Da Correggio a Zocca, coltivando un sogno

Da Correggio a Zocca, coltivando un sogno

Gabriele Malavasi ha lasciato la pianura dieci anni fa

Da Correggio a Zocca, coltivando un sogno
Gabriele “Capra” Malavasi

Il nostro giornale si è spesso occupato, negli ultimi anni, di nuovi correggesi. Di persone, cioè, che hanno deciso di trasferirsi nella nostra città per motivi lavorativi oppure per fuggire da situazioni di miseria o di pericolo, come nel caso dei profughi.
Accade sempre più di frequente, però, che alcuni nostri concittadini decidano di lasciare Correggio alla ricerca di migliori opportunità professionali o anche semplicemente per ricercare altrove una piena realizzazione di sé. È il caso di Gabriele Malavasi, alias Capra, che dal 2007 ha deciso di costruirsi una vita nuova a Zocca, nell’Appennino modenese, insieme alla compagna Agnese e alla figlia Ester. Musicista, scrittore, organizzatore teatrale, lo abbiamo intervistato via internet per conoscere le ragioni di questa personale scelta di vita.

A quando risale la tua intenzione di lasciare Correggio?
«Ho lasciato Correggio ancor prima di finire l’università. Per tentare la strada della città, per trasferirmi a Bologna, andare a vivere con Agnese, iniziare qualcosa di nuovo, insomma: tutta una serie di cose che avevano a che fare col diventare adulto, o per lo meno il provarci. L’Appennino non era ancora nei miei pensieri. È un’esigenza che si è sviluppata gradualmente. Perché dopo i primi tempi di Bologna, già sentivamo qualcosa che aveva a che fare con la strettezza, con il bisogno di una vista più larga. Così ci siamo spostati sulle colline di Bologna. Tempo un paio d’anni, e la visione si è formata quasi completamente: una casa isolata, vicino al bosco, senza vicini. E la zona di destinazione è stata l’Appennino modenese, a due passi da Zocca, perché era lì che da qualche tempo avevo iniziato il lavoro di organizzatore teatrale».

Pensando all’Appennino, viene in mente Guccini, che è tornato a vivere a Pavana, il paese della sua infanzia. Sempre più persone lasciano la pianura e la città per cercare uno stile di vita più lento, naturale, autentico. Ti riconosci in questa tendenza? Credi che stia avvenendo un’inversione rispetto allo spopolamento delle nostre montagne iniziato nel secondo dopoguerra?
«Mi fa sorridere che citi Pavana, perché è stato proprio a due passi da Pavana che io e Agnese abbiamo vissuto la primissima esperienza di una porzione di vita in un piccolo paese della montagna bolognese ai confini con la Toscana, dove i nonni di Agnese possiedono una casa. In questi 10 anni in montagna abbiamo assistito a tanti spostamenti di persone, alcuni riusciti altri meno, ma ancora gli spazi vuoti sono di gran lunga superiori ai pieni…
Forse l’idea di cambiare il ritmo della vita potrebbe non suonare perfettamente veritiera. Non credo sia una questione di ritmo. Ci sono le giornate impensabili e frenetiche, come ci sono quelle rilassate e distese – sia in montagna che in città. Dovresti immaginare un pentagramma e vederlo come un grafico, o meglio un piano cartesiano (cosa che poi in realtà è), con il tempo in ascissa e la frequenza sull’asse delle ordinate: ecco, andare in montagna è più un cambiamento di frequenza che di tempo».

Mi sembra, però, che ci sia una radicalità, nella tua scelta, che investe le strutture del nostro stesso stile di vita. Credi che si possa trovare un’alternativa alla strada che sembra segnata per tutti, basata su crescita del Pil, velocità, competizione?
«Trovo la parola scelta, che hai usato, perfetta. Abbiamo scelto di essere lontani. Oramai è un ritornello che sentiamo spesso (“State troppo lontani…”), e anche se non condividiamo questo concetto di lontananza (perché dovremmo essere noi quelli lontani? In realtà siamo equidistanti da chiunque ce lo dice), alla fine prendiamolo per buono: scegliere di essere lontani è stato un modo per perdersi, per scremare i rapporti, perché ad essere lontani devi scegliere chi ti sta vicino, per chi vale la pena sbattersi.
Quali relazioni contano davvero, chi resta, chi vuoi cercare, chi è sopravvissuto alla vita di prima. Essere qui è stato per noi un modo di poter creare qualcosa di nostro, profondamente, ma non in senso di proprietà. In senso più narrativo. In senso di comunità. In senso di storie da far crescere e seguire. La scuola di Ester è una di queste (vedi ndr1). L’AltoForno di Agnese un’altra (vedi ndr2). In montagna ogni relazione ha un peso diverso perché se esci di casa è difficile contare sulla casualità, devi programmare le cose, occorre organizzare. Quando ci siamo trasferiti, al bar del paese avevano scommesso che non avremmo retto neppure un inverno. Perché le difficoltà ci sono, e sono tante. Eppure, eccoci ancora qua. È come un lungo e difficile lavoro di sottrazione, per far emergere quello che conta».

E la musica, in tutto ciò, che ruolo riveste? Ricordiamo che, con il tuo gruppo, i Gazebo Penguins, hai già realizzato quattro album, di cui l’ultimo, Nebbia, è uscito nel 2017.
«La musica (e il teatro) in questi anni, per me, sono stati il mio stabilizzatore, quello spazio su cui si è imperniato il mio equilibrio. La tua domanda mi ha fatto fare due conti. Da quando abito qua, in questi dodici anni, ho fatto più o meno 400 concerti e circa 500 spettacoli. Questo significa che, puntualmente, c’era un motivo che mi faceva partire, che da qua mi portava altrove. Ho sempre viaggiato e sono sempre tornato. Dopo diversi giorni che ero via da casa cominciava a farsi strada un po’ di nostalgia, e dopo periodi più lunghi in cui non dovevo andare, cominciava a palesarsi il desiderio di partire. Ho sempre vissuto questa dicotomia di presenza/assenza che mi ha portato a trovare un personale equilibrio.
E non saprei dirti se, senza la necessità e il desiderio di andare, senza la puntualità con cui cadenzatamente mi trovo in altri posti, altre città, altri ambienti completamente differenti, sarei comunque a mio agio a vivere costantemente qua. Questo altalenarsi tra qui e altrove, fino ad oggi, è stata per la mia costante.
Magari ultimamente avverto un pungolo sottopelle a cercare una radice più forte e profonda, ma per il momento trovo pienamentesensato e soddisfacente come
stanno le cose».

Mi sembra di riconoscere nelle tue parole l’eco di alcuni passi di Tondelli, che ne L’abbandono scriveva: “Ero a parte, ma ero nella posizione migliore per essere presente”. Parlando di letteratura, sarei curioso di sapere come procede la tua epica battaglia con le lumache, descritta in uno dei racconti pubblicati nel tuo blog (http://barabba-log.blogspot.it/search/label/meraviglie%20dalla%20campagna), di cui consiglio vivamente la lettura.
«Mi sa che ultimamente siamo in tregua. Nel senso che da un paio d’anni abbiamo decretato la morte dell’orto, e quindi lasciato che il campo si riprendesse la terra. In realtà, ad essere onesti, sarebbe più corretto dire che hanno vinto loro».

Una cosa che ti manca di Correggio?
«Il gnocco di Benassi».

Che messaggio potresti inviare a chi resta nella pianura, fra polveri sottili, ritmi frenetici e ansia da prestazione?
«Beh, posso dire che ritmi frenetici e ansia da prestazione si trovano comodamente anche qua; il bello è che forse li puoi vivere osservando – in certi tersi giorni di autunno come questi – la nuvola di smog che, come un muro grigio scuro a qualche centinaio di metri da terra, vedi ricoprire per intero tutta la pianura da cui, ormai più di 10 anni fa, hai deciso di partire».

Gabriele Malavasi, originario di Correggio, ha al momento 35 anni. Dopo la Laurea magistrale in Lingua e Cultura Italiana si è sempre diviso tra il teatro della compagnia Koinè e la musica dei Gazebo Penguins – suonando praticamente ovunque in Italia. Vive a Zocca da una decina d’anni assieme a sua moglie Agnese, sua figlia Ester, due cani e un numero variabile di gatti (6<x<10) e di galline (7<x<12).
Ndr1: Ester frequenta una scuola libertaria chiamata I Prataioli, fondata da un gruppo di famiglie tra cui quella di Gabriele, in cui le metodologie di insegnamento cercano di essere il più in linea possibile coi tempi e i desideri di bambini e bambine che la vivono.
Ndr2: Altoforno è un posto che ha deciso di aprire Agnese ai piedi dei Sassi di Roccamalatina, lungo un sentiero nel bosco, dove poter avviare al propria attività di fornaia e creare un punto di ristoro e aggregazione, e da un po’ di tempo anche di animazione culturale per la montagna (letture, spettacoli, concerti nel bosco o davanti al camino).

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