Frutta self-service: maneggiare con cautela

In questo periodo di nuove regole igieniche da osservare nei supermercati, è tornato di grande attualità il tema del self–service della frutta e della verdura: non tanto per il dubbio più attuale relativo al fatto che il guanto, ora obbligatorio per tutta la spesa, debba essere lo stesso utilizzabile anche per selezionare gli ortaggi, quanto perché il servirsi da soli induce, a volte inconsapevolmente, a fare delle cernite. Questo termine, peraltro, non è nuovo a coloro che almeno una volta nella vita abbiano svolto lavori agricoli stagionali raccogliendo frutta e verdura: per svolgere al meglio queste mansioni viene insistentemente raccomandata la massima delicatezza ed attenzione nella movimentazione, tanto da far sì che le unghie ben tagliate e l’assenza di anelli siano una delle regole principali che gli addetti alla raccolta devono rispettare. Tali norme, purtroppo, non esistono negli spazi self-service, dove quasi per magia diventiamo tutti improvvisamente esperti di frutta e verdura: così  incominciamo a tastare, spostare ed annusare come se fossimo realmente in grado di individuare la migliore qualità organolettica ed il grado di maturazione ricercato. Nel mentre, però, abbiamo palpeggiato decine di esemplari e provocato qualche, seppure involontaria, ammaccatura. Non dimentichiamo che certe specie sono più delicate di altre: una pesca, per esempio, lo è più di una mela. In questi casi l’utilizzo di un sottilissimo guanto, che ha il solo scopo di garantire norme igieniche, diventa una strumento che addirittura giustifica eccessive manipolazioni da parte di non addetti ai lavori.

Di fatto, valutare la turgidità di un frutto non è vietato. Questo purtroppo accade anche in tanti negozi più piccoli nei quali si vende solo frutta e verdura e dove spesso la ricerca del risparmio sulla manodopera del servizio vale più del massimo rispetto del prodotto. Dovremmo esigere più rispetto per frutta e verdura, che talvolta viene ulteriormente abbassato dalla posizione del reparto rispetto al percorso che andremo a compiere per fare la spesa: il più delle volte la si trova all’ingresso ed è la prima categoria di prodotto che andremo a mettere nel carrello, anche perché fondamentale ed indispensabile. In questo modo, tuttavia, rischiamo di sommergerla con tutti gli articoli che andremo ad acquistare da lì alla fine del nostro percorso di shopping e, se avremo avuto la fortuna si scegliere frutta e verdura indenne da palpeggiamenti maldestri, in questa fase rischiamo di essere i veri responsabili di qualche danno involontario. Da questo punto di vista sarebbe sempre opportuno compiere il percorso esattamente inverso rispetto a quello che ci viene proposto, ma il più delle volte, sia per abitudine sia per fatica, tutti questi buoni propositi restano pura teoria.

E pensare che molto spesso portiamo sulla nostra tavola un frutto ammaccato, che il produttore ha trattato con una cura estrema per far sì che non arrivasse in quelle condizioni; anche perché per lui, lo stesso tipo di ammaccatura significherebbe valore del prodotto “zero”. Così come valore zero, o quasi, lo può anche avere un frutto con la buccia leggermente graffiata da un ramo o con un piccola percossa da grandine già ampiamente rimarginata. Aspetti che pur non influendo sulla qualità del prodotto vengono enormemente penalizzati da un mercato appagato sempre più dall’occhio che dal palato. Frutta maneggiata in modo scorretto potrà invece avere risvolti negativi anche sulla sua conservabilità nel breve periodo. Magari poi le colpe vengono attribuite agli agricoltori che non coltivano più come una volta.  Sarebbe così fuori luogo il ritorno al servito?

Claudio Corradi

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