Correggio apre le porte ai profughi ucraini

Un’accoglienza senza precedenti che dice qualcosa

Ci sono quattro volontari al Centro di raccolta della Protezione Civile. Si muovono tra gli scatoloni, riordinano i materiali, aspettano. Poi arriva una famiglia: una donna con due bambini. Si fanno avanti, tentano qualche parola in italiano, chiedono biscotti, assorbenti e poco altro. La donna prende il telefono e cerca di comunicare con il traduttore di Google. I volontari si avvicinano, puntano il dito verso un foglio con diverse parole in ucraino, passano qualche minuto a cercare di farsi capire, poi si allontanano, prendono tutto il necessario, ritornano con il pacco pronto. I bambini stanno correndo all’aperto; in un attimo arrivano a farsi salutare dai volontari, regalano qualche sorriso e riprendono le biciclette appoggiate a terra. A guardare bene, dal pacco spunta la sagoma di un uovo di Pasqua. Non appena se ne saranno andati, arriverà un’altra famiglia, anche questa con diversi bambini al seguito, anche questa accolta con un grande uovo di cioccolato. È un viavai insolito al Centro di raccolta correggese: si tratta della giornata dedicata allo smistamento dei pacchi destinati alle persone ucraine. I volontari hanno una lista di alcune decine di famiglie, si muovono tra lunghi tavoli con diversi cartoni in cui stanno i materiali raccolti nei giorni e nelle settimane precedenti. Pasta, passata di pomodoro, cereali, latte, legumi, riso, biscotti, cracker, the, merendine, pannolini, quaderni, giocattoli. La lista continua: si tratta di materiale donato dai singoli cittadini, dalle aziende, dalle scuole; una parte di questo è consegnata alle famiglie accolte nel nostro territorio, mentre il resto viene inviato in Ucraina e nei paesi di prima accoglienza. In poco più di un mese da quando la Protezione Civile e il Comune di Correggio hanno aperto il Centro di raccolta, da qui sono stati mandati a Reggio ben sette bancali di materiale.

Oltre a contribuire con diverse donazioni, alcune persone del territorio hanno scelto di aprire le proprie case ai rifugiati ucraini. Alla metà del mese di aprile, gli ucraini accolti a Correggio erano centocinquantasette; di questi, più di centotrenta sono stati ospitati direttamente da privati cittadini. «C’è stato un grande spontaneismo nell’aprire le proprie case», racconta il sindaco di Correggio, Ilenia Malavasi. «Questo è dovuto ai legami che già esistevano con la popolazione residente». Prima della guerra, erano infatti più di duecento i cittadini correggesi di nazionalità ucraina. Un caso frequente riguarda quello delle badanti, che hanno beneficiato dei propri contatti nel territorio per accogliere familiari e conoscenti in fuga dall’Ucraina. «Questa è una modalità organizzativa inedita», spiega Malavasi, «di grande forza e bellezza, ma che comporta anche diverse difficoltà. Ad oggi, il nostro compito come Amministrazione è supportare le famiglie che si stanno facendo carico di questa accoglienza da sole, anche da un punto di vista economico». Quello a cui la cittadinanza sta assistendo è infatti un fenomeno del tutto singolare, che stupisce anche chi si occupa da anni di migrazioni.

Il correggese Davide Folloni, direttore dell’Area Sociale della cooperativa Papa Giovanni XXIII di Reggio Emilia, conosce molto bene le dinamiche dell’accoglienza e riconosce l’eccezionalità di quello che sta accadendo: «La maggioranza di chi è arrivato è venuto da contatti diretti che aveva col territorio. Su un’onda anche emotiva, molti cittadini hanno deciso di aiutare e dare a queste persone ospitalità. La stragrande maggioranza degli ucraini è andata a casa della gente, o in quei Comuni che hanno predisposto forme di accoglienza in alcune proprietà comunali». Scavando più in profondità, Folloni restituisce un quadro complesso di come funziona l’accoglienza dei migranti. Le strutture di cui solitamente si sente parlare sono i CAS (Centri di Accoglienza Straordinari), gestiti dalle prefetture, e gli SPRAR (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati), dei Comuni. In questa fase, l’emergenza ucraina ha per così dire evitato queste vie tradizionali, e solo in minima parte si è dovuto ricorrere alle strutture CAS, che rappresentano le forme di accoglienza straordinaria. Aprire le porte dei privati ai profughi ucraini velocizza un iter altrimenti più complesso, ma comporta diversi problemi: in primo luogo, la difficoltà di predisporre a livello nazionale e locale dei sostegni per chi accoglie. Il peso economico ricade in gran parte sulle famiglie ospitanti, e chi arriva è provvisto di poco o niente: dall’abbigliamento al cibo, dalla vaccinazione per il Covid-19 al materiale scolastico. Si tratta di necessità cui è necessario provvedere e che sono rese ancora più complesse da queste forme eccezionali di accoglienza. I bambini devono continuare il proprio percorso scolastico: parte di loro segue a distanza le lezioni delle scuole ucraine ancora attive, mentre altri vengono pian piano integrati in alcune scuole locali. Non è uno sforzo da poco: basti pensare che circa la metà degli ucraini accolti a Correggio è minorenne.

Chi opera nel settore dell’accoglienza assiste a queste dinamiche con un misto di stupore e amarezza. Da un lato, dà grande sollievo vedere così tanti cittadini che si attivano per un’emergenza migratoria; dall’altro lato, come spiega Folloni, «ai profughi ucraini sono stati dati benefici che nessun altro migrante ha ricevuto in passato. Sono state velocizzate tutte le pratiche, è stato concesso loro un permesso di soggiorno così come la possibilità di lavorare». Afgani e nigeriani che scappano da situazioni di grande pericolo rimangono per anni intrappolati nel caotico sistema dell’accoglienza; chi riesce ad avere un percorso di integrazione è solitamente una minima parte di chi ne fa richiesta. L’auspicio è che l’emergenza attuale possa far ripensare il modo in cui viene gestito il destino di tutti gli altri migranti, osservando le contraddizioni e le discriminazioni denunciate in passato per costruire sistemi migliori e dare ossigeno a una nuova sensibilità. Fare sì che i diversi attori della società civile siano consapevoli e si mettano in gioco pare essere un elemento chiave. Il presidente della Protezione Civile correggese, Matteo Sabattini, conferma: «se lo stimolo, come comunità, è agire insieme, allora si può davvero fare qualcosa». Il Centro di raccolta nelle prime due settimane dell’emergenza è stato inondato di materiali portati dai cittadini, ma non solo: «si sono mosse anche le scuole; i bambini venivano insieme alle maestre a fare domande. Poi ci hanno aiutato le aziende, per esempio nel reperire la grande quantità di cartoni di cui avevamo bisogno».

Ragionare su grandi eventi come quello che stiamo vivendo implica sempre un doppio binario: da un lato, l’esperienza individuale di chi combatte, di chi fugge, di chi accoglie; dall’altro lato, i grandi movimenti della politica, le forme dell’accoglienza. Tenere insieme le due dimensioni non è semplice: serve mettersi nei panni dell’altro, evitare giudizi affrettati, saper ascoltare. I volontari del Centro di raccolta raccontano di avere visto una sofferenza quasi indescrivibile negli occhi e nelle storie degli ucraini che hanno incontrato. Tra le crepe di quel dolore passa una gran voglia di essere aiutati, di trovare un momento di pace e calma, di riscoprire parte di quella normalità che è stata loro sottratta in modo meschino e brutale dalle decisioni di Putin e dalle azioni dell’esercito russo. Di nuovo: esperienza individuale, grandi scelte. Tutto dialoga. E viene da chiedersi cosa sia più forte, cosa sia più vero, tra le decisioni di un leader autoritario che invade un paese, e le storie di chi fugge. Ancora si racconta tra i volontari di questa donna arrivata con il figlio nei primi giorni di guerra. Per tirarle su il morale, uno di loro fruga tra i cartoni e prende uno di quei giochi con cui i bambini fanno le bolle. Le mostra come funziona: estrae l’asticella, ci soffia dentro e appaiono tante bolle. Il sorriso della donna è indimenticabile. Dura pochi secondi, prima di scoppiare a piangere.

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