Favella d’estate

Ventotene, dove la storia è curiosa

L’isola in cui mi trovo, Ventotene, era completamente disabitata tre secoli fa. Salito al trono nella seconda metà del ‘700, Re Ferdinando IV di Borbone si interrogò sul che fare di quello scoglio, ereditato dal padre Carlo III. In quel periodo, forte era l’eco del celebre Discours di Jean-Jacques Rousseau, sull’origine dell’ineguaglianza tra gli uomini. E fu così, inseguendo il mito del Buon Selvaggio, che qualcuno suggerì di prelevare una cinquantina tra delinquenti e cortigiane, dalle carceri di Napoli, per ripopolare l’isola.   

Poco si sa dell’esperimento. Il prelato messo a capo della missione pare sia stato il primo ad essere ammazzato. Le mogli dei pescatori di Gaeta presero a lamentarsi col vescovo: i loro uomini spiegavano troppo spesso le vele, a caccia di “chille zoccole!” Nel litigarsele, qualcuno ci rimetteva pure le penne. Venne inviato un manipolo di guardie regie a ripristinare l’ordine. Dopo di che, come spesso accade, l’utopia lasciò spazio alla restaurazione. 

Nell’impervio isolotto di Santo Stefano, a un miglio da Ventotene, venne deciso di costruire un carcere. Con l’unita d’Italia avrebbe ospitato, tra gli altri, Sandro Pertini. E fu così che l’isola tornò a vivere, tra secondini e carcerati. I primi ebbero a disposizione appezzamenti di terra da coltivare. Gli altri, una volta scontata la pena, sbarcarono il lunario con la pesca, trovando alloggio nelle grotte in tufo del porto romano. 

Questa curiosa differenza di classe si fa sentire ancora oggi. Me ne resi conto alcuni anni fa, quando affittai una casetta in mezzo ad un campo che precipitava in mare. Passai lì tutta l’estate e strinsi amicizia con parecchi isolani. Tanto che pure a me giunse all’orecchio una chiacchiera malcelata, pronunciata a bassa voce, di bocca in bocca. Una ragazza dal piglio fiero e combattivo, cameriera in un ristorante dove andavo spesso, aveva deciso di sposarsi dopo essere rimasta incinta. Conoscevo pure il suo amorazzo, un barcaiolo che mi faceva sempre lo sconto quando affittavo un gozzo.

E fino a qui, nulla di così strano in fondo. Sono cose che succedono e se alla fine i due decidono di sposarsi, che problema c’è? Eppure, un problema c’era. Un problema indicibile, che non veniva mai affrontato in modo esplicito. Dovevo carpirlo tra discorsi lasciati a metà, nebulose che sfuggivano alla mia comprensione. Finché un giorno arrivai a scoprire cosa ci stava sotto.

Il contadino che spesso veniva ad offrirmi pomodori e fichi del suo orto, lo stesso che mi aveva affittato casa, si lasciò sfuggire un sospiro amaro, all’idea che quella ragazza stesse per sposarsi. Era sua figlia, infatti. “Tiene ‘a capa tosta! Nun ’ntenne a nisciune!” 

Mi feci bastare qualche frase smozzicata per mettere assieme i pezzi. Quell’erede di secondini vedeva con malumore l’unione della sua prole con un discendente di carcerati. Il mondo di sopra che si univa al mondo di sotto. Era come se chiedesse consiglio e gli dissi che bisogna credere all’amore, che alla fine l’amore trionfa! Bella cazzata. Che certe differenze di classe non sono uno scherzo. 

Un anno dopo, i due sposi avevano già divorziato. E io non posso più affittare la casetta a picco sul mare, perché ‘a capa tosta ci vive in pianta stabile ora, tirando su il suo amatissimo bimbo. Da sola. Con il piglio fiero e combattivo che non le si cancellerà mai dal volto. 

Jean-Jacques, di sicuro, non aveva previsto tutto questo. Hoka Hey!

*L’articolo è di un correggese che vuol fare l’indiano

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