Ereditare: da Carpi, un appello alla memoria collettiva

#sonoresistente

Nel weekend del 18-20 settembre, mentre tutta la provincia di Reggio -capoluogo in primis e il borgo il giorno dopo- era concentrata sul concertone del Liga, tra Modena, Carpi e Sassuolo si svolgeva il Festival Filosofia, quindicesima edizione di una tre giorni dedicata al pensiero filosofico.

Il tema dell’“ereditare” proposto quest’anno, è sicuramente degno di essere ripreso da questa rubrica. 

Gli aspetti affrontati sono stati molti: gli attuali cambiamenti nelle forme della trasmissione culturale; i mutati rapporti fra le generazioni; il ruolo del patrimonio storico-artistico per la memoria; l’urgenza educativa nella scuola e non solo; lo statuto -anche economico- del debito; le frontiere dell’ereditarietà genetica; la responsabilità verso le generazioni future che erediteranno il pianeta.

Ma più di tutto a noi interessa il focus incentrato sull’ereditare una memoria collettiva: perchè serva di esempio, affinché, carichi dell’insegnamento appena appreso, possiamo impegnarci a non ripetere determinate azioni.

Più nello specifico ereditare la memoria del secondo dopoguerra, affinché ci aiuti in un percorso verso la tolleranza con tutti i popoli del mondo (un tema molto attuale in questi giorni, con gli occhi e il cuore volti alla barriera costruita in Ungheria contro i profughi siriani, senza ricordare che solo nel 1956 ben 250.000 ungheresi si riversarono in Europa per salvarsi dalle truppe sovietiche).

Due sono stati gli eventi nel ricco programma del Festival, utili a ravvivare la nostra memoria sull’eredità della storia passata.

Il primo, la conversazione con Marco Belpoliti, professore di Sociologia della letteratura, critico e saggista, editorialista de “La Stampa” e de “L’Espresso”, sul libro di Primo Levi “I sommersi e i salvati” del 1986.

Il secondo, il reading teatrale con musica dal vivo, dal titolo “La memoria di una storia.
Trasformazioni del Campo di Fossoli
(1942-1970)” organizzato dalla Compagnia del Teatro dell’Argine di Bologna.

Un unico fil rouge: il Campo di Fossoli, dal quale anche Primo Levi passò (febbraio 1944) prima di essere deportato ad Auschwitz.

Il reading ha raccontato storie di vita trascorse al Campo di Fossoli, dalla sua costruzione per usi militari nel 1942, al suo utilizzo come Campo di concentramento per ebrei fino al 1944 e successivamente come Campo poliziesco e di transito utilizzato dalle SS come anticamera dei Lager nazisti, fino alla sua trasformazione in luogo di accoglienza nel dopoguerra.
La selezione di testimonianze, alcune inedite, e di brani musicali dal vivo, hanno disegnato i contesti storici attraverso la singolarità delle voci protagoniste, dando vita ad un intreccio fatto di piccoli frammenti, momenti e attimi di vita quotidiana, di paure e incertezze, ma anche di idealità e speranze.

“I sommersi e i salvati”, il libro presentato da Belpoliti, è un saggio di Primo Levi che analizza la tragedia dei Lager nazisti, il ruolo delle vittime e degli aguzzini all’interno dei campi, la zona grigia delle loro responsabilità, l’importanza della testimonianza e il rischio che la memoria della persecuzione nazista venga dispersa o, peggio ancora, travisata e negata. 

Quello di Levi è dunque, come già in “Se questo è un uomo” e ne “La tregua”, un rinnovato appello alla memoria dei lettori riguardo alla Shoah: non dimenticare, affinché le pagine più nere della Storia non debbano ripetersi.

Levi cita, in apertura del suo libro, 

The Rime of the Ancient Mariner di Samuel Taylor Coleridge (1772-1834):

“Since then, at an uncertain hour, that agony returns:
and till my ghastly tale is told this heart within me burns.” 

“Fin d’allora, a un’epoca indeterminata, riprovo quell’agonia:
e finché non ho rifatto lo spaventoso racconto, il cuore mi brucia nel petto.”

Eredità quindi della memoria, perché il rischio è sempre quello che la distanza temporale che si frappone tra noi e gli eventi descritti offuschi la percezione di ciò che è successo e quindi ci porti a dimenticare con troppa leggerezza…

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