Franz in russia

Era il 1976: Putin cominciava la sua carriera nel KGB

Seduto al Minibar, Franz sorseggia un analcolico corretto alla grappa (onesta mediazione con la proibizione del medico ad assumere alcoolici) e si insinua con scioltezza in un’animata conversazione tra alcuni avventori che discutono dell’aggressione all’Ucraina. Racconta quando, giovane segretario del PCI di Correggio, soggiornò per cinque mesi a Mosca, frequentando un corso di Partito assieme ai compagni di altre Federazioni del PCI.

 

«Appena atterrati a Seremetyevo un compagno-dirigente di Modena sulla scaletta dell’aereo inspirò a pieni polmoni ed esclamò: “Qui anche l’aria è migliore!” Fummo presi in carico da un alto funzionario del PCUS. L’Accademia di Scienze Sociali aveva due residenze per studenti stranieri: quella centrale per i compagni dei partiti comunisti ortodossi e l’altra, per quelli provenienti dai meno affidabili. Noi undici stavamo nella seconda. Era vicino allo stadio della Dinamo. Per raggiungere l’Accademia, dove si svolgevano le lezioni, ogni giorno attraversavamo il Petrovskj park. Era dura evitare i continui brindisi alla vodka proposti dai giovani khuliganov (gli hooligans sovietici) che lo abitavano. La loro vodka era imbevibile. Noi preferivamo quella di lusso, sai, la Starka, quella color nocciola che si comprava solo in dollari nei negozi autorizzati. Era l’unica bevanda decente, anche se il solito compagno modenese a pranzo ripeteva “Qui anche l’acqua è più buona!” Ma io ricordo dei gran minestroni e degli stufati non meglio identificati.

Era il 1976, Berlinguer aveva già teorizzato compromesso storico ed eurocomunismo” conseguendo un notevole successo elettorale. Il PCUS di Breznev l’aveva presa molto male. Così il PCI ci aveva selezionato non tanto per “andare a scuola in Russia”, come era stato nella tradizione del Partito, ma per spiegare le nostre posizioni presso gli altri partiti comunisti. Comunque il risultato fu che, per arginare il contagio, i russi ci impedirono ogni contatto con le delegazioni extraeuropee, e che la nostra residenza pullulava di “cimici”. Con sorpresa, quando individuammo alcune di queste microspie, intorno ai cavi trovammo nidi di cimici vere! In quell’anno Vladimir Putin cominciava la sua carriera nel KGB, e i Servizi Segreti diventavano la scuola di formazione dei dirigenti sovietici.

Ci assegnavano una diaria di 150 rubli e persino qualche dollaro. Ma non bastano i soldi per muovere le cose in Russia: per esempio io non riuscii a comprarmi un pregiato colbacco in pelo di astrakan bianco perché le aste erano truccate a favore dei membri della nomenklatura. In seguito questo è avvenuto anche per la privatizzazione delle imprese di stato. Fin da allora i russi sostenevano che non era corruzione”, erano semplicemente le regole del loro mercato.

Per discutere con le delegazioni degli altri partiti comunisti sospettati di eresia usavamo una delle nostre camere bonificate. Per i rapporti con l’esterno invece disponevamo di un compagno-traduttore di riferimento. Prima della partenza il Partito ci aveva avvisati: erano tutti informatori del KGB, attenti a non fare domande indiscrete. Solo un certo Vassili era affidabile. Ma anche per lui la parola pluralismo era intraducibile!

Così le occasioni di confronto furono rare. Solo nel corso di Filosofia le delegazioni potevano esporre le rispettive visioni ideologiche. Trovavo stimolante respirare un’aria internazionale. C’era Dolores, la mitica Pasionaria, che faceva storcere il naso ai moralisti per il suo giovane compagno ed era in procinto di tornare in patria per la morte di Franco. C’erano diversi fuoriusciti italiani che erano rimasti in Russia e lì si erano fatti una famiglia. C’erano i dirigenti dei partiti comunisti cileno e argentino, fuggiti dalle rispettive dittature.

La sera si andava sulla smisurata Piazza Rossa, guardati a vista. Ogni tanto uno riusciva ad eclissarsi. Quando tornava raccontava di avventure erotiche con una qualche moscovita (tralascio i commenti del compagno-dirigente di Modena). Queste donne di solito si chiamavano Tatiana e confessavano di essere delle dissidenti. Ci venne il sospetto che fosse sempre la stessa russa che esercitava nei pressi della tomba di Lenin.

La mia stanza era spoglia e gelida. Invariabilmente venivo svegliato alle sei di mattina dall’Inno Sovietico che sfumava nella settima sinfonia di Sostakovich, la celebre “Leningrad”, un concentrato di tamburi, ottoni e botti a ricreare le cannonate. Dopo alcuni giorni, esasperato, mi arrampicai fino all’altoparlante e lo disattivai.

Si andava a lezione di Economia (socialista), Storia (del PCUS), Filosofia (marxista)… I corsi più aggiornati erano quelli storici: ad ogni assemblea del Comitato Centrale venivano modificati i testi. Per dire solo dei personaggi più famosi: non c’era ovviamente alcun riferimento a Bukarin o Trotsky, ma fummo sorpresi di non trovare traccia di Stalin e di Berja. Anche Krusciov e il XX Congresso avevano fatto la stessa fine. Del resto i russi sono passati di colpo dal medioevo alla modernità, senza maturare una cultura dei diritti liberali (civili e politici).

Allora Breznev, che tutti chiamavano confidenzialmente “l’immobile”, pareva fosse già in via di mummificazione. A proposito della mania sovietica per l’imbalsamazione: un giorno in tre trasgredimmo i divieti e salimmo alla proibitissima soffitta dell’Istituto di Scienze Sociali. Trovammo una serie di grandi armadi di noce, ne aprimmo uno e dentro c’era una mummia in alta uniforme dell’Armata Rossa. Giuro!».

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