Cooperazione allo sviluppo, l’arma della pace

Marina Sereni è Vice Ministra degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale nel Governo Draghi.
Dal 2019 al 2021 lo è stata nel Governo Conte II.

Viceministra Sereni, la sua è una figura molto apprezzata. Intervenendo nelle Istituzioni sovranazionali e con numerose missioni in Paesi caratterizzati da criticità ed emergenze, lei porta la voce e la presenza dell’Italia con l’autorevolezza e la passione che da sempre la contraddistinguono.
Le chiedo: con la terribile novità della guerra in Ucraina, vede spegnersi un po’ dappertutto la speranza di un mondo di pace?

«La guerra in corso in Ucraina, provocata dall’aggressione della Russia verso uno stato sovrano nel cuore dell’Europa, sta creando lutti e distruzioni terribili ed avrà un impatto di lungo periodo sugli assetti internazionali, oltre che sull’economia mondiale. È evidente che l’allarme e la preoccupazione per questa guerra siano più acutamente percepiti in Europa e nel mondo occidentale. Ciò non toglie però che i riflessi, in particolare per quanto riguarda la sicurezza alimentare e il rallentamento della crescita economica, colpiranno anche i Paesi in via di sviluppo molti dei quali si approvvigionavano di grano, orzo, sementi, fertilizzanti proprio da Russia e Ucraina. In particolare l’Italia guarda ai Paesi dell’area del Mediterraneo e dei Balcani con i quali vogliamo cooperare, anche coinvolgendo la FAO e le altre Agenzie delle Nazioni Unite basate a Roma, per cercare delle soluzioni praticabili sia nell’immediato che nel medio periodo».

 

Quali sono, sulla base della sua esperienza, le emergenze umanitarie che rischiamo di dimenticare, sotto l’effetto del dramma di Kiev?

«I dati parlano chiaro: l’appello delle Nazioni Unite per raccogliere fondi a sostegno dell’Ucraina ha avuto fortunatamente una risposta straordinaria, mentre la comunità internazionale fa sempre più fatica a trovare donatori per le iniziative umanitarie in Yemen, in Siria, in Afghanistan e nei tanti luoghi dell’Africa, un continente in cui alle guerre e al terrorismo si sommano spesso gli effetti catastrofici del cambiamento climatico. Mentre alcune situazioni di crisi antiche e irrisolte, come quella in Medio Oriente, sembrano tornare nell’agenda internazionale per qualche ora solo quando scorre il sangue innocente di civili israeliani o palestinesi. È una realtà triste di cui però dobbiamo essere consapevoli: nella grande comunicazione l’ultima emergenza scalza quelle precedenti. Ma noi non possiamo e non dobbiamo dimenticare nessuno dei conflitti e nessuna delle emergenze umanitarie in corso. L’Italia deve continuare a fare la sua parte, sia con l’azione diplomatica che attraverso la cooperazione e la collaborazione con tutte le Organizzazioni internazionali e della Società Civile, per portare assistenza ed aiuto nelle situazioni di sofferenza più gravi».

 

Ora si stanzieranno maggiori risorse per la spesa militare. Questo metterà in forse l’obiettivo di portare allo 0.7% del nostro PIL la spesa per l’aiuto pubblico allo sviluppo? Il ruolo dell’Italia nella cooperazione internazionale verrà potenziato, e come?

«L’impegno a destinare lo 0.7 % del Pil all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo è oggi più che mai valido. Lo dobbiamo raggiungere attraverso un percorso graduale di aumento delle risorse per la cooperazione perché questo rafforza la nostra credibilità nell’ambito della comunità internazionale. L’Italia è immersa nel Mediterraneo, il nostro sviluppo e la nostra sicurezza sono inscindibili da quelli dell’Africa e del Mediterraneo allargato. Per questo dobbiamo irrobustire la nostra capacità di costruire partnership con i Paesi in via di sviluppo e avere adeguati strumenti, finanziari e diplomatici, per poterlo fare. Il 23 e 24 giugno terremo la seconda Conferenza Nazionale “Coopera”, sarà un appuntamento per far conoscere alla nostra opinione pubblica il valore delle tante esperienze della Cooperazione Italiana che vedono impegnati soggetti pubblici e privati, profit e non profit in ogni parte del mondo».

 

La politica di sicurezza nazionale e internazionale passa solo per la difesa militare o anche per la lotta alla salute? La pandemia da Covid cosa ci ha insegnato?

«Garantire la sicurezza su scala nazionale e internazionale è un compito complesso che va realizzato certo attraverso lo strumento militare, in particolare in termini di deterrenza, ma anche guardando a minacce nuove come quelle che attraversano il digitale e lo spazio. Ma se mettiamo le persone al centro delle nostre politiche il concetto di sicurezza, questo deve essere ancora più ampio e includere dimensioni essenziali come la salute, la nutrizione, l’educazione, la tutela dell’acqua e dell’aria, l’inclusione ed il rispetto dei diritti umani. L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite rappresenta perfettamente questa idea di sicurezza e deve rimanere la nostra bussola. Il Covid-19 ha allontanato gli obiettivi che la comunità internazionale aveva individuato con quell’Agenda e ci ha costretto ad imparare alcune lezioni. Tra queste il fatto che la salute è un bene comune globale e che per tutelarla dobbiamo aiutare i Paesi a più basso reddito a rafforzare i loro sistemi sanitari di base. Su questo l’Italia ha una tradizione di eccellenza sia sul piano delle istituzioni che su quello delle Organizzazioni della Società Civile».

 

Onu ed Europa sono spesso al centro del suo lavoro. Pensa che l’impotenza dell’ONU sia ormai un dato di fatto, come qualcuno sostiene? Sarà questa l’occasione in cui l’Europa deciderà finalmente di avviare una politica di sicurezza e di difesa comune?

«La guerra in corso in Ucraina ha reso evidenti i limiti delle istituzioni sovranazionali. Al tempo stesso sono proprio le crisi e le sfide globali che abbiamo di fronte a richiedere un multilateralismo efficace. In Ucraina le Nazioni Unite sono state capaci di intervenire rapidamente per fronteggiare l’emergenza umanitaria, ma non per prevenire o fermare il conflitto sul piano politico. Il Consiglio di Sicurezza, paralizzato dal veto della Russia, non è stato in grado di esprimersi e il confronto si è spostato inevitabilmente in seno all’Assemblea Generale. Si conferma la necessità e l’urgenza di riformare l’Onu e di adeguare le sue regole agli assetti del mondo di oggi. Ma la rottura che l’aggressione militare russa ha provocato nei fora multilaterali è profonda e riguarda anche altri consessi, dal Consiglio d’Europa, all’Osce, al G20. Credo che dovremo tornare a riflettere su questo quando finalmente le armi taceranno. Dobbiamo ridisegnare il complesso delle relazioni internazionali e credo che non sia desiderabile uno schema di competizione permanente tra democrazie e autocrazie, che rischia di spingere tanti Paesi di quella che possiamo definire “area grigia” nelle braccia dei regimi non democratici. Di sicuro la guerra ha costretto l’Europa ad accelerare sul terreno della politica estera e della difesa comune: temi che erano già sul tappeto e che però oggi richiedono una rapida evoluzione. Superare l’unanimità in materia di politica estera e sviluppare concretamente le decisioni assunte con la bussola strategica in materia di difesa comune sono obiettivi che l’Italia si deve porre, lavorando per costruire passi concreti insieme ai nostri partner, a cominciare da Paesi come la Francia, la Germania e la Spagna».

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