Eccola, la fiera della rivalità! La storica contesa Rio-Correggio sul leone di marmo

“Un leone, un leone in marmo, accucciato e imponente, posto su di un basamento in muratura, è di guardia, per modo di dire, al bel Palazzo dei Principi da Correggio, nel suo cortile interno. È un bestione lungo oltre due metri e, seppur in posizione di riposo, alto circa un metro. Manca di una parte delle zampe flesse in avanti, e reca, sul dorso, la traccia di un foro alla men peggio otturato con cemento” (il foro era stato praticato da ignoti ladri che speravano di trovare al suo interno un gruzzolo di monete, ndr).

Questo è l’inizio di un articolo apparso sulla pagina delle Cronache della Gazzetta di Reggio del 15 luglio 1967.

Un leone di marmo? Sì, entrando, ancor oggi, dal portale del Palazzo dei Principi a Correggio, a mano destra del porticato del cortile interno si è attratti proprio da quel marmoreo leone di cui si parla. Del quale il giornalista traccia, nel seguito del reportage, una ricostruzione storica. Il leone si trova in quel cortile dal 1930, ivi trasferito dal sagrato della chiesa della Madonna della Rosa dove tre secoli addietro era stato piazzato a compiere la stessa funzione di guardiano. Lo storiografo correggese Quirino Bulbarini (1663-1725) racconta che:

Sul principio del secolo XVII un contadino, arando la terra che si trova a un tiro di archibugio sopra la strada che porta alla chiesa di Rio, scoperse le vestigia di un edificio sotterraneo e lo confidò al cavalier Orazio Rivolta (un avventuriero oriundo da Rivolta di Bergamo) il quale, sperando di trovare un tesoro, s’affrettò ad acquistare il campo e, scava scava, trovò il cimelio di notevole valore. Era un sepolcro risalente a epoca romana. La cassa centrale, o sarcofago in pietra, era ornata di quattro leoni di marmo accucciati, e di due urne. Le urne, trasportate nottetempo a casa del Rivolta, contenevano ‘acqua odorifera’. Una iscrizione dedicatoria diceva che l’illustre sepolto doveva chiamarsi Caius Fuficius Hilarius, un romano, intuitivamente uomo di notevole importanza se per la sua sepoltura era stato eretto quel monumento. E se un sepolcro di questa mole era stato costruito in quel luogo, era segno che Rio Saliceto doveva ospitare una comunità organizzata romana di cui l’Hilarius era forse stato il maggiorente, quando, per scrupolo, non si voglia pensare che colui, anche se forestiero, abbia avuto nel monumento l’attestazione di una particolare gratitudine da parte degli abitanti della zona. In un modo o nell’altro si riconferma la presenza di un antico insediamento in Rio Saliceto, deduzione confermata dai successivi ritrovamenti: due leoncini in marmo e una capretta scolpita, e all’interno di essi vennero trovate monete romane”.

Dunque, niente tesoro di valore economico restò al Rivolta, ma solo un tesoro di valore archeologico, che tramutò in rendita permettendo che tre dei quattro leoni fossero frantumati “per farne calcina, arringhiere e albio per cavalli”. Il quarto leone, invece, dopo essere stato collocato per qualche tempo all’ingresso della casa di Giuseppe Zuccardi in Rio, fu donato, dallo stesso, al principe Giovanni Siro da Correggio nel 1623, il quale lo fece collocare sul sagrato della chiesa dedicata alla Madonna della Rosa in Correggio, fatta da lui costruire. La targa marmorea commemorativa dell’abbiente defunto, fu dapprima adibita a soglia del Palazzo Civico, poi fu utilizzata come materiale di reimpiego in una delle prigioni correggesi e, infine, fu murata all’ingresso del Convento delle monache del Corpus Domini. Nel 1930, dopo i grandi lavori di restauro del Palazzo dei Principi, si decise di ricongiungere leone e lapide nella nuova e definitiva sistemazione all’interno della corte porticata del maggior monumento del Rinascimento correggese.

E qui sorge la domanda: perché l’articolo della Gazzetta porta il titolo “Faida fra Correggio e Rio Saliceto”? Risposta: perché si tratta di una vera e propria rivalsa che da tempo cova sotto la cenere, seppur senza sangue né fuoco, da parte dei riesi che pretendono che il loro leone di marmo sia riportato ‘in patria’. Così la questione passa, addirittura, in mano agli avvocati. I riesi sostengono cheil leone è una sorta di ostaggio, una specie di schiavo portato fuori dalla patria dal capriccio o da un atto di vassallaggio di un Signore (Giuseppe Zuccardi) verso un altro (il Principe Siro). Perché il leone è simbolo e testimonianza dell’antichità della loro terra, e perché Rio ha origini remote, a dispetto di quanti credono che, col suo nome borghesuccio, non sia altro che un agglomerato sulle rive di un corso d’acqua”.

È, quindi, una questione di orgoglio territoriale: se il leone è un cimelio tratto da un sepolcreto romano, diventa simbolo e testimonianza delle origini romane di Rio Saliceto, ed è fuori luogo a Correggio, ridotto a far muta e inutile guardia al Palazzo dei Principi. Ma i correggesi ribattono che i doni non si restituiscono, tanto più che nessuna cornice potrebbe essere più degna che quella del maestoso e scenografico cortile di uno dei più bei palazzi d’Italia. Il cronista conclude dicendo che un po’ di ragione (e di esagerazione) e un po’ di torto c’è dall’una parte e dall’altra parte, e si pone la domanda: “Non ne salterà fuori un’altra ‘Secchia Rapita?”. Fatto sta che, oggi, il leone di marmo si trova ancora al solito posto, facendo arguire che le ragioni di Correggio siano prevalse su quelle di Rio Saliceto.

Cortile del Palazzo dei Principi di Correggio. Il leone di marmo si trova nell’angolo di fronte, a destra dell’ingresso

Condividi:

Rubriche

Torna in alto