Dalla Cina a Correggio

Il gioco del mahjong tra bar, baretti e Pier Vittorio Tondelli

Mahjong”, ovvero la chat della banda dei quattro. Quattro amici storici, i classici ragazzi di una volta, ora sulla cinquantina e passa, con questa chat di WhatsApp, si danno appuntamento tutti i venerdì sera, a casa di uno di loro a rotazione, per giocare a mahjong. Tradotto dal cinese in lingua nostrana il nome di battesimo della chat diventa “Magione”, gioco dalla grande tradizione che la banda dei quattro ossequia scrupolosamente. Questo rituale del venerdì per soli uomini coinvolge anche le consorti che si danno da fare con torte dolci e salate per allietare la serata e per evitare che i perdenti tornino a casa a bocca amara. Si gioca rigorosamente in quattro ed è per questo che la banda conta su un quinto amico in panchina, che viene chiamato al tavolo verde quando uno dei quattro manca.

 

Giocano a mahjong da più di 40 anni, quando frequentavano il bar ACLI della parrocchia di S. Quirino, il mitico “baretto”. In quel tempo assistevano semplicemente al gioco, perché non ancora esperti. Giocavano persone più anziane di loro che già praticavano mahjong da anni. Dicono che il gioco sia piuttosto complicato: prima di diventare un bravo giocatore sembra che ci voglia molto tempo trascorso da spettatore dietro le spalle di un giocatore esperto. Poi arriva l’età della magione.

A quel tempo (circa 40 anni fa) non solo si giocava al bar ACLI, ma per trovare il gioco del mahjong i nostri quattro andavano anche in “trasferta” al Caffè Sport, al Caffè Setti o al bar Commercio, dove usavano regole leggermente diverse e poste più alte rispetto al bar parrocchiale. Poi arrivarono gli anni di cambiamenti gestionali del “baretto” fino alla sua chiusura definitiva alla fine degli anni ’80.

Oggi è naturale che durante il gioco, nonostante siano passati tanti anni, vengano ricordati personaggi e momenti particolari di allora, giocatori/situazioni/eventi. Questo aggiunge sapore ad ogni serata del venerdì.

Il Mah Jong (dal cinese 麻将 o 麻雀)  è un gioco da tavolo per quattro, nato in Cina probabilmente nel XIX secolo, e oggi molto diffuso soprattutto in USA e Giappone. Il nome significa “uccello di canapa” o “sparviero di canapa”. Alcuni venditori ambulanti cinesi sbarcati in diverse città portuali italiane, come Ravenna, nel tempo libero giocavano a mahjong agli angoli delle strade. In Emilia il gioco si diffuse nel reggiano e in particolare a Correggio, come testimonia Pier Vittorio Tondelli, che giocò e scrisse del mahjong e dove, nel 1982, fu girato un mediometraggio intitolato proprio Mah-Jong.

Il gioco viene praticato in varie parti del mondo e in vari modi, definito o “gioco d’azzardo” o “passatempo colto”. Ha vissuto momenti di gloria a Correggio, tra i quali il pregio di fare di quattro amici al bar, anzi al baretto, quattro grandi amici veri, non solo di venerdì.

 

Dal dopoguerra, in apposite salette chiassose e rese acri dal fumo, fece la sua comparsa il Mahjong.  Il gioco, importato dai marinai cinesi, si è diffuso in Italia a macchia di leopardo da Ravenna ad altre città e paesi del nord Italia. Il gioco è stato immortalato in numerosi e celebri film: non solo orientali. Come racconta Luciana a proposito dei suoi quattro amici del venerdì, in diversi bar e circoli del centro storico di Correggio si poteva assistere ad accanite ed interminabili partite.

I giocatori occupavano i 4 lati di tavoli rigorosamente quadrati e forniti di tappetini verdi. Seduti ai margini del tavolo vi erano, immancabili, i cosiddetti “giocatori da spigolo” coi loro commenti non richiesti. Il ritmo delle giocate è frenetico, senza sosta o tempo per pensare e i pezzi scartati vengono dichiarati attribuendo nomi e terminologie singolari e nostrane (al bàli, l’usèl…). Durante il gioco, non mancavano le imprecazioni colorite rivolte agli avversari facendo scomodare a volte anche qualche santo. Le partite si prolungavano fino all’ora di chiusura del bar e anche oltre, fino a quando i “giocatori da spigolo” diventavano taciturni, cominciavano a cedere al sonno e il gestore convinceva finalmente gli avventori a lasciare il locale.

 

Chi si è accostato al Mahjong, inizialmente con molta curiosità e anche diffidenza, per un gioco inusuale e per molti aspetti complicato, ha presto compreso che si tratta di qualcosa di speciale, che richiede ragionamento, abilità, oltre che la solita dose di fortuna. C’è un altro aspetto che riguarda i giochi da tavolo: non c’è classe né posizione sociale che tenga, chi sa giocare è “professore” anche se fa lo spazzino. Come diceva il bambino nell’episodio “I giocatori” dell’Oro di Napoli “quella…la carta, sa da chi deve andare…”.

Nel 1987, per merito dei molti appassionati ravennati, venne fondata la Federazione sportiva Italiana, che ha contribuito a diffondere il Mahjong, organizzando tornei nazionali individuali o a coppie.

Oggi i bar di una volta sono un lontano ricordo, sostituiti dalle sale-da-gioco, oppure dal gioco a casa, alla playstation, al computer. Il Mahjong, al pari degli altri giochi da tavolo (pensiamo al bridge) potrà sopravvivere solo per la volontà degli amatori nei circoli culturali e ricreativi, coinvolgendo i giovani e, perché no, le donne, facendo leva sulla sua estrema capacità di avvincere.

 

Il Mah Jong può essere definito un gioco di combinazione (tris, coppie e scale) e presenta molte analogie con il ramino. Al posto delle carte vi sono delle tessere rettangolari (tipo domino) che vengono impilate in una sorta di piccolo muro (castello) e poi distribuite ai giocatori che le sistemano in apposite stecche di legno. Originariamente le tessere erano di avorio, materiale molto costoso e per questo sostituito dalla più economica plastica. Le tessere, incise e colorate, rappresentano i 3 semi ruote, bambù e caratteri numerati da 1 a 9), i 4 venti (est, sud, ovest, nord), i 3 colori (bianco, rosso e verde) e le 4 stagioni (estate, autunno, inverno e primavera); ogni tessera è riprodotta in 4 pezzi.

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