Con le mani

Le imprese di Ettore

«Con le mani sbucci…le cipolle».

È da ieri, da quando mi sono spuntate le mani che non riesco a non canticchiarla.
Mi si è appiccicata alle tempie e più cerco di pensare ad altro più il ritmo incalza.
È come quel tizio che voleva diventare un Buddha.
Gli dissero che per imparare non pensare doveva non pensare alle scimmie e finì che non riusciva pensare ad altro.

Le mani… me le guardo continuamente e mi chiedo come facevo a fare senza.
Le guardo mentre mi esplorano il viso come se non fossero mie, mi ci stropiccio gli occhi per controllare che ci sono, le apro, le chiudo, le abbasso e le intreccio… mi tocco tutto.
Guardo le mie mani aderire alla parete del Grande Battito e le strofino su e giù e giù e su come se volessi vederci attraverso… e se il GB mi potesse sentire?

Ieri ho annunciato agli altri ragazzi questa storia delle mani; continuavo a raccontarmela da solo e non sapevo più come complimentarmene. A qualcuno di loro è accaduta la stessa cosa.
Altri invece non sono riuscito a rintracciarli; è come se fossero scomparsi nel nulla.

Credo siano tornati nella grande casa, il posto dove il sole è sempre all’orizzonte: una mezza alba o un mezzo tramonto… nessuno lo sa.

Io nascerò in Italia che è al 186° posto nel mondo per livelli di natalità.
Mi sento praticamente un eletto anche perché secondo le statistiche non avrò un fratellino intero ma uno 0,4 di fratellino.
1, 4 bambini per donna raccontano di un paese teso e spigoloso, fragile e spaventato.

Ora che sono in questo stato di piccola grande sapienza e, statistiche a parte, vi vorrei raccontare di cosa ho bisogno io quando nasco, anzi, di cosa vorrei.

Quando esco non sarò più in grado di dirvelo.

 

Vorrei toccare le piume alle galline e non vederle solo nel banco frigo. 

Vorrei sapere che pesce è il Surimi e sentire le campane la domenica che mi ricordano che oggi a casa ci sono sia la mamma che il papà.

Vorrei che la mamma la smettesse di guardarsi i fianchi larghi e si guardasse di più le mani. 

Vorrei che i miei genitori lavorassero… tanto, poco, lontano, vicino, non mi importa niente: io li aspetto a patto che mi sorridano.

Vorrei dannatamente avere quello che i Danesi chiamano “hygge”: parenti e amici sempre intorno, le porte aperte al vicino che invece delle frittelle porta il gnocco fritto e due fette di mortadella. Voglio queste persone care che aiutano i miei genitori a riderci su quando io strillerò forte come un’ambulanza e il mio fratellino si inzuccherà su quella parete troppo bassa della sala.

Vorrei che mio papà la smettesse di guardare anche il campionato di calcio cinese, oltre alle freccette, alla Formula 1, al basket, allo sci… (le mie prime parole saranno “papà, io ballo”).

 Vi dico un segreto: non preoccupatevi della culla/passeggino/ovetto/seggiolone. Mettetemi pure nel box di cartone, che ora va anche di moda ora.

Non preoccupatevi delle tutine, braghine, scarpine. Heidi ha vissuto con un solo vestito per tutta la vita e cantava sempre di gioia.

 Non abbiate paura. Stringetemi solo le mani… ora che mi sono spuntate!

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