Finalmente la scuola!

Studenti e giovani insegnanti, impressioni di settembre

Puntuale come sempre, il 15 settembre è cominciato il nuovo anno scolastico per tutti gli studenti dell’Emilia-Romagna. Dopo due anni in cui la scuola è stata in balia della pandemia e delle sue restrizioni, ora sembra possibile un ritorno alla normalità. Un anno fa, scrivendo l’articolo di inizio anno scolastico avevamo festeggiato la fine della didattica a distanza; ora possiamo finalmente dire addio alle mascherine in classe, sperando che le condizioni della pandemia da Covid-19 non tornino a essere preoccupanti.

Questi due anni hanno comunque lasciato diverse conseguenze su bambini e ragazzi, a partire dal forte disagio psicologico documentato da sempre più ricerche nazionali e internazionali. Basti pensare che chi ha appena iniziato l’ultimo anno della scuola secondaria di primo grado (le vecchie “scuole medie”), non ha praticamente mai conosciuto la sua scuola senza che ci fosse il Covid. La speranza è che questo inizio anno possa essere non solo una ripartenza, ma una vera e propria riscoperta di tutto ciò che significa stare a scuola, al di là delle materie da imparare e delle ore sui banchi. Abbiamo parlato con diversi ragazzi per capire che aria si respira dentro alle classi in queste prime settimane di scuola. Alcuni di loro hanno compreso, proprio grazie al periodo di grande incertezza di questi due anni, il vero valore della scuola fatta in presenza che, nelle parole di uno dei ragazzi intervistati, ha come aspetti principali: “Lo scambio di idee, la formazione di legami, il senso di comunità”. In altri casi, come in quello di Sofia, l’instabilità della scuola degli ultimi anni ha permesso di coglierne anche i limiti. Secondo lei, “La pecca della scuola italiana è la sua grande staticità, il fatto che sia composta quasi solo da lezioni frontali. Negli scorsi due anni questo si è sentito molto, perché erano stati eliminati tutti i momenti diversi dalla semplice lezione frontale, e ancora ne paghiamo le conseguenze. Ci sono paesi in cui lo studio è più dinamico e gli alunni sono parte integrante della lezione: dovremmo imparare a prendere spunto da quei modelli”.

Una categoria di persone interessante per capire come funziona la nostra scuola è quella di chi cerca di passare dall’altra parte della cattedra: i giovani insegnanti. Infatti, se arrivare a settembre per gli studenti significa riaprire i libri e per gli insegnanti già assunti significa tornare a insegnare, per molti altri aspiranti insegnanti questo è il momento per cercare (e, forse, trovare) un lavoro. Quella dei giovani insegnanti è una categoria spesso poco discussa, che affronta un gran numero di difficoltà e problemi burocratici per farsi strada nel mondo del lavoro. Parlando dell’inizio del nuovo anno scolastico, abbiamo quindi pensato di rivolgerci ad alcune e alcuni di loro per capire come sia la scuola da dentro, vista dalla prospettiva unica e preziosa di chi passa da un lato all’altro della cattedra. Il primo grande tema che emerge dalle loro storie è quello della fitta burocrazia e della precarietà del lavoro. Molti dei giovani che si trovano alle prime esperienze di insegnamento passano attraverso la Mad, la “Messa a disposizione”, una forma di candidatura spontanea che viene inviata alle scuole nella speranza di essere ricontattati per supplenze e sostituzioni. Un gran numero di scuole ha attinto a queste candidature durante il periodo di pandemia, per sostituire i docenti non vaccinati o malati di Covid. Tuttavia, le Mad hanno diversi limiti: solitamente riguardano periodi di tempo brevi, e viene richiesta disponibilità con molto poco preavviso, quasi un giorno per l’altro. È quello che è successo a Davide Bartoli, studente di lettere classiche che lo scorso anno è riuscito a ottenere diverse sostituzioni in scuole della zona, ma che adesso si ritrova a dover ricominciare la ricerca dopo l’estate. Occorre anche considerare che l’estate, per gli aspiranti insegnanti, non rappresenta un momento di tre mesi di ferie, ma di tre mesi di sicura disoccupazione.

C’è anche altro con cui i giovani insegnanti si scontrano.

È il caso di Letizia Bergonzini che, dopo alcune esperienze nella scuola primaria e dell’infanzia, racconta: “La scuola è un ambiente lavorativo che non va vissuto alla leggera: ti scontri con tante responsabilità e devi essere consapevole dei limiti della tua formazione, di quello che sai fare e di quello che ancora hai da imparare tu come insegnante”. Come rivela Bergonzini, spesso molte persone mandano la Mad senza avere quelle competenze specifiche che dovrebbero fare parte della formazione di una figura educatrice come quella dell’insegnante, specialmente nei confronti dei bambini più piccoli. Una seconda riflessione è quella sulla percezione che la società ha degli insegnanti: “Un tempo il maestro aveva maggior riconoscimento sociale,” spiega Bergonzini, “mentre oggi si parla spesso male di chi insegna e c’è maggiore pressione. Dall’altra parte, spesso la scuola fa fatica a coordinare il flusso di insegnanti e un singolo preside può ritrovarsi a gestire più scuole, con il rischio che a perderci sia la qualità dell’insegnamento”.

Nonostante tutto, nelle parole di tutte e tutti i giovani insegnanti con cui abbiamo parlato traspare sempre una grande passione, un amore verso la materia di insegnamento o una sorta di vocazione vera e propria a stare al di là della cattedra. È il caso di Bergonzini, che sogna di diventare maestra da quando a scuola ci ha messo piede, a sei anni, ma anche di un’altra giovane correggese giunta alla sua terza esperienza di insegnamento, Maddalena Montanari, che dopo essere stata chiamata da una scuola un venerdì sera di settembre, al sabato mattina era già in classe. Di fronte alla domanda su quali siano le parti più belle e quali le più difficili del suo lavoro, Montanari risponde: “È la stessa: la necessità di improvvisare. Da un lato non ti lascia mai scampo, spesso devi saltar fuori da situazioni che non avevi immaginato, ma l’improvvisazione è proprio quella cosa che ti fa entrare veramente come persona in quello che fai. Più sto a scuola e più sono convinta che quello sia il posto in cui devo stare”.

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