Del Correggio non ci resta che la cenere, ma dove?

Con queste parole dagli accenti retorici e velati di profonda amarezza, nel 1835 il correggese Antonio Guzzini fissava lo stato d’animo suo e dei suoi concittadini, per la scarsa fortuna avuta in patria da Antonio Allegri, detto il Correggio. Dapprima la dispersione delle collezioni dei Principi di Correggio, successivamente le spoliazioni delle sue opere da parte dei Duchi di Modena, fra Seicento e Settecento, ne avevano cancellato la presenza artistica. Dunque, che cosa resta in Correggio del suo sommo Pittore? – si chiedeva Guzzini. Non resta altro che la cenere.

Dei tanti misteri che aleggiano intorno alla figura di Antonio Allegri, quello del luogo che conserva le sue spoglie rimaneva per i correggesi il più affascinante, tanto che nel 1934 era partita una nuova campagna di scavi. Si trovarono delle ossa che furono consegnate all’Istituto di Anatomia di Modena, ma attendono tuttora l’esito sulla loro autenticità.

 

Dove si trova la cenere di Antonio Allegri?

Marzo 1934. Dietro ad un alto cumulo di terra, tre uomini in età e in abito da manovalanza, due con in pugno quelle che paiono vanghe, e un terzo con le braccia dietro la schiena, buttano l’occhio all’obiettivo. Alle loro spalle un gruppo di sei uomini, dall’aspetto elegante e aristocratico, paiono in attesa di un evento da immortalare per i posteri. È davvero un evento: si cercano i resti di Antonio Allegri (la cenere) nel cortiletto della chiesa e convento di san Francesco. Quei sei uomini rappresentano l’élite culturale e politica di Correggio e dintorni: da destra Riccardo Finzi (storico e bibliotecario correggese), Iotti (rabdomante), Pietro Cottafavi (podestà), Ettore Lasagni, Caselli (segretario comunale) e Otello Siliprandi (ingegnere archeologo reggiano).

Vien spontanea la domanda: ma i correggesi neanche sapevano per certo il luogo di sepoltura del loro Pittore? Per rispondere bisogna ripercorrere la storia dopo la sua morte.

 

Antonio Allegri morì il 5 marzo 1534. Il giorno seguente si svolsero le esequie, chi dice sontuose, chi il contrario. Lo storico Riccardo Finzi sostiene che ebbe funerali poveri, ricavandolo dal registro dei morti tenuto dai frati di san Francesco, che ricorda l’avvenimento con parole comuni. Per la sepoltura furono chiesti 13 soldi e otto danari (somma a quel tempo corrispondente al valore di quattro polli).

Antonio venne sepolto nel chiostro esteriore della chiesa di san Francesco, in una cappella a forma di camera ad uso dei Confratelli del Santissimo. La cappella faceva angolo con la chiesa adiacente e vi si accedeva dalla strada pubblica, e più tardi dal chiostro (o portico) esterno di detto convento (costruito nel 1623-’24). Pare che nella cappella fossero sepolti i membri degli Aromani, famiglia della madre. La bara fu collocata ai piedi di un altare e sulla sepoltura fu posto un coperchio di legno con inciso la scritta: Antonius de Allegris Pictor.           

Oltre un secolo dopo, nell’anno 1641, Padre Lucio Zuccardi, guardiano del convento, allo scopo di costruire le cappelle laterali di san Francesco, fece demolire in parte tale cappella per aprirla  all’interno della chiesa. I resti del corpo del Pittore e di altri suoi familiari vennero allora spostati nel chiostro interno, a poca distanza dalla prima sepoltura, nel vicino angolo di detto chiostro. Da lì i resti mortali non furono più trasferiti e si desume vi si trovino tuttora.

Per meglio capire la collocazione della tomba, si propone la testimonianza più antica della prima traslazione delle spoglie del Correggio, fornita dal milanese oratoriano Padre Sebastiano Resta, grande estimatore del Pittore, che da Roma arrivò apposta a Correggio, nel 1690, per identificarne il luogo preciso di sepoltura. Dopo avere parlato con quanti avevano assistito ai lavori di ampliamento della chiesa di San Francesco e all’esumazione delle ossa del Correggio, il Resta trasse le sue conclusioni che tratteggiò in un piccolo schizzo.

Anche se altri studiosi non concordano col Resta e segnalano un luogo di sepoltura diverso, anche se spostato di poco, l’importante è sapere che almeno le ossa del Correggio sono rimaste a Correggio. E il fatto non è scontato, dato che il Duca di Modena, non bastandogli il saccheggio delle sue opere, voleva depredare pure le sue ossa.

E come spiegazione si racconta un episodio tra il macabro ed il comico, accaduto nel 1786 quando a Modena regnava il Duca Ercole III d’Este (padrone del Principato di Correggio acquistato dalla casata estense nel 1635). Il Duca tanto teneva alla Scuola di Pittura del suo Ducato da invidiare le consimili di fuori, e avendo saputo che la Scuola di Roma vantava il teschio di Raffaello, volle, per la sua, il teschio del Correggio. Dette subito ordine al Governatore di Carpi e Correggio, Conte Fabrizi, perché soddisfacesse in pieno il suo desiderio. Essendo però ormai trascorsi due secoli e mezzo dalla sepoltura, i frati del convento avanzarono delle difficoltà (probabilmente pretestuose al fine di conservare a casa propria almeno le ossa del Pittore) a precisare il luogo certo della tomba del loro illustre concittadino, ma il Duca non si scoraggiò. Ordinò che si scavasse in quell’angolo dell’orto conventuale indicato dai frati come probabile, e che si estraesse un cranio antico da presentare come autentico. Era un cranio terroso, sdentato, boccheggiante, ma servì ottimamente all’impresa, al punto che tutto il paese esultava e strabiliava nell’ammirare il teschio di quel grande. Poi, chiuso in un cofano con sigilli, fu recato personalmente dai dignitari a Modena dove venne posto con tutti gli onori nell’Accademia di Belle Arti. Ma all’Estense, questa volta, la ciambella riuscì senza buco. Il famoso teschio, sottoposto in seguito ad attenta perizia dall’anatomico Giovanardi, fu giudicato appartenente a una donna di assai avanzata età.

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