Così va la vita, in zona arancione

I nostri commercianti tra lockdown e ristori

Sono qui con Raffaele Ferrara, coordinatore della Confesercenti per la zona di Correggio, per capire come se la passano tra lockdown subiti e ristori ottenuti i nostri commercianti. È il pomeriggio del 13 novembre e il telefono di Raffaele è tempestato di chiamate: «presumo sia arrivata la notizia che la nostra Regione da gialla diventa arancione» commenta. Proprio così. Sono i baristi e i ristoratori che lo chiamano. Di lì a 24 ore sono costretti a chiudere i battenti, salvo quel piccolo pertugio dell’asporto.

Sconsolato, Ferrara mi dice: «In questo ufficio» che fu sede, ironia della sorte, del giudice di pace, «non c’è pace. Le diposizioni governative cambiano spesso, l’interpretazione non è facile, una previsione per il giorno dopo è un azzardo. Ieri, ad esempio, pensavamo che con le ordinanze restrittive di Bonaccini il rischio del cambio di colore giallo/arancione per l’Emilia-Romagna fosse scongiurato». E prosegue: «I nostri associati vivono molto male questa situazione di precarietà, perché fare impresa significa, per definizione, prevedere, programmare. D’altra parte c’è di mezzo la salute! Il male è il virus che sta uccidendo le persone e grippando i motori dell’Europa. Anche noi con il nostro ruolo sindacale cerchiamo di combatterlo con un’opera di informazione puntuale e con un surplus di impegno. Non coltiviamo ribellismi impuri né convinzioni negazioniste, ma vogliamo stare al fianco dei nostri associati, nel rispetto delle regole e nella consapevolezza, ripeto, che il male è il Covid». E racconta che i suoi collaboratori hanno fatto i turni di notte per inserire, con un click day diventato click night, la domanda all’INPS del contributo per i primi 600 euro.

 

Rita Incerti, titolare di Norma abbigliamento, consigliera dell’Associazione Commercianti, presidente dell’associazione “Correggio Punta al Centro” è una instancabile animatrice della voglia di fare vivere la città attraverso la sua offerta commerciale. «Restiamo aperti, a differenza del primo lockdown, ma per una clientela ormai molto rarefatta. Con bar e caffè aperti la vita qui in centro scorreva molto di più. I ristori del primo decreto sono arrivati puntuali ed hanno sicuramente aiutato anche noi dell’abbigliamento in una prima fase. C’è stato un buon recupero di vendite nei mesi estivi. Ma adesso, per giunta senza diritto ai ristori bis, sto riprecipitando. I portici sono deserti per gran parte della giornata. Viaggio su metà fatturato. Ci vorrebbe un “ristoro ter”, per compensare chi cerca di tener viva la città, come noi, in un momento in cui la spesa dei cittadini è ormai ridotta alle cose essenziali e il resto si rinvia a tempi migliori. Apprezzabile l’impegno del nostro Comune: distese gratuite per la ristorazione, luminarie natalizie a sue spese, spostamento delle rate della Tari e il progetto “Correggio Compro Smart” che partirà a dicembre, come vetrina-piattaforma per l’intercettazione della clientela online con l’obiettivo di reindirizzare poi l’eventuale acquisto nei nostri negozi. Noi resistiamo, ci siamo, incoraggiando chi passa da queste parti. Trovo sconforto in giro, ma anche comprensione per le difficoltà del nostro lavoro. Non cerco solo di fare scontrini, ma soprattutto di dispensare coraggio e conforto, insomma… ristoro a mia volta, come tanti bravi colleghi!».

Rita Barabaschi è titolare con Roberta Bondenari di Piedi Folli, negozio di scarpe e accessori. «C’è anche molta confusione tra la gente. Chi chiede se chiudiamo alle 18, chi se siamo aperti il sabato, per via dei tanti decreti troppo complicati e sempre modificati. I ristori sono arrivati, sì, buona cosa, ma non compensano affatto il crollo di fatturato, che sarà del 40% a fine anno, presumo, e, tantomeno, il nostro reddito. Il problema è che non si vende. Chi vedi in giro?».

 

Andrea Trambaiolo è il giovane titolare, con Valentina Tarpini, del Minibar. «Più che i ristori, io avrei bloccato per gli esercenti tutte le spese: IVA, INPS, tasse, affitti. E poi un lockdown severo, per investire in sanità, senza contentini di ogni genere. Si è creata troppa confusione con norme non ben studiate. Il legislatore ha fallato. Il ristoro bis non l’ho ancora avuto, arriverà, ma il primo mi è volato via con le spese. Anche questo benedetto asporto per i bar si presta a interpretazioni diverse. Con quello oggi lavoro al 30%: 15 paste al giorno contro le 90 di sempre. Avrò un calo di fatturato annuo del 40%. Per noi giovani è un bel fardello anche la montagna di debito pubblico che va crescendo».

 

Carmelo Carcione è titolare della Pizzeria La Briciola: «Niente ristoro, salvo quello legato allo stato di emergenza della Regione, perché per pochi punti percentuali non ho raggiunto il calo del 33% tra i due aprile della regola, ma non mi lamento più di tanto. Ho sempre puntato sull’asporto e persisto a tutta birra, visto che si può lavorare e i clienti sono affezionati. Però hanno paura a fermarsi, così perdo il servizio ai tavoli con un introito che pesava per il 30% del totale. Ridurrò il fatturato all’incirca di questo. I ristori sono un aiuto apprezzabile. L’importante che si possa lavorare in sicurezza. Ce la faremo».

Guido Pelliciardi è titolare della Libreria Ligabue: «Non ho vergogna a dirlo, ma il mio fatturato è cresciuto in questi ultimi sei mesi di un buon 20%. In molti durante il lockdown hanno riscoperto il piacere della lettura. Il trend continua. C’è anche l’effetto della nuova legge sul libro che impedisce gli sconti selvaggi praticati dalle case editrici, limitando al 5% tale pratica. Anche Amazon, che paga tasse irrisorie in Lussemburgo, ne ha risentito e le piccole librerie indipendenti, come la mia, ne hanno avuto vantaggio. Credo che il complesso dei ristori messi in atto, di cui ho goduto giustamente solo in piccola parte, sia stato un buon aiuto per il commercio».

 

Che dire alla fine di questa piccola inchiesta? Lo Stato ha fatto la sua parte, con vari aiuti, rispettando tempi e impegni e mettendo in gioco cifre non indifferenti. Ma le misure drastiche a tutela della salute che questa terribile pandemia comporta stanno condizionando, pur con forti differenze tra settori merceologici, la tenuta di tanti operatori commerciali. I quali, consapevolmente, cercano di resistere e tener viva la nostra città. Come merita. Anche Raffaele Ferrara, che ringrazio per la collaborazione, concorda con me.

 

COME FUNZIONANO I RISTORI?

Con l’aiuto di Ferrara ricostruiamo la loro genesi. Sono stati previsti con il decreto Rilancio del 13 maggio e con il decreto Ristori bis del 7 novembre. I primi ristori erano riservati alle imprese commerciali aventi un calo di fatturato tra l’aprile 2020 e l’aprile 2019 superiore al 33%. Sono stati concessi in percentuale diversa a seconda della fascia di fatturato annuo: il 20% della perdita per la fascia da zero a quattrocentomila euro, il 15% per quella da 400.000 a un milione di euro, il 10% della perdita per quella da 1 a 5 milioni.  Per fare un esempio: un esercizio appartenente alla prima fascia (come la grande maggioranza degli esercizi correggesi) chiuso in aprile 2020 per lockdown (fatturato zero), ma con fatturato registrato (scontrini emessi e fatture) di 20.000 euro nell’aprile 2019, ha ricevuto 4.000 euro di ristoro (pari al 20% della perdita di 20.000 euro).

I ristori mediamente percepiti a Correggio tra gli associati Confesercenti tra giugno e luglio dopo il decreto rilancio sono stati i seguenti:

Ristoranti, bar, pubblici esercizi: 3.850 euro

Negozi abbigliamento e scarpe: 3.400 euro

Pizzerie da asporto, gelaterie, pasticcerie, piadinerie: 2.100 euro

Altri negozi di vicinato, articoli da regalo: 1.750 euro

I negozi di alimentari non hanno avuto ristori non avendo registrato sensibili cali di fatturato

Per effetto poi del riconoscimento dell’Emilia-Romagna come regione in stato di emergenza (per pregresse calamità) sono stati erogati dall’Agenzia delle Entrate tra luglio e agosto 1.000 euro alle ditte individuali e 2.000 euro alle società, indipendentemente dal calo di fatturato registrato.

Per i titolari di attività commerciali e loro soci iscritti all’INPS (ad esclusione di chi percepiva un reddito di pensione o lavoro dipendente) sono stati erogati 600 euro per aprile e 600 euro per maggio (1.200 euro totali) a prescindere dal calo di fatturato.

Poi è stato concesso il credito di imposta per le spese di affitto dei locali d’esercizio pari al 60% del canone versato per marzo-aprile-maggio. Misura che interessa la quasi totalità degli esercenti correggesi.

Infine la possibilità di usufruire della CIG, estesa ora anche alle imprese con meno di 5 dipendenti, anche se su questo fronte c’è stato qualche ritardo e qualche difficoltà.

I ristori bis previsti dal decreto del 7 novembre hanno preso a riferimento le cifre erogate con i ristori precedenti, sulla base del codice ATECO di appartenenza. Hanno escluso le attività commerciali non interessate da limitazioni di orario o da chiusura, come i negozi in zona arancione che restano aperti. Per altre tipologie come bar e ristoranti, prima ad orario ridotto, ora chiusi tranne che per l’asporto, l’importo del ristoro-bis è stato pari al 150 o al 200% del ristoro precedente. L’importo è stato accreditato dall’Agenzia delle Entrate l’11 novembre direttamente sull’IBAN dell’esercente.

Tornando all’esercizio citato nell’esempio precedente, se bar (150%) o ristorante (200%), ha ricevuto altri 6.000 o 8.000 euro come ristoro bis.

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