Dobbiamo liberarci della violenza di genere

I tanti casi sono sintomo di un problema di tutta la società

Juana Cecilia Hazana Loayza è il nome della donna uccisa poche settimane fa, proprio qui, a Reggio Emilia, per mano dell’ex compagno. È un nome, una storia, una vita stroncata da un crimine orribile, che è sintomo di una società con un serio problema legato alle questioni di genere. Quello che è successo ha un nome specifico: si chiama femminicidio. Perché, si potrebbe obiettare, serve un nome apposta per un crimine che potrebbe essere semplicemente chiamato “omicidio”?
La risposta è semplice: perché più di un omicidio su due che vede come vittima una donna, in tutto il mondo, è commesso da un ex partner o da un familiare; e perché nove donne uccise su dieci in Italia sono vittime di persone che conoscevano. Quando un fenomeno assume proporzioni così grandi non può essere generalizzato, va guardato in faccia. Va chiamato con il proprio nome, va discusso, e va inquadrato nel contesto che lo ha reso possibile.

Il 25 novembre è stata la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. È per questa occasione che Correggio ha ospitato un incontro con il filosofo femminista Lorenzo Gasparrini. Romano, autore di diversi libri sul tema e attivo nel settore della formazione aziendale, è stato invitato dal Coordinamento donne Spi-Cgil di Correggio e da un gruppo di giovani correggesi. Nelle due ore trascorse, il filosofo ha coinvolto il centinaio di presenti in una serie di riflessioni su che cosa sia la violenza di genere, quali siano le sue radici, quali i suoi eccessi.

Le sue prime parole sono state: «Mi tocca sempre spiegare che l’espressione “violenza contro le donne” è il nome di un problema sociale,
non quello di una serie specifica di azioni precise che possiamo enumerare che accadono contro le donne. È il nome di una questione sociale, e come in tutte le questioni sociali, anche qui sono coinvolte tutte e tutti, con compiti, funzioni e ruoli diversi». Com’è possibile che siano coinvolti tutti? L’errore è che ci concentriamo solo su chi compie i fatti più eclatanti, i crimini peggiori, mentre ci dimentichiamo che attorno ad assassini, stupratori e uomini violenti c’è un contesto che li porta a diventare ciò che sono. C’è un contesto sociale che attribuisce alla differenza di genere tra uomo e donna una differenza di identità, di responsabilità, di ruoli; che fa sì che una donna vittima di violenza sia giudicata per come era vestita, e che rende assurda la possibile notizia che a essere stuprato, a essere inseguito, a essere stalkerato sia un uomo, non una donna.

Queste cose non sono naturali: le crea la società. «Se io cammino per strada da solo di sera», ha spiegato Gasparrini, «e davanti a me c’è una donna, se quella si gira e mi vede, subito si stringe nel vestito e affretta il passo. Perché fa così? Io di certo non le ho fatto niente. A farle paura non sono io, è il mio corpo. La mia responsabilità di uomo è domandarmi: che cosa ha fatto diventare il mio corpo un’arma, il simbolo di una paura? È questa la cosa che non mi deve stare bene.
È questa la cosa verso cui devo assumermi una responsabilità».

Una gran parte della riflessione del filosofo si è concentrata sul tema del potere. Il potere che passa, inevitabilmente, all’interno di ogni relazione sociale, di ogni gesto, di ogni contesto. Una famiglia è impostata secondo una relazione di potere: il modo in cui vengono gestite le situazioni, come vengono divisi i compiti, le responsabilità, tutto crea un’idea di chi abbia il potere di fare cosa. «Ci raccontiamo che per natura le donne sono più multitasking e più brave a fare tante cose insieme», ha spiegato Gasparrini, «il punto non è che sono più brave, sono solo più allenate: hanno iniziato a occuparsi di certe cose fin da quanto sono molto giovani. Lo stesso vale per il lavoro domestico, o anche per la cura dei figli: chi ha detto che sia una naturale competenza della donna? Non ci rendiamo conto che tutti i gesti e le relazioni sono intrise di potere, anche nelle situazioni che sembrano più innocue. Non notiamo le posizioni di autorevolezza e le forme di controllo che si sviluppano nelle nostre relazioni». Perché dev’essere l’uomo a fare “il cavaliere”? Evidentemente c’è un racconto sociale che fa sì che l’uomo occupi una posizione di privilegio, che sia l’uomo a concedere e la donna a concedersi, che l’uomo sia autorevole, nel lavoro e nella famiglia, e che la donna per essere autorevole debba mostrare di “avere gli attributi”.

Un altro tema molto presente nell’incontro con Gasparrini è stato quello del linguaggio. Il filosofo ha spiegato: «Nel linguaggio è depositata un’idea sociale: prendere la donna come riferimento negativo di un agire sociale. I primi insulti che i bambini maschi fanno tra di loro riguardano il fatto che non si comportino “da uomini”, bensì “da femminucce”. È chiaro che un bambino di cinque o sei anni non ha davvero capito cosa sta dicendo, ma sa che in quel modo sta offendendo la persona che ha di fronte. Il punto non è che gliel’abbia raccontato qualcuno: questa cosa è nella cultura, gli è arrivata attraverso i film, i cartoni animati, i discorsi che sente dagli adulti. È una cultura dispari e discriminante». I media italiani hanno grossi difetti in questo senso. Provate a fare caso a quante volte le donne vengono indicate sui giornali solo con il proprio nome di battesimo, e non con il cognome; provate poi a vedere quante volte succede per gli uomini. Indicare una persona con il solo nome la sminuisce, le toglie autorevolezza e credibilità. Spesso poi, nel racconto dei giornali, l’uomo che commette una qualche forma di violenza, fisica, sessuale o psicologica, è “accecato dalla gelosia” o incapace di accettare un tradimento. In sostanza, il comportamento maschile viene sempre descritto come una conseguenza di quello femminile. Numerosi sono poi i casi in cui vengono fornite informazioni non essenziali che riguardano, per esempio, come la donna era vestita al momento della violenza, o se fosse ubriaca, drogata.

Il racconto dei media, in sostanza, è viziato di pregiudizi e luoghi comuni che ancora non siamo riusciti a superare. Come venire fuori da tutto questo?
Nelle parole di Gasparrini, «seminare, coltivare, svolgere un’adeguata educazione affettiva, a scuole e nelle famiglie. Lavorare sul linguaggio e sui paradigmi sociali, in ogni loro aspetto, con il coinvolgimento delle istituzioni e delle scuole. Non basta essere onesti e non fare azioni violente: quello è il minimo. Dobbiamo pensare a fare qualcosa di più del minimo». Un consiglio: la prossima volta che vedete una qualunque notizia di cronaca che ha come vittima una donna, provate a invertire i generi. Trasformate la donna in un uomo e l’uomo in una donna. Che sapore vi lascia? Molte volte un sapore strano. Non ci siamo abituati. Non siamo abituati all’uguaglianza.

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