Dal camice bianco ai paramenti sacri

Don Alberto Debbi e il suo percorso coi giovani correggesi

Don Alberto Debbi, Don Albi per i ragazzi correggesi, medico, ordinato sacerdote il 15 dicembre scorso, raccoglie l’eredità di Don Carlo Pagliari e segue in particolare i cammini dei giovanissimi e dei giovani dell’Unità Pastorale Santa Maria delle Grazie.

Siamo riusciti ad intercettarlo tra i suoi impegni e gli esami in seminario per sapere cosa ne pensa dei ragazzi di Correggio che ha imparato a conoscere negli ultimi mesi.

 

Don, a Correggio, segui, tra le altre cose, i giovani dai 19 ai 29 anni. In cosa consiste questo percorso?
«È prima di tutto un accompagnamento nel cammino della vita, insieme agli altri educatori dell’equipe formativa, per scoprire sempre di più chi siamo e quale è il senso della nostra vita. Chi ci chiama e quale è la nostra vocazione».

Come ti sembrano i giovani Correggesi?
«Premetto che è ancora una prima impressione perché pochi mesi non sono sufficienti per esprimere pareri sulle persone. Posso dire che qui ho trovato tanta profondità, tanto desiderio di ricerca vera, tanta voglia di vita, di essere amati e di amare e di mettersi in gioco».

Quali sono i temi che hanno a cuore?
«Sicuramente la vocazione, la fede e la vita in generale. E quindi sicuramente la loro concretizzazione nella scelta di vita, nella solidarietà, nel servizio alla vita e alla comunità di appartenenza».

 

Ti sembrano in ricerca? Quali sogni, speranze e paure per il loro futuro?
«Come ho già detto mi pare proprio di sì. I sogni non mi sembrano diversi da quelli di tutti i giovani. Innanzitutto la stabilità affettiva, la realizzazione personale, la gioia, essere amati e amare. Poi un lavoro soddisfacente e amici con cui condividere il cammino della vita. La paura più grande credo sia quella di scoprirsi soli e di non riuscire a realizzare tutto questo».

Molti di loro hanno partecipato all’iniziativa organizzata da Primo Piano Incontri con il Dott. Bartolo, medico di Lampedusa, e successivamente avete proposto la visione del film “Fuocoammare”. Come ti sembrano i ragazzi rispetto al tema dell’accoglienza dell’altro e dell’immigrazione?
«Mi è sembrato che si siano lasciati toccare e interrogare profondamente da questa tematica. Questi giovani, come ha detto Papa Francesco, vogliono essere “costruttori di ponti”. Ci insegnano che incontrarsi non significa mimetizzarsi, né pensare tutti la stessa cosa o vivere tutti alla stessa maniera facendo e ripetendo le stesse cose. Incontrarsi e accogliersi significa saper entrare nella cultura dell’incontro.

Capire che l’altro è comunque sempre un dono e una ricchezza prima di tutto per me. L’altro mi permette di crescere e di conoscere sempre di più chi sono, la mia identità e la mia vocazione. Più in profondità, l’altro (con la a minuscola) mi permette di conoscere sempre di più l’Altro (con la A maiuscola) che è Dio».

 

Un messaggio per i Giovani Correggesi…
«Coraggio, il Signore è comunque con ognuno di voi e si rende presente in tanti e tanti modi, scopritelo! C’è da guadagnarci in pienezza di vita!».

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