Dal DAMS vengo anch’io: ricordi correggesi

Il corso di laurea bolognese ha compiuto cinquant’anni

Di corsa su per lo scalone affrescato di Strada Maggiore 34, Bernardo Bertolucci aveva appena iniziato la presentazione del suo “Ultimo tango a Parigi”, poi sempre di corsa verso Via Zamboni dove teneva la sua lezione su Caravaggio l’elegante e coltissima Anna Ottani Cavina. Era una delle mie mattinate del 1972. Da qualche mese ero immersa in quella fascinosa e pirotecnica macchina che aveva iniziato a funzionare, prima in forma sperimentale nell’anno accademico 1970/1971, poi ufficialmente nel 1971/1972: il DAMS, Corso di Laurea in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo di cui quest’anno si celebra il 50° della nascita. Una macchina culturale mai vista prima in Italia, inventata dal professor Benedetto Marzullo, grecista e visionario. Combinava discipline superclassiche come estetica e storia dell’arte con materie mai insegnate prima all’Università (etnomusicologia, scenografia, tecnica cinematografica).

Per me, che ero appena uscita dal Liceo Classico Rinaldo Corso di Correggio fu una benefica doccia adrenalinica. Mi aiutò ad uscire da timidezza e introversione. Chi negli anni si è iscritto a questo Corso di Laurea si è sempre sentito rivolgere la medesima domanda:“ Ma a cosa ti serve laurearti al DAMS?”. Sono convinta che per chi è stato giovane negli anni ’70 frequentare il DAMS abbia significato entrare in sintonia con il nuovo che si muoveva all’interno della vita culturale, non solo italiana.

Personalmente scelsi l’indirizzo più tradizionale: Arti. Ma già due anni prima di laurearmi lavoravo nel campo dell’informazione. A farmi piacere il mestiere della comunicazione contribuirono anche le lezioni di Umberto Eco, una star tra i docenti dei primi anni (Luigi Squarzina, Renato Barilli, Tomás Maldonado, Gianni Polidori, Furio Colombo, Giampaolo Bernagozzi, Alfredo Giuliani, Lamberto Pignotti, Adelio Ferrero, Giuliano Scabia, Renzo Tian, Roberto Leydi, Gianni Celati).

Tra i correggesi che hanno frequentato il DAMS il più noto è senza dubbio Pier Vittorio Tondelli che parla della sua esperienza universitaria nella raccolta di racconti “L’Abbandono”, pubblicata postuma. All’esame di Semiotica presentò ad Umberto Eco una tesina sul vino. Meritò soltanto 29. Qualcuno ha ipotizzato che l’autore del “Nome della Rosa” nutrisse qualche invidia per la qualità di scrittura del ragazzo che avrebbe poi pubblicato per la “sua” Bompiani. Anche il poeta Giorgio Bonacini, amico di Tondelli, si è laureato al DAMS. Con un diploma da ragioniere ottenuto all’Einaudi, Bonacini ha sempre coltivato la sua passione, grazie alla quale ha ottenuto numerosi premi. Per amore della poesia sceglie il DAMS. Si iscrive nel 1977: «pur non avendo vissuto a fondo il clima bolognese di quel periodo, ne ho respirato intensamente l’aria. Soltanto due volte la settimana partivo da Correggio per seguire le lezioni, soprattutto quelle di Estetica di Luciano Nanni. Con lui ho scritto la tesi, su Roland Barthes. Per me Nanni è stato maestro di vita e di pensiero, ma ricordo con piacere anche l’esame di inglese sulla poesia beat con Gianni Menarini e quello con Umberto Eco. Semantica ed Estetica mi hanno aiutato molto a coltivare la creatività poetica. Si tratta di studi teorici che però lavorano sulla parola, la materia prima del poeta. Dunque furono per me anni veramente formativi e non mi passò mai per la testa di interrompere il percorso. Mi sono laureato nell’82».

Si iscrisse al DAMS nell’anno accademico ’77/’78 anche un altro correggese, Roberto Soldani, da anni un affermato videomaker. «Venivo da studi tecnici: un diploma in radioelettronica – spiega – non era certo il viatico migliore per affrontare un’università di quel tipo.
Lavorando, non avevo grandi possibilità di frequentare le lezioni, ma quando mi trovavo a gironzolare per i corridoi dell’ateneo mi sentivo come un bambino in un negozio di giocattoli: ogni materia mi sembrava nuova, misteriosa e affascinante.
Il primo risultato di quel confuso innamoramento fu il mio piano di studi, che cresceva in maniera oltremodo disordinata. La facoltà lo permetteva (ora credo giustamente meno) e io passavo con disinvoltura da esami di psicologia della percezione visiva e semiologia delle arti ad altri di sociologia, seguendo disordinatamente il flusso delle passioni che si accendevano di volta in volta. Non sono stato uno studente modello, ma devo ammettere che, nel lavoro che poi ho fatto per oltre trent’anni (ho una piccola casa di produzione audiovisiva), tutti questi variegati apporti culturali mi sono stati enormemente utili.
Ricordo un mio compagno di corso dell’epoca che, in preda ad una momentanea crisi di sconforto, rivolse ad docente la fatidica domanda: “si, va bene, ma poi che mestiere faremo usciti da qua?”. La risposta fu: “ve lo dovrete inventare”. É quello che ho fatto, credo».

Tra i correggesi laureati al DAMS c’è anche Fabrizio Tavernelli: musicista, leader di un importante gruppo degli anni ’90, gli AFA (Acid Folk Alleanza).
«La scelta del DAMS è stata profondamente mia, era quello che volevo fare, un corso universitario artistico, leggendario in ciò che leggevo o nelle immagini su Frigidaire. A Bologna ci andavo per i concerti e quella fauna, quelle estetiche le ritrovai tra le mura delle aule sparse nel centrocittà. Certo non era più il DAMS del ’77, della Traumfabrik, Radio Alice, Freak Antoni, di Eco e della Alinovi, ma quelle esperienze le percepivi ripercorrendo quei passi. Il DAMS ha formato la mia curiosità innata che cercava strade visionarie. I corsi con Camporesi, Calabrese, Pignotti e il temuto Renato Barilli, con il quale mi laureai: tesi su “Andrea Pazienza e il Nuovo Fumetto Italiano”. Anni dopo fui io a contattarlo per una lectio sui graffiti a Correggio. Lui partì un po’ stizzito perché il proiettore si inceppava, ma il percorso, dalle pitture rupestri, passando per i geroglifici, per giungere a Basquiat e Haring fu appassionante. Intorno musica elettronica, performance di street art, ma le storiche avanguardie e le nuove sperimentazioni trovavano un filo comune. Quel filo che ricerco ancora oggi».

Liviana Iotti

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