From Correggio to Cambridge, my life in England

Beatrice Bedogni tra dottorato, Brexit e lockdown

Il primo gennaio 2021 la lunga e travagliata epopea di Brexit ha trovato una conclusione e, a 5 anni dal referendum del 2016, il Regno Unito ha preso il largo – almeno politicamente – dal continente. Una scelta drastica che non ha però interrotto gli scambi attraverso la Manica dei giovani studenti d’Europa, come invece è stato con le merci. Le Università inglesi continuano infatti ad attirare i giovani europei per il loro prestigio e valore formativo. Abbiamo dunque raggiunto una giovane correggese che, proprio nell’anno dell’apocalisse epidemica e della definitiva uscita dall’Unione, è approdata a Cambridge per continuare i suoi studi.

Beatrice Bedogni ha una grande passione per la storia medievale e, in particolar modo, per la cultura scandinava. Per questo, dopo il diploma al Liceo classico Rinaldo Corso, ha conseguito dapprima la laurea triennale in Storia presso l’Alma Mater di Bologna, per poi proseguire nella magistrale in Scienze Storiche. Quest’ultima non si è però conclusa nell’ateneo bolognese, ma bensì a 3000 km di distanza, in Islanda. «É stata una scelta particolare, certo, ma fortemente voluta», ci dice. «Un’occasione unica non solo per passare un anno di studi all’estero, ma anche per soddisfare la mia curiosità per la cultura nordica. Bologna non poteva offrirmi la stessa formazione sulla storia dei popoli scandinavi, così sono rimasta anche oltre i tempi canonici dell’Erasmus e ho preparato la tesi magistrale da lì».

Un’esperienza che le ha aperto le porte per un’altra avventura nel grande Nord: il dottorato alla prestigiosa Università di Cambridge, Inghilterra, dove è attualmente borsista presso il Department of Anglo-Saxon, Norse and Celtic (il dipartimento dedicato agli studi sulla storia, la cultura e la letteratura dei popoli anglo-sassoni, norvegesi e celtici). «L’Inghilterra era l’obiettivo del mio percorso di studi fin dall’inizio», ci confessa. «L’esperienza dell’Erasmus è stata fondamentale per poter accedere al dottorato. Oltre ai requisiti curricolari è infatti necessaria un’ottima conoscenza dell’inglese e, anche se non è richiesta formalmente, una precedente esperienza di vita lontano da casa è vivamente consigliata».

Un’occasione di vita e studio internazionale messa a disposizione dalle istituzioni europee, che da trent’anni stanziano una parte dei fondi comunitari per garantire ai cittadini di domani una formazione veramente europea, che Beatrice non si è fatta scappare. «L’Erasmus mi ha dato molto, non solo dal punto di vista accademico, ma anche dal lato umano. L’incontro con studenti europei ed extra europei, con metodi di studio diversi dai nostri, ti apre la mente e ti arricchisce».

L’Islanda l’ha messa per la prima volta a confronto con una cultura ed un mondo molto lontano dal nostro, ma una delle cose che più l’ha colpita è stato il diverso approccio alla didattica che adottano nei paesi del Nord Europa: «La nostra formazione, ed in generale quella dei paesi mediterranei, è certamente molto valida, ma molto poco concentrata sullo studente». Il metodo anglo-sassone, che è tipico non solo della Gran Bretagna, ma è anche di quasi tutti i paesi nordici e di lingua inglese, è infatti meno rivolto all’apprendimento nozionistico e più indirizzato verso lo sviluppo nello studente del senso critico e dell’abitudine al dibattito. «La partecipazione attiva attraverso gli interventi in aula e la stesura di tesine è molto considerata. All’inizio per noi italiani, abituati ad essere molto formali nel relazionarci con i professori e con le materie, questo approccio interattivo ed informale può risultare quasi traumatico». L’ennesima differenza culturale che divide il Nord dal Sud del continente e che Beatrice rilegge come un’occasione per migliorarsi a vicenda: «la partecipazione attiva degli studenti andrebbe indubbiamente approfondita in Italia, soprattutto negli ultimi anni della formazione universitaria, ma anche loro dovrebbero adottare un po’ del nostro approccio strettamente manualistico, che è altrettanto essenziale».

Ci racconta poi del suo approdo oltre Manica, in un periodo tanto travagliato non solo dal punto di vista sanitario, ma, nel caso inglese, anche politico. «La Brexit è diventata realtà dal primo Gennaio di quest’anno. Io sono qua da Settembre e potrò restare altri 5 anni, per poi chiedere addirittura la cittadinanza, se lo vorrò. Per fortuna tutto ciò non mi ha limitato nelle scelte di vita, se non per qualche bega burocratica in più. In generale la burocrazia, come in Islanda, è comunque molto più veloce e digitalizzata rispetto all’Italia». Anche questo è sempre un grande shock culturale.

Quella della Brexit è sembrata in effetti una scelta molto di pancia, in cui il famoso pragmatismo britannico si è perso a favore del loro altrettanto famoso orgoglio. «Stando qui si nota l’isolazionismo naturale degli inglesi. La possibilità di comunicare col mondo nella loro lingua madre li porta ad essere molto distaccati dal continente, e questo si riflette anche a livello accademico». Sul lungo periodo il peso dell’isolamento si farà però sicuramente sentire anche sulle loro scelte di vita: «Già  adesso gli scambi, non tanto delle persone quanto delle merci, si è parecchio complicato». Ci racconta allora un piccolo inconveniente causato dalla Brexit, cioè «quello di non poter ricevere il “pacco alimentare” da casa, per via dei controlli sull’importazione di alimenti; sono piccole cose, ma che accrescono la percezione delle distanza e fanno crescere un po’ la nostalgia».

Quello della distanza da casa è un peso che si fa sentire, ma che si alleggerisce parecchio grazie alla vivace offerta culturale messa disposizione da un polo universitario così importante: «la distanza, qui, si fa meno gravosa che non durante il mio Erasmus. Cambridge è un luogo ovviamente molto più familiare per uno studente italiano rispetto alla vita in Islanda. Qui gli stimoli e le attività per un dottorando sono tanti, sia per quanto riguarda la mia attività accademica che per il tempo libero, così per fortuna non ho proprio il tempo di avere nostalgia di casa».

Beatrice, che ha vissuto il lungo lockdown del paese scattato dopo Halloween, purtroppo non ha ancora potuto godersi a pieno ciò che la città ha da offrirle, ma ci racconta che con l’allentamento delle restrizioni dovute al successo della campagna vaccinale conta di recuperare: «Dopo una prima fase in cui Boris Johnson sembrava essere in balia degli eventi, adesso posso iniziare a sperare di godermi a pieno questa esperienza e questo paese».

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