggiungere in maniera efficace. La frase storica (molto attuale) “non si affitta ai meridionali” è proprio il contrario di quello che intendo: chi riceve non fa la propria parte, a causa di comportamenti non adeguati di chi arriva. E qui si innesca un meccanismo controproducente, creando malcontento nell’immigrato che a sua volta reagisce esasperando ancor di più le sue abitudini e quindi la persona del posto conferma la sua tesi: “non si vogliono integrare”».

Gabriele Tesauri

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