Delle regole e delle pene. Gherardo Colombo su giustizia e società

All’inizio della nostra chiacchierata gli chiedo perché mai, improvvisamente, decise di dire addio anzitempo alla magistratura di cui era forse il rappresentante più famoso ed apprezzato.
Mi risponde con un esempio.
«Mi sono sentito come un idraulico chiamato per aggiustare un rubinetto di cucina che non dà acqua: smonta, rimonta, cambia, sostituisce, ma l’acqua continua a non uscire. Si chiede: non è che c’è da guardare qualche cosa prima del rubinetto per far arrivare l’acqua?
Segue le tubature, arriva in cantina, dove c’è il rubinetto che porta acqua a tutti i rubinetti del condominio.
Dopo averci lavorato a lungo, torna in cucina e l’acqua esce. Sono rimasto in magistratura trentatré anni e, nonostante l’impegno, la giustizia ha funzionato sempre malissimo.
Mi sono chiesto: non è che occorre fare qualche cosa prima dei tribunali, i giudici, gli avvocati, le sentenze, per far funzionare la giustizia?
Mi sono guardato in giro e ho trovato il rubinetto centrale: la giustizia non funziona se le persone non capiscono il perché delle regole, il loro senso.
Mi sono dimesso e sono andato in giro per le scuole a cercare di spiegarlo.
Quando non si capisce il perché delle regole non si realizza giustizia sociale, trionfa la discriminazione, si crea un sistema ingiusto anche quando la Costituzione (che è la nostra prima legge) vuole il contrario.
Se non si capisce il perché delle regole queste sono rispettate, quando succede, solo per obbedienza o per timore, non perché condivise. Così, non appena il controllore si distrae, vengono trasgredite quelle che ci danno fastidio. Per cambiare, ed adeguarsi alla Costituzione, è necessario che noi la capiamo, che ce la “mettiamo dentro”, e perché questo succeda è necessaria tanta educazione.

Se circa il 70% di chi esce dal carcere recidiva il reato, non è per caso che gli ingenti costi del sistema giudiziario sono risorse mal impiegate?».
Nel suo ultimo saggio “L’anti-costituzione: come abbiamo riscritto in peggio i principi della nostra società” lei dimostra che, senza bisogno di dichiarazioni di riforma, nella prassi italiana gran parte della Costituzione non viene applicata.
Secondo lei, oltre alla mancata partecipazione delle coscienze dei cittadini, c’è anche una causa addebitabile al nostro modo di fare politica, cioè all’urgenza di affrontare sempre delle emergenze (la mafia, il terrorismo, la corruzione) invece di prevenirle? Le chiedo questo perché molti suoi colleghi spiegano la necessità del cosiddetto “41bis”, cioè del regime di totale isolamento in carcere, con l’esigenza che c’era, dopo le stragi di mafia, di impedire ai capi bastone di continuare a comandare anche se detenuti.

«La politica segue la cultura: se pensiamo che serva e sia giusto lavorare sull’emergenza lo si fa. Però le dico: cosa c’entra con il contrasto alla Mafia il divieto del 41bis di tenere in cella più di quattro libri, di non appendere alle pareti più di una fotografia?
L’articolo 41 bis in parte tutela la collettività impedendo (a mio parere in modo piuttosto datato) i contatti con l’esterno, ma in parte rende ingiustificatamente più afflittiva la vita di chi vi è sottoposto. D’altronde questa tensione verso l’afflittività è comune con altri istituti, come l’ergastolo ostativo, la pena che finisce soltanto quando si muore.
Una norma che escluda per sempre la possibilità di redimersi, che cancelli la “speranza” sembrerà “giusta” alla maggioranza dei cittadini finché questi non saranno in grado in primo luogo di comprendere che – come dice la Costituzione – “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”, e poi di valutare i fatti per quel che sono.
Le statistiche, per chi le vuole conoscere, dimostrano che, salvo limitatissime eccezioni, la “pena” di per sé non serve, o serve solo quando è indifferente per il cittadino osservare la regola o violarla.
Però la politica si fa sui sondaggi, senza cercare di aiutare le persone a riflettere sugli strumenti per affrontare i problemi e scegliere consapevolmente. In realtà “buttare via la chiave”, come dicono coloro che amano ripagare il male con il male, è solo disumano e inutile, contrario alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e alla nostra Costituzione.
Le condizioni in cui versano i detenuti (e spesso il personale della polizia penitenziaria) non hanno altro risultato che minare la dignità dell’essere umano, e con ciò ostacolano gravemente il percorso di recupero.

L’idea che una pena debba essere commisurata nel tempo in base alla gravità del fatto commesso e non al percorso che poi il colpevole saprà compiere, non corrisponde alle esigenze di tutela della collettività».
Mi rimane un dubbio: molti individuano nella mancata “certezza della pena”, tra insufficienza di controlli e cavillosità delle norme, uno dei motivi per cui le “regole” vengono disattese.
Lei, che pur ha contribuito per trent’anni ad infliggere le pene, invece sostiene che il castigo non è un deterrente sufficiente. Ma allora come si può far funzionare la Giustizia, con quali strumenti?
«La “certezza della pena” non c’entra nulla con la salvaguardia della cittadinanza. Certezza della pena vuol dire che la pena deve essere conforme a quel che prevede la legge.
Per farlo occorre in primo luogo trovare i colpevoli dei reati (che è un problema di risorse e di fattibilità: crede che sia possibile individuare tutti i ladri d’auto?) e poi utilizzare modalità che aiutino a far sì che non ne commettano più. Il che vuol dire trattare ogni caso a seconda delle necessità che presenta, per fare in modo che la persona eviti di trasgredire in futuro.
Su quest’ultimo punto occorre fare informazione, oltre che nelle scuole anche attraverso i media, che invece raramente si occupano dei dati reali e giocano sulla suggestione e sull’emotività.
Lo Stato non può rispondere a chi fa male agli altri usando la loro stessa logica, obbligando i cittadini a seguire le regole con la minaccia della sofferenza.
Le persone realmente pericolose, fino a che lo sono, devono stare in un luogo ove non possano arrecare danni, ma in questo luogo tutti i loro diritti che non confliggono con la sicurezza devono essere rispettati. Solo così si può lavorare per il recupero. Non è un’utopia.
In Norvegia, dove non esiste l’ergastolo, la percentuale di chi rientra in carcere per aver commesso un nuovo reato è del 45% (in Italia siamo circa al 70%), perché il sistema è finalizzato al recupero e la detenzione serve a educare chi la subisce a diventar capaci di convivere pacificamente con gli altri. La prigione, pertanto, è il più possibile simile all’ambiente che sta fuori dalla prigione, esattamente al contrario di quel che succede da noi».

Gherardo Colombo è stato recentemente ospite di Primo Piano al teatro Asioli, dove ha tenuto una applaudita conferenza sui tormenti della libertà tra il bene e il male,  commentando “Il grande inquisitore” tratto dai “Fratelli Karamazov” di Dostoevskij.
Colombo è stato uno dei più importanti magistrati italiani, giudice istruttore in celebri inchieste come quelle sulla loggia P2, l’omicidio Ambrosoli, il processo IMI-Sir e quello sul Lodo Mondadori. È stato dal 1989 al 1993 consulente per la Commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo in Italia, e per quella sulla mafia.
Dal 1989, come pubblico ministero presso la Procura di Milano, ha dato un contributo fondamentale all’operazione Mani Pulite.
Nel 2007 si è dimesso dalla magistratura: da allora si impegna nell’educazione alla legalità nelle scuole e attraverso la partecipazione ad associazioni, onlus e organismi di vigilanza.
Ha pubblicato saggi sull’importanza delle regole, sulla Costituzione e sulle diverse accezioni di “Giustizia”. È stato insignito di vari riconoscimenti per l’importanza della sua attività saggistica e per il suo impegno sociale. È presidente della società editrice Garzanti, della Cassa delle Ammende, del Comitato per la legalità del Comune di Milano, di UEcoop.

Condividi:

Rubriche

Torna in alto